Giovanni Pascoli

L'ora di Barga


Al mio cantuccio, donde non sento

Se non le reste brusir del grano,

il suon dell’ore viene col vento

dal non veduto borgo montano:

suono che uguale, che blando cade,

come una voce che persuade.

 

Tu dici, E’ l’ora; tu dici, E’ tardi,

voce che cadi blanda dal cielo.

Ma un poco ancora lascia che guardi

L’albero, il ragno, l’ape, lo stelo,

cose ch’han molti secoli o un anno

o un’ora, e quelle nubi che vanno.

 

Lasciamo immoto qui rimanere

Tra tanto moto d’ale e di fronde;

e udire il gallo che da un podere

chiama, e da un altro l’altro risponede,

e, quando altrove l’anima è fissa,

gli strilli di una cincia che rissa.

 

E suona ancora l’ora, e mi manda

Prima un suo grido di meraviglia

Tinnulo, e quindi con la sua blanda

Voce di prima parla e consiglia,

e grave grave grave m’incuora:

mi dice, E’ tardi; mi dice, E’ l’ora.

 

Tu vuoi che pensi dunque al ritorno,

voce che cadi blanda dal cielo!

Ma bello è questo poco di giorno

Che mi traluce come da un velo!

Lo so ch’è l’ora, lo so ch’è tardi;

ma un poco ancora lascia che guardi.

 

Lascia che guardi dentro il mio cuore,

lascia ch’io viva del mio passato;

se c’è sul bronco sempre quel fiore,

s’io trovi un bacio che non ho dato!

Nel mio cantuccio d’ombra romita

Lascia ch’io pianga su la mia vita!

 

E suona ancora l’ora, e mi squilla

due volte un grido quasi di cruccio,

e poi, tornata blanda e tranquilla,

mi persuade nel  mio cantuccio:

è tardi! È l’ora! Sì ritorniamo

dove son quelli ch’amano ed amo.
 

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