| Libro I
I
Eccomi a raccontarti, o lettore, storie d'ogni genere, sul tipo di quelle milesie e a stuzzicarti le orecchie con ammiccanti parole, solo che tu vorrai posare lo sguardo su queste pagine scritte con un'arguzia tutta alessandrina.
E avrai di che sbalordire sentendomi dire di uomini che han preso altre fogge e mutato l'essere loro e poi son ritornati di nuovo come erano prima. Dunque, comincio.
Certo che tu ti chiederai io chi sia; ebbene te lo dirò in due parole: le regioni dell'Imetto, nell'Attica, l'Istmo di Corinto e il promontorio del Tenaro nei pressi di Sparta sono terre fortunate celebrate in opere più fortunate ancora. Di lì, anticamente, discese la mia famiglia; lì, da fanciullo, appresi i primi rudimenti della lingua attica, poi, emigrato nella città del Lazio, io che ero del tutto digiuno della parlata locale, dovetti impararla senza l'aiuto di alcun maestro, con incredibile fatica.
Perciò devi scusarmi se da rozzo parlatore qual sono, mi sfuggirà qualche barbarismo o qualche espressione triviale.
Del resto questa varietà del mio linguaggio ben si adatta alle storie bizzarre che ho deciso di raccontarti.
Incomincio con una storiella alla greca. Stammi a sentire, lettore, ti divertirai.
II
Ero diretto in Tessaglia per affari (la mia famiglia per parte di madre, è originaria di quella regione e per il fatto che fra i suoi antenati vanta il celebre Plutarco e suo nipote, il filosofo Sesto, è per me titolo di gloria), dunque, ero diretto in Tessaglia e m'ero già lasciato alle spalle montagne ripide, valli impervie, umide pianure, campagne fertili e coltive e il bianco cavallo indigeno che montavo era stanchissimo. Così decisi di fare un po' di strada a piedi per sgranchirmi le gambe, stanco com'ero anch'io di star seduto in sella.
Smontai, asciugai con cura la fronte del cavallo madida di sudore, gli accarezzai le orecchie, gli tolsi il morso e lo lasciai andar libero, al passo, perché smaltisse un po' la stanchezza e si svuotasse del peso naturale del ventre. E mentre quello a muso all'ingiù pascolava lento fra l'erba, io mi unii, come terzo, a due viandanti che in quel momento mi passavano accanto.
Tesi l'orecchio per sapere di che cosa parlassero e sentii che uno dei due, scoppiando in una gran risata, diceva all'altro: Ma la pianti di raccontar simili balle?
Io che sono sempre smanioso di novità, intervenni: Non è per essere un ficcanaso, ma perché mi piace sapere un po' tutto o per lo meno quanto più è possibile, vi prego di mettermi a parte di quello che state dicendo; oltretutto ci vuol proprio qualche allegra storiella per farci sembrare meno scoscesa e impervia la strada che abbiamo davanti.
III
Sono frottole queste, continuava, intanto, quello che aveva parlato per primo, vere come quelle di chi vorrebbe far credere che basta una formuletta magica per fare andare i fiumi all'insù, rendere il mare una massa solida, impedire ai venti di soffiare, fermare il sole, far svaporare la luna, staccare le stelle dal cielo, oscurare il giorno e rendere eterna la notte.
Io, allora, incoraggiato, ripresi: "Ehi, tu, che evidentemente hai avviato il discorso, non prendertela, non badargli, continua il tuo racconto." E all'altro: "In quanto a te fai male a tapparti le orecchie e a rifiutarti cocciutamente di credere a delle cose che potrebbero anche esser vere. Capita, sai, per una sciocca prevenzione però, di ritenere falso ciò che non si è mai visto o udito o che cade fuori della nostra comprensione; ma se poi ci pensi un po' su ti accorgi che tutto è spiegabilissimo, non solo, ma che è anche realmente possibile.
IV
"Per esempio, l'altra sera, a tavola fra amici feci la bravata di mandar giù un boccone troppo grosso di polenta e formaggio e per poco non mi strozzavo, tanto quella roba molliccia mi s'era attaccata al palato e mi impediva di respirare. Eppure, non molto prima, proprio con questi occhi, ad Atene, davanti al portico Pecile, avevo visto un giocoliere infilarsi nella gola, per la punta, una spada affilata, di quelle che usano in cavalleria, e, per poche monete, ficcarsi fin giù nelle budella, una lancia da cacciatore, proprio dalla parte della punta mortale: ed ecco che al legno dell'asta, la cui punta di ferro introdotta nella gola sbucava dietro la nuca, si attaccò un ragazzino leggiadro e agilissimo e cominciò a far capriole e volteggi tali da parer tutto snodato e senz'ossa e noi lì a bocca aperta a guardarlo. Pareva il provvidenziale serpente che s'attorciglia al bastone nodoso di Esculapio.
"Dài, allora, ti lascio la parola, riprendi il racconto che stavi facendo. Ti basti che sia soltanto io a crederti, anche per lui; in cambio, alla prima locanda che incontreremo, ti offrirò da mangiare, parola mia."
V
"Mi va bene e ci sto" mi fece. "Avevo appena iniziato e, comunque, ricomincerò dal principio. Ma prima voglio giurarti, per questo dio sole che tutto vede, che le cose che sto per narrarti sono tutte vere e controllabilissime; del resto, voi stessi non avrete più dubbi una volta arrivati alla più vicina città della Tessaglia dove questi fatti sono accaduti alla luce del sole e tutti ancora ne parlano.
"Ma prima lasciate che io vi dica da dove vengo e chi sono: mi chiamo Aristomene e sono di Egio. Mi guadagno da vivere vendendo miele e formaggio e prodotti simili, su e giù per le osterie della Tessaglia, dell'Etolia e della Beozia.
"Fu così che venni a sapere che a Ipata, la città principale della Tessaglia, si vendeva formaggio fresco, di buona qualità e a un prezzo d'occasione. Subito mi ci precipitai per acquistarne l'intera partita. Ma si vede che partii sotto cattiva stella perché Lupo, il grossista, mi aveva preceduto e il giorno prima aveva fatto incetta di tutto. Così, sfumata la speranza del guadagno, innervosito e stanco per quel viaggio fatto in fretta e furia e per nulla, non mi restò, che andarmene alle terme.
VI
"Ma pensa un po' chi vidi: Socrate, un vecchio amicone. Se ne stava seduto per terra, ravvoltolato a mala pena in un mantellaccio sbrindellato, irriconoscibile, tanto era pallido e smagrito; pareva uno di quei poveri disgraziati perseguitati dalla malasorte che si riducono a chiedere l'elemosina alle cantonate.
"Nonostante la confidenza e la familiarità, mi avvicinai a lui con una certa titubanza: 'Ohilà, Socrate,' gli feci, 'cos'è questa storia? Com'è che sei in questo stato? Che t'è capitato? A casa ti piangono per morto e ai tuoi figli i giudici hanno già dato un tutore; con tua moglie, che t'ha fatto il funerale e che s'è consumata in lacrime e che per il pianto le si sono seccati gli occhi, i suoi parenti insistono perché si consoli della tua perdita e rallegri la tua casa con nuove nozze. E tu, intanto, te ne stai qui che mi sembri proprio un fantasma. È proprio un avvilimento!'
"'Ah, Aristomene,' mi rispose, 'come si vede che non conosci i colpi mancini della fortuna, i suoi capricci, i suoi tranelli' e, arrossendo per la vergogna, si tirò sulla faccia quel suo mantello sbrindellato; ed io vidi che sotto era nudo dal ventre al pube.
"Non reggendo alla vista di tanta miseria, gli tesi la mano e feci per tirarlo su.
VII
"Ma lui, col viso coperto: 'No, no, che la malasorte continui a godersela la sua vittoria.'
"Finalmente riuscii a tirarmelo dietro e intanto gli feci indossare uno dei miei indumenti per coprirlo alla meglio e me lo portai alle terme, rifornendolo di tutto l'occorrente per ungersi e asciugarsi; anzi io stesso lo strofinai ben bene per togliergli quel dito di sudiciume che aveva addosso. Dopo averlo ripulito, benché fossi stanco anch'io, lo portai di peso alla locanda, ché a mala pena si reggeva in piedi, e qui lo ficcai in un letto caldo, gli diedi da mangiare e da bere, lo tenni su con qualche storiella, tanto che in breve ritornò loquace e allegro e si lasciò perfino andare a qualche battuta. A un tratto, però, dette in un sospiro profondo, doloroso, e picchiandosi la fronte con una gran manata: 'Ma si può essere più iellati di me' cominciò a lamentarsi 'se soltanto per aver voluto correre dietro a uno spettacolo di gladiatori di cui, si dicevano meraviglie, mi sono ridotto in questo stato. Ricordi che ero andato in Macedonia per il mio lavoro? Ebbene gli affari m'erano andati a gonfie vele e così, dopo nove mesi, stavo tornando a casa, ben fornito di quattrini, quando poco prima di giungere a Larissa, mi venne in mente di fare una capatina a quel famoso spettacolo, ma, in una valle impervia e deserta, fui assalito da una banda di briganti ferocissimi che mi lasciarono completamente al verde: per fortuna non ci rimisi la pelle e riuscii a raggiungere la locanda di una certa Meroe, una donna matura ma ancora belloccia, alla quale raccontai dei miei lunghi viaggi, del mio desiderio di tornare a casa e, infine, della rapina subita. Ella fu molto gentile, mi preparò gratis una graditissima cena e, alla fine, andata in fregola, mi portò a letto con lei. Scalogna maledetta, perché bastò che dormissi una sola notte con lei per impegolarmi in una di quelle relazioni che poi ti tiri dietro per anni: le diedi quei pochi stracci che i briganti mi avevano lasciato addosso, e pefino gli spiccioli che, facendo il facchino (allora ero ancora in gamba) mi venivo guadagnando. Ed ecco in quale stato tu l'hai visto, quella buona donna e la mia cattiva stella, mi hanno ridotto.'
VIII
"'Perdio, te la meriti proprio una fregatura simile, e anche di peggio se fosse possibile, dal momento che invece di pensare alla tua casa, ai tuoi figli, ti sei messo a fare il galletto, e con una vecchia baldracca.'
"'Zitto, per carità, zitto' fece quello tutto spaventato, portando l'indice alle labbra e volgendo il capo all'intorno come per assicurarsi che nessuno ascoltasse 'non parlare male di quella donna perché è una maga; questa tua linguaccia potrebbe procurarti qualche guaio.'
"'Ma che stai dicendo? Che razza di donna è costei, questa tua bellezza da taverna?'
"'È una maga, un'indovina' insistette 'capace di tirar giù la volta celeste e di sollevare la terra, di far diventare le fonti di sasso e liquefar le montagne, di riportare alla luce gli dei dell'inferno e inabissare quelli del cielo, di spegnere le stelle, di illuminare perfino il Tartaro.'
"'Ma piantala, dài, con questa messinscena da tragedia, smettila di recitare e parla chiaro e naturale.'
"'Vuoi che te ne racconti una o due o anche molte delle cose che ha fatte? Che gli uomini delle nostre parti si innamorino pazzamente di lei, anzi tutti gli indiani e gli africani dell'uno e dell'altro oceano e perfino le genti che abitano agli antipodi, è solo un piccolo segno della sua magia, una bazzecola. Ma sta a sentire quello che ha fatto, testimone un sacco di gente , buona donna," gli feci "e dimmi, piuttosto che tipo d'uomo è e dove abita."
"Vedi quelle finestre lì in fondo, che guardano fuori di città e quella porta alle spalle che s'apre sul vicolo? Là sta il tuo Milone; denari a montagne, ricco sfondato; lo conoscono tutti, ma per la spilorceria; un avaraccio che non ti dico; pratica l'usura, e in grande, su pegni d'oro e d'argento; se ne sta tappato nel suo bugigattolo sempre a contare e a lustrare denaro, assieme a sua moglie che ha la stessa malattia. Si concede una sola servetta e va in giro vestito come un mendicante."
A queste parole sbottai in una risata: "E bravo l'amico Demea! Mi ha proprio ben sistemato per questo viaggio indirizzandomi a un tipo simile. Certo che da un tale ospite non dovrò temere né odor di fumo né tantomeno di arrosto."
IX
Vuoi mettere, invece, il fascino di una bella chioma quando fiammeggia viva ai raggi del sole o, morbida, ne raccoglie la luce o, mutevole, appare nei suoi cangianti riflessi? O quando il fulgore dell'oro sfuma nel biondo del miele, o il nero corvino ha iridescenze azzurre come il collo delle colombe o, ancora, quando densa di balsami orientali e ravviata dai denti sottili del pettine, raccolta a nodo dietro la nuca, si offre agli occhi dell'amante, come a uno specchio, porgendo di sé l'immagine più gradita?
E vuoi mettere ancora quando, folta, fa da corona al capo oppure quando scende fluente, a onde, lungo le spalle? Insomma è così importante una bella chioma che, per quanto una donna si mostri adorna d'oro, di belle vesti, di gemme o d'ogni altro ornamento, se non ha una particolare cura dei suoi capelli, non può mai dirsi elegante.
Ma la mia Fotide era seducente per una certa qual negligenza, più che per l'accurata ricercatezza: infatti i suoi capelli folti scendevano mollemente sulla nuca e lungo il collo, fino a lambire l'orlo della veste; le estremità erano poi raccolte in un nodo al sommo del capo.
X
Non resistetti alla tortura di un piacere così intenso e piegandomi su di lei le lasciai un bacio più dolce del miele, proprio alla radice dei capelli, dove essi risalivano verso la sommità del capo.
Ella si volse lanciandomi di sottecchi uno sguardo assassino:
"Ehi, ehi, scolaretto, mi sa che tu ti stai prendendo un bocconcino agrodolce, sta' attento che per la troppa dolcezza del miele tu poi non abbia a sentire a lungo l'amaro della bile."
"E che m'importa, gioia mia, soltanto un bacino e poi son pronto, a mettermi lungo disteso sul tuo fornello e a farmi abbrustolire," e così dicendo me la strinsi forte fra le braccia e cominciai a baciarla e poiché lei mi corrispose con eguale ardore e gareggiò con me in ogni sorta di libidine, schiudendomi la sua bocca odorosa e cercando con la sua lingua, che sapeva di nettare, la mia, vinto dal desiderio: "Mi fai morire," le dissi, "anzi sono già morto se tu non mi compiaci." Ed ella riprendendo a baciarmi: "Pazienta, anch'io sono ormai tua e perciò non dovremo aspettare a lungo per goderci; questa sera, appena farà buio, verrò in camera tua. Ora va, ma preparati perché voglio misurarmi con te e darci sotto quant'è lunga la notte."
XI
Queste promesse ci sussurrammo prima di staccarci. Intanto s'era fatto mezzogiorno e Birrena pensò bene di farmi pervenire, come segno di benvenuto, un grasso porcellino, cinque gallinelle e un'anfora di vino pregiato.
"Ecco che arriva Bacco con le sue armi a dar man forte a Venere," gridai a Fotide. "Ce lo berremo tutto questo vino, oggi, per vincere ogni ritegno, ogni fiacchezza ed eccitare ancora di più la nostra libidine. Queste sono le provviste che occorrono per una notte d'amore: olio alla lucerna e vino nei calici."
Passai il resto della giornata ai bagni e, poi, a cena, con il buon Milone che mi aveva invitato a mangiare un boccone con lui, ma avendo cura di evitare lo sguardo di sua moglie, memore degli avvertimenti di Birrena; e se per caso i miei occhi si posavano sul volto di lei subito li ritraevo spaventatissimo, come se avessi visto l'inferno. Guardavo, invece, continuamente Fotide che ci serviva e in lei mi rincuoravo.
S'era, intanto, fatta notte, quando Panfile, guardando la lucerna esclamò: "Quanta acqua verrà giù domani," e al marito che le chiese come facesse a saperlo, rispose che era la lucerna a dirglielo. Al che Milone, sbottando a ridere: "Proprio una gran sibilla noi manteniamo con questa lampada. In cima al suo candeliere, come da un osservatorio, quella vede tutto ciò che succede in cielo e perfino nel sole."
XII
"Ma sono proprio questi," intervenni io, "i primi tentativi di magia e non c'è niente di strano se questo focherello così piccino, acceso dalla mano dell'uomo, ricordi quel gran fuoco celeste dal quale ha avuto origine e quindi conosca e ci riferisca con un presagio divino le cose che quello è in procinto di combinare lassù nel cielo.
"Del resto, da noi, a Corinto, ora c'è un forestiero, un Caldeo, che con le sue strabilianti profezie sta mettendo lo scompiglio in città e per quattro soldi svela tutti i misteri del destino. Ti sa dire, per esempio, il giorno in cui ti devi sposare, in qual'altro puoi mandar su i muri di una casa se vuoi che non ti vada in malora, quando puoi concludere buoni affari, iniziare un viaggio o metterti in mare. Anch'io gli chiesi cosa mi sarebbe capitato in questo viaggio e lui mi disse un sacco di cose, tutte molto strane: che sarei diventato famoso, addirittura il protagonista di una storia incredibile, straordinaria e che avrei scritto anche dei libri."
XIII
"Che tipo è questo Caldeo e come si chiama?" fece Milone sorridendo.
"È alto, piuttosto bruno e si chiama Diofane."
"Ma allora è proprio lui, non ci sono dubbi!" esclamò. "Anche qui da noi s'era messo a tutto spiano a far l'indovino fra la gente, guadagnando quattrini a palate, altro che pochi soldi, finché non gli toccò, poveraccio, un incidente, o meglio, un vero accidente è proprio il caso di dirlo.
"Una mattina, mentre stava predicendo l'avvenire al solito crocchio di gente, gli si avvicinò un mercante, un certo Cerdone, per sapere quale fosse il giorno più favorevole per mettersi in viaggio. Come Diofane glielo predisse Cerdone mise subito la mano alla borsa e aveva già rovesciato i soldi per contare cento denari quale compenso per la profezia, quando un giovanotto dall'aspetto distinto si fece alle spalle di Diofane e tirandolo per un lembo del mantello, tanto da costringerlo a voltarsi, gli buttò le braccia al collo e cominciò a baciarlo con trasporto. Diofane fece altrettanto, lo invitò a sedere accanto a lui e stupito di quell'improvvisa apparizione, dimenticando completamente l'affare che stava combinando, cominciò: 'Che piacere vederti qui! Quand'è che sei arrivato?'
XIV
"'Soltanto ieri sera,' fece l'altro di rimando, 'ma tu, fratello, raccontami del tuo viaggio per mare e per terra, dopo che sei partito in tutta furia dall'Eubea..'
"A questo punto Diofane, il nostro grande Galdeo, balordo e distratto, attaccò: 'Un viaggio così infame come quello vorrei che toccasse soltanto ai nemici della patria e a quelli che mi vogliono male: una vera odissea. La nave sulla quale eravamo imbarcati, sbattuta dalla tempesta e dal vento, perse tutti e due i timoni e andò alla deriva, finché non calò a picco sfasciandosi contro la riva opposta. Perdemmo tutto e a stento riuscimmo a salvarci a nuoto. Tutto quello, poi, che potemmo racimolare per la compassione di ignoti e il buon cuore di amici, ci fu portato via da una banda di malfattori. Arignoto, il mio unico fratello, che aveva tentato di opporsi alla loro violenza, poveretto, fu sgozzato sotto i miei occhi.'
"Ma, intanto, mentre Diofane, col cuore a pezzi, raccontava tutto questo, Cerdone, il mercante, ripresisi i soldarelli che aveva già sborsato per la profezia, se la squagliò.
Soltanto allora Diofane tornò in sé e s'accorse della sua balordaggine, specie quando vide che noi, tutt'intorno, ci sbellicavamo dalle risa.
"Però, caro Lucio, speriamo almeno che a te, quel Caldeo abbia detta la verità e che tu possa essere fortunato e proseguire felicemente il tuo viaggio."
XV
Mentre Milone parlava e sembrava non volere smettere più, io mi rodevo e me la prendevo con me stesso che involontariamente avevo dato esca a tutte quelle ciarle inutili e mi stavo perdendo il meglio della serata e il suo frutto più ghiotto. Finalmente messa da parte ogni esitazione, dissi a Milone: "Se la veda lui quel Diofane con le sue disavventure e si Porti pure per mare c per terra tutto il denaro che spilla alla gente, quanto a me sono ancora stanco del viaggio di ieri e, se permetti, vorrei andare a dormire un po' prima."
Detto fatto mi avviai in camera mia e qui trovai tutto bell'apparecchiato per una cenetta infima. I letti della servitù erano stati spostati, messi il più lontano possibile dalla mia porta, immagino perché non sentissero i nostri notturni gemiti di piacere; accanto al mio letto era stato posto un tavolino con ciò che di meglio era rimasto della cena e coppe riempite a metà di vino, bell'e pronte ad accogliere la giusta porzione d'acqua; accanto, una brocca dall'imboccatura larga fatta a posta per le abbondanti bevute, insomma un gustoso aperitivo per una notte d'amore.
XVI
M'ero appena coricato che la mia Fotide, la sua padrona era già andata a letto, Se ne venne da me tutta giuliva.
Aveva una ghirlanda di rose fra i capelli e petali di rose anche sul florido seno. S'appressò e mi baciò lungamente, mi cinse il capo di fiori, altri ne sparse in torno. Poi prese una coppa di vino, vi mescolò dell'acqua tepida e me l'offrì da bere; ma dolcemente me la rubò dalle mani prima ch'io l'ebbi del tutto vuotata e l'accostò alle sue labbra e bevve a piccoli sorsi, guardandomi. Una seconda coppa e una terza e poi altre ancora così ci scambiammo.
Io, tra i fumi del vino, non solo la mia fantasia ma tutti i sensi sentivo eccitati dalla libidine, bramosi, anelanti; allora, tirandomi su la tunica fino all'inguine e mostrandole quanto impellente fosse il mio desiderio d'amore: "Per carità," esclamai, "fa' presto, vedi come son tutto teso e pronto alla guerra che tu, alla brava, mi hai dichiarato. Da quando Amore crudele ha trafitto il mio cuore con la sua freccia, anch'io con tutto il vigore ho teso il mio arco ed ora ho paura che il nerbo troppo rigido mi si spezzi.
"Ma se tu vuoi veramente offrirmi proprio tutte le tue delizie, sciogli i capelli e abbracciami nell'onda delle tue chiome."
XVII
Non se lo fece dire due volte. In fretta sgombrò piatti e vivande, si liberò delle vesti mostrandosi tutta nuda, si sciolse i capelli con maliziosa lascivia; bella, simile a Venere quando emerse dai flutti, più per civetteria che per pudore mi nascondeva il liscio pube con le sue dita rosate.
"Vieni" mi disse "vieni all'assalto. Ti terrò testa, sai, non ti cederò. Drizzati, se sei uomo, e lotta corpo a corpo, trafiggimi, fammi morire perché anche tu morirai. È una battaglia questa che non avrà tregua."
Così dicendo entra nel letto e mi monta sopra, adagio; poi comincia a muoversi con voluttà, su e giù, veloce, inarca la schiena, vibra tutta di libidine e a me supino, dispensa tutti i doni di Venere. Questo finché ad entrambi resse il respiro, finché non cademmo esausti, l'uno sull'altro abbracciati.
In cosiffatti assalti ci producemmo ben desti fino alle prime luci dell'alba, di volta in volta chiedendo al vino nuovo vigore, perché non scemasse in noi il desiderio e si rinnovasse il piacere.
Così volemmo che molte altre notti fossero simili a questa.
XVIII
Un giorno Birrena insistette perché a tutti i costi io andassi a cena da lei e benché cercassi di sottrarmi al l'invitò, non volle sentire ragioni.
C'era Fotide, però, a cui dar conto e fu a lei, come a un oracolo, che io dovetti chiedere il permesso: sebbene a malincuore, perché ormai non voleva ch'io mi allontanassi nemmeno d'un filino, gentilmente lei concesse alle mie prestazioni amorose una breve licenza. "Bada, però" mi fece "a non far tardi dal pranzo. C'è una banda di giovani, delle migliori famiglie ma scapestrati, che mette a soqquadro la città; vedrai tu stesso qua e là gente ammazzata per le strade e le guardie del governatore sono troppo lontane per liberarci da questo flagello. E tu, sia per la tua invidiabile condizione, sia perché qui i forestieri sono malvisti, sei proprio l'uomo giusto a cui tendere un'imboscata."
"Sta' tranquilla, cara Fotide, sai bene quanto mi sarebbe piaciuto fare all'amore con te anziché andarmene a cena fuori, perciò non temere che tornerò presto. Comunque ho anch'io la mia scorta: questo fedele pugnale qui al mio fianco saprà ben difendermi."
E così, con questa precauzione, mi recai a cena.
XIX
Trovai un gran numero di invitati, il fior fiore della città, dato che Birrena era una donna di classe; mense sontuose, splendenti di cedro e d'avorio, letti coperti di drappi trapunti d'oro, grandi, preziosi calici ciacuno con una sua bellezza particolare, unica, vetri artisticamente incisi, cristalli istoriati, argenterie scintillanti, ori abbaglianti, coppe per bere scavate nell'ambra o in altre pietre pregiate, insomma cose da non potersi immaginare. E c'era poi uno stuolo di camerieri splendidamente vestiti, inappuntabili, che servivano numerose portate e giovani schiavi dai capelli ricci e dalle vesti succinte che versavano in continuazione vino pregiato in calici ricavati da pietre preziose. Portate le lucerne, assai vivo si fece il cicaleccio dei convitati, si rideva, si scherzava, fiorivano qua e là facezie, battute piccanti.
A un certo punto Birrena mi fece: "Beh, come te la passi nel nastro paese? A quanto ne so, in fatto di templi, di terme, di altri edifici pubblici noi superiamo di molto tutte le altre città, e poi godiamo di molte comodità ancora: libertà assoluta per chi vuole starsene tranquillo, via vai di gente, come a Roma, invece, per chi viene in cerca d'affari, una pace addirittura campestre per l'ospite di poche pretese. Stiamo proprio nel posticino più delizioso di tutta la provincia."
XX
"Verissimo" feci io di rimando, "proprio così. In nessun altro luogo mi sono sentito a mio agio come qui. Soltanto devo dire che ho una certa paura della magia, delle sue insidie oscure e inevitabili. Si dice che da queste parti non lasciano in pace nemmeno i morti nelle loro tombe, e che dalle urne e dai roghi si trafugano reliquie e pezzetti di cadavere per gettare il malocchio sui vivi, e che ci sono vecchie streghe che al momento dei funerali, in un battibaleno, ti portano via il morto."
"Purtroppo, qui, non risparmiano nemmeno i vivi" intervenne uno degli invitati. "E c'è un tale, chissà chi è, a cui è capitata una cosa del genere, ed è rimasto tutto mutilato e col volto sfregiato."
A queste parole scoppiò una risata generale e gli occhi di tutti si posarono su un tizio che se ne stava appartato in un angolo. Imbarazzatissimo di sentirsi piovere addosso tutti quegli sguardi, brontolando qualcosa, costui aveva già fatto le mosse di andarsene, quando Birrena: "Eh, no, caro Telifrone, ora devi fermarti al meno un pochino e con la tua solita compiacenza raccontarci ancora una volta la tua avventura, perché il qui presente Lucio che è per me come un figlio possa godere anche lui del tuo piacevole racconto."
"Sempre buona e gentile, tu, mia signora, ma l'insolenza di certa gente è insopportabile."
Era tutto agitato, ma Birrena insistette assicurandogli che nessuno lo avrebbe più insolentito e così alla fine, sebbene malvolentieri, quello si decise.
XXI
Si sistemò i cuscini, vi si appoggiò col gomito, restando a busto eretto, portò avanti la destra, assumendo l'atteggiamento degli oratori, cioè le ultime due dita chiuse, le altre distese, il pollice puntato avanti e in cominciò:
"Ero ancora un ragazzino quando, per vedere i giochi olimpici, lasciai Mileto; ma desiderando visitare anche le località di questa provincia famosa, dopo aver vagato, sotto cattivi auspici, in lungo e in largo per la Tessaglia, giunsi a Larissa. Ero quasi al verde, dato che le mie scorte, durante il viaggio s'erano di molto assottigliate e così mi misi a girare un po' qua e un po' là cercando di rimediare qualcosa. A un tratto, nel bel mezzo di una piazza, vidi un vecchio allampanato che, in piedi su un pilastro, andava chiedendo ad alta voce se c'era qualcuno che volesse far la guardia a un morto; e che si facesse avanti a contrattare il compenso."
"Ma che storia è questa" chiesi io esterrefatto a un passante; "forse che da queste parti i morti hanno l'abitudine di scappare?"
"Sta zitto" rispose quello "si vede proprio che sei un ragazzo e forestiero per giunta. Ma lo sai o no che sei in Tessaglia e che qui le streghe strappano a morsi la faccia dei morti per ricavarne il materiale necessario alle loro diavolerie?"
XXII
"Dimmi ancora una cosa" gli chiesi "in che consiste questo far la guardia ai morti?"
"Per prima cosa" mi rispose "bisogna stare svegli tutta la notte, con gli occhi ben aperti e sempre fissi sul morto; guai se per un momento solo volgi lo sguardo altrove, perché quelle maledettissime megere sono capaci di assumere l'aspetto dell'animale che vogliono, avvicinarsi di soppiatto e ingannare gli stessi occhi del Sole e della Giustizia. Possono diventare uccelli, cani, topi, perfino mosche; poi con i loro terribili incantesimi fanno cadere i guardiani in un sonno profondo e nessuno riesce a immaginare tutte le trappole che ti sanno architettare queste scelleratissime donne pur di ottenere quel che gli gira pel capo. E con tutto ciò un servizio così pericoloso te lo pagano appena quattro o sei monete d'oro. Ah già, a proposito, dimenticavo la cosa più importante: se al mattino uno non consegna intatto il cadavere, quelle parti che mancano deve rimpiazzarle con altrettante del proprio corpo."
XXIII
Saputo di che si trattava mi feci coraggio e, avvicinandomi al banditore: "Piantala di gridare" gli dissi "faccio io la guardia, dimmi quanto mi dai."
"Ci sono per te mille denari, ma patti chiari, giovanotto: sta bene all'erta dalle maledette arpie perché si tratta del figlio di un pezzo grosso della città"
"Sono sciocchezze queste per me" gli risposi. "Tu hai di fronte un uomo di ferro, che non dorme mai, tutt'occhi, e con la vista più acuta di Linceo e di Argo."
Non avevo ancora finito di parlare che quello mi menò a una casa che aveva tutte le porte sprangate; mi fece entrare per una porticina di servizio e mi introdusse in una stanza anch'essa con le finestre chiuse, immersa nel buio, e mi indicò una donna vestita di nero che piangeva: "Ecco l'uomo" le disse avvicinandosi "che ho ingaggiato per far la guardia a tuo marito; dice che è sicuro del fatto suo."
Quella ravviandosi i capelli che le cadevano sul viso e mostrando una cera assai bella pur nel dolore, mi guardò e: "Ti prego" esclamò "mettici tutto il tuo impegno."
"Non preoccuparti di questo; tu però preparami una buona mancia."
XXIV
Con quest'accordo ella si alzò e mi condusse in un'altra stanza dove c'era il morto coperto di candidi lini e, fatti entrare sette testimoni, sollevò il lenzuolo e, fra molte lacrime, invocando la testimonianza dei presenti, cominciò a elencare, con accento dolente, ogni parte di quel corpo mentre un tizio trascriveva scrupolosamente ogni sua parola: Ecco, vedete, il naso è perfetto, gli occhi intatti, così le orecchie e le labbra, il mento intero, voi, onesti cittadini ne siete testimoni," e così dicendo sigillò le tavolette e fece per andarsene. Ma io: "Signora, fammi almeno portare l'indispensabile."
"E cioè? Cosa vuoi?"
"Una lucerna" le feci, "bella grande, con olio a sufficienza fino a domani mattina, dell'acqua calda, un fiaschetto di vino e un vassoio con il resto della cena."
"Ma va in malora, sfacciato," mi fece scrollando il capo, "in una casa colpita dal dolore tu vieni a chiedere cena e avanzi; proprio qui dove da molti giorni non s'è visto nemmeno un filo di fumo. Credi forse di esser venuto a far bisboccia? Non pensi che dovresti anche tu rattristarti o, per lo meno, assumere un contegno adeguato?"
Così mi disse poi rivolgendosi a una servetta: "Mirrina, portagli olio e lume e chiudilo dentro, ma veh, tu però vieni via subito."
XXV
Così mi ritrovai solo a tener compagnia a un morto. Mi fregai gli occhi per prepararli alla veglia e mi misi a canticchiare per farmi coraggio.
Ed ecco scendere la sera, il buio, sempre più fitto e la notte, la notte profonda. A mano a mano anche la mia paura cresceva, quando, a un tratto, una faina scivolò dentro la stanza e mi si venne a piazzare proprio davanti, fissandomi con i suoi occhietti acutissimi. Era una bestiola innocua ma io rimasi egualmente turbato, proprio per la sicurezza con cui mi si era avvicinata: "Va via, bestiaccia" alla fine le gridai "vatti a confondere tra i topi pari tuoi, prima che ti faccia assaggiare la mia forza. E allora, che aspetti?" Fece dietro front e scivolò via dalla stanza. Ma subito dopo un sonno pesante mi sprofondò, all'improvviso, come in un baratro, sicché nemmeno il dio di Delfo avrebbe più potuto distinguere chi fra noi due, in quella stanza, fosse il più morto, lunghi distesi com'eravamo. Insomma ero privo di vita, fuori di questo mondo e di un guardiano ero io ad averne bisogno.
XXVI
Già il canto dei galli crestati riempiva del suo strepito la quiete notturna. Finalmente io mi svegliai e pieno di spavento, afferrato il lume, mi precipitai sul morto a scoprirgli la faccia per accertarmi che ogni cosa fosse al suo posto. In quel mentre anche l'inconsolabile moglie entrò piangendo, seguita dai testimoni del giorno prima e, ansiosa, si gettò su quel corpo baciandolo a lungo e, al lume della lampada, controllandoselo tutto. Poi, voltandosi e cercando Filodespoto, l'amministratore, gli ordinò di pagare senza indugio il prezzo convenuto a un guardiano così in gamba.
E mentre io venivo soddisfatto all'istante, ella si profondeva in mille ringraziamenti per il mio zelante servizio, assicurandomi che da quel momento mi considerava uno della famiglia.
Dal mio canto gongolavo dalla gioia per il guadagno insperato e, ancora incredulo, facevo tintinnare nella mano quelle monete d'oro sonanti. "Ma figurati, sono io che mi considero ormai un tuo schiavo; anzi ogni volta che ti servirà l'opera mia, comandami pure."
M'erano appena uscite di bocca queste parole che tutti quelli della famiglia, imprecando al malaugurio, mi si avventarono addosso con tutto quello che capitò loro fra le mani: uno mi mollò un pugno in faccia, un altro mi prese a gomitate nella schiena, un terzo si mise a darmi gran manate nei fianchi, chi a sferrarmi calci, chi a tirarmi per i capelli, chi a strapparmi i vestiti, fino a che mi buttarono fuori tutto lacero e a pezzi, come il bell'Aonio o il vate Orfeo.
XXVII
Ma fu soltanto nella pubblica piazza, un po' in ritardo in verità e dopo aver ripreso fiato, che ripensando alla mia frase di così cattivo augurio e del tutto fuori luogo, compresi con quanta ragione mi avessero caricato di botte. Ecco, intanto, uscire il morto seguito dall'estremo compianto e dagli ultimi addii e il corteo funebre attraversare il foro, secondo l'usanza, essendo quello un cittadino importante.
A un tratto si fece avanti un vecchio vestito di nero, tutto sconvolto e in lacrime che strappandosi la folta capigliatura bianca e gettandosi a braccia aperte sul feretro, con voce alta sebbene rotta dai continui singulti, comincio a dire: "In nome della vostra coscienza, cittadini, e della pubblica pietà vendicate questo morto e punite l'efferato crimine di questa femmina scellerata. È stata lei e nessun altro a uccidere col veleno questo povero giovine, figlio di una mia sorella, per compiacere il suo amante e mettere le mani sull'eredità. Così quel vecchio andava gridando fra i singhiozzi e i lamenti. La folla allora cominciò ad agitarsi perché la verisimiglianza di quelle parole lasciava effettivamente pensare a un delitto e già si sentiva gridare "al rogo, al rogo", già si raccattavano sassi e si incitavano gli schiavi a uccidere la donna, mentre questa con false lacrime e giurando su tutti gli dei con quanta più devozione poteva, negava un simile delitto.
XXVIII
Ma il vecchio riprese: "Allora rimettiamo il giudizio della verità nelle mani della provvidenza. C'è qui tra noi un profeta di prim'ordine, Zathlas l'Egiziano, che proprio un momento fa mi ha promesso, dietro una forte ricompensa, di richiamare dal mondo dei morti lo spirito di costui e di rianimare il suo corpo strappandolo per un momento alla morte" e così dicendo fece venire avanti un giovane che indossava una tunica di lino, aveva sandali di palma e il capo completamente rasato.
"Abbi pietà, sacerdote" cominciò a implorare il vecchio baciandogli le mani e abbracciandogli perfino le ginocchia "pietà per gli astri del cielo, per le potenze infernali, per gli elementi della natura, per i silenzi della notte, per i santuari di Copto, per le piene del Nilo, per i misteri di Memfi, per i sistri di Faro, concedigli ancora un po' di sole, versa appena una piccola luce nei suoi occhi chiusi per sempre. Noi non vogliamo forzare le leggi della natura né negare alla terra ciò che le è dovuto, ma imploriamo un breve istante di vita per avere il conforto della vendetta."
Così propiziato il profeta mise un'erbetta speciale sulla bocca del morto e un'altra sul petto, si volse verso oriente e, in silenzio, pregò il sommo sole che stava sorgendo. A questa messinscena da rito sacro nell'animo dei presenti si accrebbe l'attesa di tanto prodigio.
XXIX
Anch'io mi feci largo tra la calca e salito su una sporgenza del terreno sufficientemente alta, proprio dietro al catafalco, seguii la scena con occhi sgranati.
A un tratto il petto del morto cominciò a gonfiarsi, la vena del polso a palpitare e tutto il corpo ad animarsi di un soffio vitale; finalmente la salma si sollevò e il giovine così cominciò a parlare: "Perché, di grazia, richiamare ai compiti di una vita effimera me che avevo già bevuto le acque del Lete e navigavo ormai sulla palude Stigia? Non più, ti scongiuro, non più, lasciami alla mia pace."
Questa la voce che venne da quel corpo, ma il profeta eccitandosi: "Perché, invece, non racconti al popolo ogni cosa, non sveli il mistero della tua morte? Non sai che io posso evocare le Furie con i miei scongiuri e far torturare le tue stanche membra?"
Allora quello dal suo lettuccio con un profondo gemito e volgendosi alla folla, così riprese: "Sono morto per le male arti della mia giovane sposa, ucciso dal veleno ho ceduto a un amante il mio letto ancor caldo."
Ma quella brava moglie dimostrò un'impudente presenza di spirito e con animo sacrilego prese a rimbeccare il marito negando ogni accusa.
La folla cominciò ad agitarsi, divisa in due opinioni contrarie: alcuni volevano prendere quella criminale e seppellirla viva accanto al marito, altri dicevano che non si poteva prestar fede alle menzogne di un morto.
XXX
Ma quello che il giovane disse subito dopo troncò ogni incertezza. Così, infatti, fra gemiti sempre più alti riprese: "Vi darò, sì, vi darò le prove inconfutabili che questa è la verità, vi rivelerò cose che nessuno all'infuori di me può sapere" e indicando me alla folla, "mentre costui faceva una guardia scrupolosissima al mio corpo, le streghe in agguato sulle mie spoglie, invano presero più volte aspetti diversi. Non riuscendo a trarlo in inganno per la sua straordinaria diligenza, alla fine, lo avvolsero in una nuvola di sonno e lo fecero piombare in un profondo letargo; poi cominciarono a chiamarmi per nome, finché le mie giunture inerti e le mie gelide membra fra continui tentativi non sentissero i richiami della magia. Costui però che ha il mio medesimo nome, vivo com'era, morto infatti soltanto di sonno, sentendosi chiamare si levò in piedi, senza riprendere coscienza, e si avviò come un fantasma verso la porta della stanza. Questa era chiusa a dovere, ma le streghe, si vede, attraverso qualche fessura, riuscirono egualmente a tagliargli prima il naso, poi le orecchie. Così la mutilazione l'ha subita lui al posto mio. Inoltre perché di quella diavoleria non restasse traccia, con della cera hanno plasmato due orecchie e glie l'hanno applicate al posto di quelle tagliate, la stessa cosa hanno fatto col naso: perfetto, identico al suo.
Guardatelo là quel disgraziato: ha fatto un bell'affare con tutto il suo zelo: quel po' po' di mutilazione!"
A quelle parole, spaventatissimo, cominciai a tastarmi: mi presi il naso e quello mi restò in mano, mi toccai le orecchie e mi si staccarono. La gente cominciava a guardare nella mia direzione, a indicarmi a dito, finché non scoppiò una risata generale ed io, sudando freddo, riuscii a battermela sgusciando tra la folla.
Così conciato e ridicolo non ebbi nemmeno il coraggio di tornare a casa mia; per nascondere le cicatrici delle orecchie mi sono spartiti i capelli lasciandoli cadere ai due lati, e con questa benda legata stretta cerco di nascondere nel modo più conveniente il ribrezzo del mio naso.
XXXI
Appena Telifrone ebbe finito di raccontare, i convitati, sbronzi com'erano, ricominciarono a sghignazzare e mentre reclamavano nuove bevute in onore del dio Riso, Birrena si rivolse a me: "Domani" mi disse "ricorre una solenne festività che risale addirittura alla fondazione di questa città; in questo giorno noi, unici al mondo, con un rito allegro e divertente, ci propiziamo il venerabile dio Riso. La tua presenza renderà più lieta la festa. Se poi tu volessi, a tuo estro, inventare qualcosa di spiritoso per onorare il dio, meglio ancora: potremmo ottenere in misura maggiore i favori di una divinità così potente."
"Bene" assicurai "sarà come tu desideri. E poi, caspita, farebbe piacere anche a me avere una qualche idea che andasse bene per un così grande dio.
Dopo di che, avvertito dal servo che s'era fatto tardi e sentendomi gonfio per la gran bevuta, decisi di alzarmi e salutata in fretta Birrena, un po' barcollando, mi diressi verso casa.
XXXII
Ma appena fuori uno sbuffo di vento ci spense la lucerna che ci faceva da guida, tanto che dovemmo faticare parecchio a districarsi al buio. Finalmente, stanchi e con i piedi doloranti per aver dato spesso nei sassi, imboccammo la via di casa. Eravamo quasi arrivati, sorreggendoci stretti l'un l'altro, quando scorgemmo tre omaccioni nerboruti che, con tutte le loro forze, tentavano di forzare la nostra porta. Alla nostra vista non sembrarono per nulla intimiditi, anzi mettendocela tutta, raddoppiarono i loro assalti. Era chiaro che si trattava di briganti, e della peggiore risma.
Subito misi mano al pugnale che avevo portato con me per simili evenienze e che tenevo nascosto sotto il mantello, e senza alcun indugio mi gettai su di loro e li affrontai mano a mano che mi vennero sotto, finché, trapassati da parte a parte, non rimasero morti stecchiti ai miei piedi.
Al rumore di quel combattimento Fotide, intanto, s'era svegliata e venne ad aprirci. Io, ansante e tutto coperto di sudore, mi infilai dentro: quella battaglia contro i tre briganti mi aveva sfinito come se avessi lottato contro Gerione, così mi lasciai cadere sul letto è mi addormentai.
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