
non invoco il tuo nome invano
IV. Inverno nel sud, a cavallo
XIV. Vita e morte d'una farfalla
XV. L'uomo sepolto nella pampa
XIX. America, non invoco il tuo nome invano
I. Dall'alto (1942)
TUTTO IL PERCORSO, l'aria
Indefinibile, la luna dei crateri,
l'arida luna sparsa
sopra le cicatrici,
il calcareo foro della tunica rotta,
il diramarsi di vene congelate, il panico del quarzo,
del grano, dell'aurora,
le chiavi distese sulle rocce segrete,
la linea terrorizzante
del Sud frantumato,
il solfato addormentato nella sua dimensione
di lunga geografia,
e le disposizioni del turchese
che girano attorno alla luce spezzata,
all'acre ramo in eterno fiorito,
alla spaziosa notte di boscaglia.
II. Un assassino dorme
LA CINTURA macchiata dal vino
quanto il dio delle taverne
calpesta i bicchieri rotti e scompiglia
la luce dell'aurora scatenata:
la rosa inumidita nel singhiozzo
della piccola prostituta, il vento dei giorni febbrili
che entra dalla finestra senza vetri
dove l'uomo vendicato dorme con le scarpe
in un odore amaro di pistole,
in un colore azzurro d'occhi spersi.
III. Sulla costa
A SANTOS, tra l’odore agrodolce dei banani,
che, come un fiume d’oro tenero, aperto sulla schiena,
lascia sulle rive la stupida saliva
del paradiso sgangherato,
e un clamore ferreo d’ombre, d’acqua e locomotiva,
una corrente di sudore e di piume,
qualcosa che scende e scorre dal fondo delle foglie ardenti
come da un’ascella palpitante:
una crisi di voli, una remota
spuma.
IV. Inverno nel sud, a cavallo
Ho attraversato la corteccia mille
volte investita dagli assalti australi:
ho sentito la nuca del cavallo addormentarsi
sotto la pietra fredda della notte del Sud,
rabbrividire nella bussola del monte senza foglie,
salire sulla pallida guancia che si forma:
io conosco la fine del galoppo nella nebbia,
gli stracci del povero viandante:
e per me non v’è dio se non la sabbia oscura,
il dorso interminabile della pietra e della notte,
il giorno insocievole
con un accadimento
di brutti panni, d’anima straziata.
V. I delitti
FORSE tu delle notti buie hai percorso
il grido con pugnale, l’orma sopra il sangue:
il solitario filo della nostra croce mille volte
calpestata,
il fracasso dei colpi sulla porta silenziosa,
l’abisso o il fulmine che ha ingoiato l’assassino
quando latrano i cani e l’implacabile polizia
piomba sulla gente addormentata
a torcere duramente i fili della lacrima
strappandoli alla palpebra atterrita.
VI. Giovinezza
UN PROFUMO come un’acre spada
di susine lungo una strada,
i baci dello zucchero tra i denti,
le gocce vitali che scivolano tra le dita,
la dolce polpa erotica,
le aie, i pagliai, gli eccitanti
luoghi segreti delle case grandi,
i materassi addormentati nel passato, l’aspra valle verde
guardata dall’alto, dal vetro nascosto:
tutta l’adolescenza che si bagna e brucia
come una lanterna rovesciata nella pioggia.
VII. I climi
IN AUTUNNO cadono dal pioppo
le alte frecce, il rinnovato oblio:
sprofondano i piedi nella sua coltre pura:
il freddo delle foglie irritate
è una spessa scaturigine d’oro,
e uno splendore di espinas colloca vicino al cielo
i secchi candelabri di statura irsuta,
e il giaguaro giallo, tra le unghie,
fiuta una goccia di viva.
VIII. Varadero a Cuba
FULGORE del Varadeo lì dalla costa elettrica
qaundo, frantumandosi, riceve sull’anca
la Antille, il maggior colpo di lucciola e d’acqua,
l’infinito folgorante del fosforo e della luna,
l’intenso cadavere del turchese morto:
e il pescatore oscuro estrae dai metalli
un’ispida coda di violetti marini.
IX. I dittatori
È rimasto un odore tra i canneti:
una mescolanza di sangue e corpo, un penetrante
petalo nauseabondo.
Tra le palme di cocco, le tombe sono piene
di ossa demolite, di rantoli soffocati.
Il raffinato satrapo discorre
con coppe, colli e cordoni d'oro.
La piccola reggia brilla come un orologio
e le rapide risate inguantate
attraversano a volte i corridoi
e s'uniscono alle voci defunte
e alle bocche azzurre da pochissimo sepolte.
Il pianto è nascosto come una pianta
il cui seme cade incessante al suolo
e fa crescere senza luce le sue grandi foglie cieche.
L'odio si è formato scaglia su scaglia,
colpo su colpo, nell'acqua atroce del pantano,
con un muso pieno di melma e di silenzio.
X. America Centrale
CHE LUNA come una calotta insanguinata,
che ramificazione di fruste,
che luce orrenda di palpebra strappata
ti fanno gemere senza voce, senza moto,
infrangono la tue pena senza voce, senza bocca:
oh cintura centrale, oh paradiso
di piaghe implacabili.
Di notte e giorno vedo le torture,
di giorno e notte vedo l’incatenato,
il biondo, il negro, l’indio
che scrivono con mani pestate e fosforescenti
sulle interminabili pareti della notte.
XI. Fame nel Sud
VEDO il singhiozzo nel carbone di Lota
e la rugosa ombra del cileno umiliato
picconare l’amara vena delle viscere, morire,
vivere, nascere nella dura cenere
già curvo, prostrato, come se il mondo
cominciasse così e così finisse
tra polvere nera, tra fiamme,
e solo potesse accadere
la tosse in inverno, o il passaggio d’un cavallo
nell’acqua nera, là dove è caduta
una foglia di eucaliptus come un coltello morto.
XII. Patagonia
LE FOCHE stanno partorendo
nella profondità delle zone gelide,
nelle grotte crepuscolari che plasmano
gli ultimi musi dell’oceano,
le vacche della Patagonia
si staccano dal giorno
come un tumulto, come un vapore pesante
che solleva nel freddo la sua calda colonna
verso le solitudini.
Tu sei deserta, America, come una
campana:
piena dentro d’un canto che non s’innalza,
il pastore, l’uomo delle pianure, il pescatore
non hanno una mano, né un orecchio, né un piano,
né una guancia davvicino: la luna li sorveglia,
l’estensione l’ingrandisce, la notte li spia,
e un vecchio giorno lento come gli altri nasce.
XIII. Una rosa
VEDO una rosa presso l’acqua, una piccola coppa
di palpebre vermiglie,
sostenuta in alto da un suono aereo:
una luce di foglie verdi tocca le sorgenti
e trasfigura il bosco con esseri solitari
dai piedi trasparenti:
l’aria è popolata da chiari vestimenti
e l’albero fonda la sua maestà addormentata.
XIV. Vita e morte d'una farfalla
VOLA la farfalla di Muzo nella tempesta:
tutti i fili equinoziali,
la pasta gelida degli smeraldi,
tutto vola nel baleno,
s'agitano gli ultimi effetti dell'aria
e allora una piggia di stami verdi
e il polline spaventato dello smeraldo sale:
i suoi grandi velluti d'umida fragranza
cadono sulle sponde azzurre del ciclone,
s'uniscono ai terrestri lieviti caduti,
ritornano alla patria delle foglie.
XV. L'uomo sepolto nella pampa
SE DI TANGO in tango io riuscissi
a segnare il paesaggio, le praterie,
se, già addormentato,
mentre dalla mia bocca esce il cereale selvaggio,
io udissi nelle pianure
un tuono di cavalli,
una furiosa tempesta di zoccoli
passare sopra le mie dita sepolte,
bacerei senza labbra il seme
e attaccherei ad esso le vestigia
dei miei occhi
per vedere il galoppo che amò la mia turbolenza:
uccidimi, vidalita,
uccidimi e che la mia sostanza si sparga
come il rauco metallo delle chitarre.
XVI. Operai del mare
A VALPARAÍSO, gli operai del mare
m'invitarono: erano piccoli e duri,
e i loro visi bruciati erano la geografia
dell'Oceano Pacifico: erano una corrente
dentro le immense acque, un'onda muscolare,
un ramo d'ali marine nella tempesta.
Era bello vederli coome piccoli dèi poveri,
seminudi, malnutriti, era bello
vederli lottare e palpitare con altri uomini al di là dell'Oceano,
con altri uomini d'alti porti miserabili, e udirli,
era lo stesso linguaggio di spagnoli e cinesi,
il linguaggio di Baltimora e di Kronstadt,
e quando cantarono «L'Internazionale» cantai con loro: «Fratelli»,
ma ottenni solo tenerezza che mi si faceva canto
e che andava col loro canto dalla mia boca fino al mare.
Essi mi riconoscevano, m'abbracciavano con i loro potenti sguardi
senza dirmi nulla, guardandomi e cantando.
XVII. Un fiume
IO VOGLIO andare lungo il Papaloapan
come tante volte per il terroso specchio,
a toccare con le unghie l'acqua poderosa:
voglio andare fino alle matrici, fino all'ordito
delle sue originarie fronde di cristallo:
andare, bagnarmi la fronte, affondare nella segreta
confuzione della rugiada
la pelle, la sete, il sogno.
L'alosa che esce dall'acqua
come un violino d'argento,
e sulle sponde i fiori atomsferici
e le ali immobili
in un caldo di spazio protetto
da spade azzurre.
XVIII. America
IO SONO, sono avvolto
da madreselva e deserto, da sciacallo e scintilla,
dal profumo incatenato dei gigli:
io sono, sono avvolto
da giorni, da mesi, da acque che io solo conosco,
da unghie, da pesci, da mesi che io solo definisco,
io sono, sono avvolto
dalla sottile spuma combattente
del litorale ditto di campane.
La camicia scarlatta del vulcano e dell'indio,
la strada, che sollevò il piede nudo tra le foglie
e le spine fra le radici,
viene ai miei piedi di notte perché io la percorra.
Il sangue cupo come in un autunno
sparso sulla terra,
il terribile stendardo della morte nella foresta,
i passi invasori che vanno scomparendo, il grido
dei guerrieri, il crepuscolo delle lance assopite,
l'interrotto sonno dei soldati, i grandi
fiumi dove la pace del caimano sguazza,
le tue nuove città di sindaci imprevisti,
il coro degli uccelli di natura indomabile,
nel putrido giorno della selva, il fulgore
tutelare della lucciola,
quando nel tuo ventre esisto, nella tua serata
turrita, nel tuo riposo, nell'utero dei tuoi parti,
nel terremoto, nel diavolo dei contadini, nella cenere
che cade dai ghiacci, nello spazio,
nello spazio puro, circolare, inafferrabile,
negli artigli insanguinati dei condor, nella pace umiliata
del Guatemala, nei negri,
nelle banchine di Trinidad, nella Guayra:
tutto è notte mia, tutto
è giorno mio, tutto
è aria mia, tutto
è ciò che vivo, soffro, sollevo e sento in agonia.
America, né di notte
né di luce son fatte le sillba che canto.
Di terra è la materia conquistata
dal fulgore e dal pane della mia vittoria,
e non è sogno il mio sogno, ma terra.
Io dormo avvolto di spaziosa argilla
e dalle mani mi sgorga mentre vivo
una sorgente di ubertose terre.
E non è vino ciò che bevo ma terra,
terra nascosta, terra di mia bocca,
terra di agricoltura con rugiada,
tempeste di legumi leminosi,
stirpe cerale, magazziono d'oro.
XIX. America, non invoco il tuo nome invano
AMERICA, non invoco il tuo nome invano.
Quando costringo al mio cuore la spada,
quando supporto nell'anima questo stillicidio,
quando dalle finestre
un nuovo giorno tuo mi compenetra,
sono e sto nella luce che mi crea,
vivo nell'ombra che mi determina,
dormo e mi sveglio nella tua aurora essenziale:
dolce come le uve, e terribile,
portatore di zucchero e castigo,
impregnato di sperma di tua specie,
allattato col sangue di tua stirpe.