I. La valle delle pietre (1946)
I. La valle delle pietre (1946)
Oggi, 25 aprile, è caduta
sopra i campi di Ovalle,
la pioggia, tanto attesa, l'acqua del 1946.
In questo primo giovedì bagnato, un
giorno di vapore
costruisce sopra i colli il suo grigio di ferriera.
È questo il giovedì delle piccole sementi
che nei loro sacchetti han serbato i contadini affamati:
oggi in gran fretta bucheranno la terra e in essa
lasceranno cadere i granelli di verde vita.
Proprio ieri ho risalito il Río
Hurtado:
verso la sorgente, tra gli aspri collli puntigliosi,
irti di spine, perché il grande cactus andino
qui domina come un feroce candelabro.
E sopra le sue spine steppose come
una veste
scarlatta, o come una macchina di terribile incendio celeste,
come sangue d'un corpo trascinato su migliaia d'aculei
il quintral ha acceso le sue lampade cruente.
Le rocce sono immense borse coagulate
nell'era del fuoco, sacchi ciechi di pietra
che rotolarono fino, sacchi ciechi di pietra
che rotolarono fino a fondersi in queste
implacabili statue che sorvegliano la valle.
Il fiume reca un dolce e agonico
rumore
d'ultime acque tra la verdescura
moltitudine di fogliame, mentre i pioppi
lascian cadere a gocce il loro giallo sottile.
È l'autunno del Norte Chico, il ritardato autunno.
Qui più che altrove la luce palpebra sul grappolo.
Come una farfalla, il trasparente
sole
si trattiene più a lungo fino a cagliare l'uva,
e sulla valle brillano i festoni di moscato.
II. Fratello Pablo
Ma oggi i contadini vengono a trovarmi:
«Fratello,
non c'è acqua, fratello Pablo, non c'è acqua, non è piovuto.
E la scarsa corrente
del fiume
per sette giorni va, per sette giorni si secca.
Le nostre vacche son morte su per la cordigliera.
E la siccità comincia a mietere
bambini.
Sui monti tanti non hanno da mangiare.
Fratello Pablo, devi parlare al Ministro».
(Si, fratello Pablo parlerà al
Ministro, ma essi non sanno
come m'aggolgono
quelli ignobili poltrone di cuoio
e il tavolo ministeriale, pulito
e sfregato dalla saliva adulatrice.)
Mentirà il Ministro, si laverà le mani,
e il bestiame del povero comunero,
con l'asino e il cane, lungo le rocce sfilacciate,
cadrà, di fame in fame, sempre più in basso.
III. La fame e l'ira
Addio, addio al tuo podere, all'ombra
che hai conquistato, al ramo
trasparente, alla terra consacrata,
addio al bue, addio all'acqua avara,
addio ai versanti, alla musica
che non venne con la pioggia, alla cintura
pallida dell'alba secca e petrosa.
Juan Ovalle, la mano t'ho dato, mano senz'acqua,
mano di pietra, mano di muro e disecca.
E t'ho detto: maledici la pecora grigia,
le più aspre stelle, la luna come un livido cardo,
il ramoscello infranto delle labbra nuziali,
ma non toccare l'uomo, non spargere ancora l'uomo
ferendolo nelle vene, non tingere ancora la sabbia,
non incendiare ancora la valle con l'albero
delle cadute fronde arteriali.
Juan Ovalle, non uccidere. E la tua
mano mi rispose: «Queste terre
vogliono uccidere, chiedono di notte
vendetta, e l'antica aria d'ambra
nella amarezza è aria di veleno,
e la chitarra è simile ad un'anca
di delitto, e il vento è come un coltello».
IV. Gli tolgono la terra
Perché dietro la siccità e la valle,
dietro il fiume e la foglia sottile,
all'agguato della zolla e del raccolto,
sta il ladro di terre.
Guarda quest'albero di porpora
sonante,
contempla il suo stendardo tinto in rosso,
e dietro la sua stirpe mattutina,
sta il ladro di terre.
Senti come il sale della scogliera
il vento di cristallo in mezzo ai noci,
ma sopra l'azzurro d'ogni giornata
sta il ladro di terre.
Avverti fra gli strati germinali
pulsare il grano nel suo dardo dorato,
ma tra il pane e l'uomo c'è una maschera:
quella del ladro di terre.
V. Verso i minerali
Poi verso le alte pietre
di sale e d'ora, verso la sepolta
repubblica dei metalli
io salii:
erano i dolci muri dove una pietra s'unisce all'altra,
con un bacio di fango scuro.
Un bacio tra pietra e pietra
per le strade tutelari,
un bacio di terra e terra
tra le grandi uve rosse,
e come un dente accanto a un altro dente
la dentatura della terra,
le pircas di materia pura,
quelle che recano l'interminabile
bacio delle pietre del fiume
alle mille labbra della strada.
Saliamo dall'agricoltura all'oro.
Ecco qui le alte pietre focaie.
Il peso della mano è come un uccello.
Un uomo, un uccello, un'essenza d'aria,
di tenacia, di volo, d'agonia,
forse una palpebra, ma una battaglia.
E di lì nella traversale culla dell'oro,
a Punitaqui, fronte a fronte,
con i taciti operai della leva,
del piccone, della pala, vieni tu,
Pedro, con la tua pace di cuoi,
vieni, Ramirez, con le tue bruciate
mani che hanno scandagliato l'utero
dei chiusi mondi minerari,
salve a voi: nelle scalinate,
nei calcarei sotterranei
dell'oro, più giù nelle sue matrici,
sono rimasti i vostri arnesi
digitali marcati dal fuoco.
VI. I fiori di Punitaqui
DURA era lì la patria come prima.
era un sale perduto l'oro, era
un pesce incandescente e nella zolla iraconda
il suo piccolo istante triturato
nasceva pian piano dalle unghie insanguinate.
Là nell'alba come un mandorlo freddo,
sotto i denti delle cordigliere,
il cuore perfora il suo buco,
cerca, tocca, soffre, risale, e nell'altura
più essenziale, più planetaria arriva
con la maglietta stracciata.
Fratello dal cuore bruciacchiato,
posami nella mano questa giornata,
e scendiamo ancora negli strati addormentati,
dove la tua mano come una tenaglia
afferrò l'oro vivo che voleva volare
ancora più nel profondo, ancora più in basso.
E à con alcuni fiori
le donne del posto, le cilene di lassù,
le minerali figlie della miniera,
un mazzo con alcuni fiori
di Punitaqui, qualche fiore rosso,
dei gerani, poveri fiori
di quella dura terra, nelle mie mani
depositarono come se l'avessero trovati nella più fonda
miniera, come se quei fiori figli dell'acqua rossa
risalissero dal fondo sepolto dell'uomo.
Presi le loro mani e i loro fiori,
terra frantumata e minerale,
profumo di petali profondi e di dolori.
E nel guardarli seppi da dove venivano
fino all'aspra solitudine dell'oro;
e mi mostrarono come gocce di sangue
le loro vite disperse.
Erano nella loro povertà
la cittadella fiorita, il mazzo
della dolcezza e suo metallo remoto.
Fiori di Punitaqui, arterie, vite,
accanto al mio letto, di notte, il vostro aroma
s'innalza e mi guida nei più sotterranei
corridoi del cordoglio,
sulle alture bucate, sulla neve, e di nuovo
nelle radici dove solo arrivano le lacrime.
Fiori, fiori delle altitudini,
fiori di miniera e di pietra, fiori
di Punitaqui, figli
dell'amaro sottosuolo: mai dimenticati,
in me vivi rimaneste, creando
la purezza immortale, una corolla
di pietra che non muore.
VII. L'oro
EBBE l'oro quel giorno di purezza.
Prima di riaffondare la sua struttura
nella sudicia fine che l'attende,
da poco giunto, da poco staccato
dalla solenne statua della terra,
fu depurato dal fuoco, ed avvolto
dal sudore e dalle mani dell'uomo.
Qui il popolo diede congedo all'oro.
E terrestre era il suo contatto, puro
come madre grigia dello smeraldo.
Proprio uguale era la mano sudata
che raccolse il lingotto aggrovigliato,
al primo ceppo di terra ridotta
dall'infinita vastità del tempo,
al colore terricolo dei semi,
al suolo vigoroso dei segreti,
alla terra che elabora i grappoli.
Terre dell'oro senza macchia, umani
materiali, metallo immacolato
del popolo, verginee miniere,
che si sfiorano cieche nell'immane
crocicchio delle strade rispettive:
l'uomo resterà a morder polvere,
e sarà per sempre terra petrosa,
e l'oro salirà sopra il suo sangue
sino a ferire e regnare sul ferito
VIII. La strada dell'oro
ENTRATE, signori, comprate patria e terreni,
Dimore, ostriche, benedizioni,
Tutto al vostro arrivo si vende.
non v'è torre che non cada al vostro esplosivo,
non v'è presidenza che rifiuti nulla,
non v'è rete che non serbi tesoro.
Poiché siamo "liberi" come il
vento,
potete comprare il vento, la cascata,
e sulle distese di cellulosa
preparare le opinioni corrotte,
o raccogliere amore senz'arbitrio,
spodestato nel lino mercenario.
L'oro ha mutato abito assumendo
forme di straccio, di logora carta,
freddi fili di lama invisibile, cinte di dita
attorcigliate.
Nel suo nuovo castello, alla
donzella
recò il padre d'aperta dentatura
il piatto di biglietti
che la bella divorò, e là nel suolo
se li contese a forza di sorrisi.
Diede egli al Vescovo l'investitura
dei secoli dell'oro, aprì la porta
dei giudici, ebbe cura dei tappeti,
fece tremar la notte nei bordelli,
e corse con i suoi capelli al vento.
(Io ho vissuto l'età in cui
regnava.
Ho visto consumato putridume,
piramidi di sterco sovrastati
dall'odore: strappare e riportare al trono
cesari della pioggia purulenta,
convinti del peso che mettevano
sulle bilance, rigidi
burattini di morte, calcinati
da una cenere dura e divorante.)
IX. Lo sciopero
ANDAI più in là dell'oro: nello sciopero.
Là perdurava il filo delicato
che gli esseri riunisce, lì la cinta pura
dell'uomo viva restava.
La morte li mordeva,
l'oro tendeva aspri denti e veleno
contro il loro, ma il popolo pose
le sue pietre focaie sulla porta,
fu zolla solidale che lasciava
scorrere la lotta la tenerezza
come due acque parallele,
fili
delle radici, onde della stirpe.
Ravvisai lo sciopero nelle braccia
che, incrociate, trascurano l'insonnia
e in una pausa trepida di lotta
vidi per prima volta l'unica cosa viva!
L'unità delle vite degli uomini.
Nella cucina della resistenza
con poveri focolari, negli occhi
delle donne, nelle mani preclare
che con impaccio si protendevano
verso l'ozio d'un giorno
come in un mare azzurro sconosciuto,
nella fraternità del pane scarso,
nell'inviolabile riunione, in tutti
i germi di pietra che sorgevano,
in quella melagrana valorosa
formata col sale dei derelitti,
trovai infine la fondazione perduta,
la remota città della dolcezza.
X. Il poeta
Dapprima per la vita vagai, in mezzo
a un amore dolente: e conservai
una piccola pagina di quarzo
che mi confisse gli occhi nella vita.
Comprai bontà, visitai il mercato
della cupidigia, aspirai le acque
più sorde dell'invidia, l'inumana
ostilità d'esseri e di maschere.
Vissi un mondo di pantano marino
dove i fiore, il giglio, d'improvviso,
m'ingoiava in un tremito di spuma,
e dove posi il piede la mia anima
scivolò verso i denti dell'abisso.
Nacque così la mia poesia, appena
riscattata dalle ortiche, impugnata
sulla solitudine come un castigo,
o, per sotterrarlo, chiuse nel parco
della lascivia il più segreto fiore.
Così isolato come l'acqua oscura
che vive nelle fonde gallerie,
corsi di mano in mano, all'isolarsi
d'ogni essere, all'odio quotidiano.
Seppi che così vivevano, coprendo
la metà degli esseri, come pesci
del più strano mare, e nelle fangose
immensità io incontrai la morte.
La morte che apriva porte e sentieri.
La morte che scivolava sui muri.
XI. La morte nel mondo
La MORTE comandava, e raccoglieva
In contrade e sepolcri il suo tributo:
l'uomo con un pugnale o un portafoglio,
a mezzogiorno o a luce notturna,
desiderava uccidere, e uccideva,
seppelliva le persone e le fronde,
assassinava e divorava morti.
Preparava le sue reti, spremeva
e dissanguava, usciva di mattina
già pronto a fiutar sangue della caccia,
e al ritorno del suo trionfo era avvolto
da frammenti di morte e d'abbandono;
e allora uccidendosi seppelliva
con cerimonia funebre i suoi passi.
Le dimore dei vivi erano morte.
Macerie, tetti in rovina, orinali,
vicoli vermicolari, caverne
piene di pianto umano accumulato.
- Così devi vivere - era il decreto.
- Marcisci nel tuo elemento - disse il Capo.
- Tu sei immondo - argomentò la Chiesa.
- Distenditi nel fango - ti dissero.
E alcuni armarono la cenere
perché essa governasse e decidesse,
mentre il fiore dell'uomo dava colpi
contro i muri che gli avevano creato.
Il cimitero ebbe fasto e pietra.
Silenzio per tutti e grave presenza
di vegetali altri e affilati.
E infine sei qui, infine ci lasci
un vuoto al centro della selva amara,
rimani infine teso tra pareti
che non trapasserai. E ogni giorno
i fiori come un fiume di profumo
si sono riuniti al fiume dei morti.
I fiori che la vita non toccava
caddero sopra il vuoto che lasciasti.
XII. L'uomo
Qui incontrai l'amore. Nacque nella sabbia,
crebbe senza voce, toccò le selci
della durezza e resisté alla morte.
Qui l'uomo era vita che raccoglieva
l'intatta luce, il mare superstite,
e attaccava e cantava e combatteva
con la stessa coesione dei metalli.
E qui i cimiteri erano terra
appena sollevata, croci rotte,
e sopra i loro legni liquefatti
s'avvicinavano i venti sabbiosi.
XIII. Lo sciopero
STRANA era la fabbrica inattiva.
Un silenzio nelle sale, una distanza
tra la macchina e l'uomo, come un filo
tagliato in mezzo a due pianeti, un vuoto
delle mani dell'uomo a consumare
il tempo costruendo, e poi i nudi
spazi senza lavoro e senza suono.
Appena l'uomo abbandonò le tane
della turbina, e quando distaccò
le sue braccia dal fuoco, e tolse gli occhi
dalla ruota e la luce vorticosa
si fermò nel suo cerchio invisibile,
di tutte le potenze poderose,
dei circoli puri dell'energia,
della forza spaventosa rimase
un mucchio d'inutili acciai, e l'aria
vedova nelle sale senza uomo,
e dell'olio il solitario sentore.
Nulla esisteva senza quel frammento
maltrattato, senza Ramírez,
senza l'uomo dagli abiti stacciati.
Là giaceva la pelle dei motori,
in potenza morta accumulata,
come neri cetacei giù nel fondo
pestilenziale d'un mare immobile,
o montagne crollate d'improvviso
nella solitudine dei pianeti.
XIV. Il popolo
Portava il popolo le sue bandiere rosse
e tra la gente sulle pietre che calcava
io mi trovai, nel giorno strepitoso
e sulle alte canzoni della lotta.
Vidi passo a passo le sue conquiste.
Sola strada era la resistenza,
mentre isolati eran brani rotti
d'una stella, senza bocca né spicco.
Così nell'unità fatta in silenzio
erano il fuoco, il canto invincibile,
il lento passo umano sulla terra,
trasformato in profondità e battaglie.
Erano dignità che combatteva
gli antichi soprusi, e risvegliava
a sistema l'ordine delle vite,
che bussavano alle porte per prender posto
nella sala principale con le bandiere.
XV. La lettera
Così fu. E così sarà. Nei monti
calcarei, e sulle sponde
del fumo, nelle piccole officine,
vi è un messaggio scritto sulle pareti
e il popolo, solo lui, può vederlo.
Le sue lettere tenui sono sorte
da sudore e silenzio. Stanno scritte.
Nell'andare, popolo, l'hai impastate
e stanno sulla notte come il fuoco
fiammeggiante e nascosto dell'aurora.
Entra, popolo, nei margini del giorno.
Marcia come un esercito, riunito,
e batti la terra con i tuoi passi
con identica cadenza sonora.
Sia uniforme il sudore nella lotta,
uniforme il sangue polveroso
del popolo fucilato nelle strade.
Su questa chiarezza potrà nascere
la fattoria, la città, la miniera,
e su questa unità pari alla terra
fecondatrice e ferma s'è impiantata
la stabilità creativa, ed il germe
della nuova città buona alla vita.
Luce dei gremi maltrattati, patria
formata da mani metallurgiche,
ordine creato dai pescatori
come un ramo del mare, uri armati
dal copioso esercito degli edili,
scuole cereali, ed armate dall'uomo.
Pace esiliata che ritorni, pane
distribuito, aurora, sortilegio
dell'amore terreno, edificato
sopra i quattro venti del pianeta.