Il fuggitivo

 

I. Il fuggitivo

II. Era l'autunno delle uve

III. E di nuovo alla notte accorsi

IV. Una giovane coppia aprì una porta

V. Ancora, un'altra notte, andai lontano

VI. Finestra dei colli! Valparaíso, specchio di stagno freddo

VII. Era l'alba del salnitro nella pampa

VIII. Amo, Valparaíso, ciò che racchiudi

IX. Ho percorso i celebrati mari

X. Così, di notte in notte

XI. Che ne puoi tu, maledetto, contro l'aria?

XII. A tutti, a voi tutti

XIII. Arena americana, solenne

Non mi sento solo nella notte...


I. Il fuggitivo

Per l'alta notte, per la vita intera,
di lacrima in foglio, di panno in panno,
sono andato in questi giorni nebbiosi.
Sono stato il fuggiasco della polizia:
e nell'ora di cristallo, nel folto
di stelle solitarie, ho attraversato città, boschi,
valichi e fattorie,
dalla porta d'un essere umano all'altro,
dalla mano d'un essere a un altro, a un altro ancora.
Severa è la notte, ma l'uomo
ha disposto i suoi fraterni segnali,
e alla cieca lungo strade e ombre
sono giunto alla porta illuminata,
al breve punto di stella ch'era mio,
al pezzetto di pane che nel bosco i lupi
non avevano ancora divorato.

Una volta, in una casa, tra i campi,
arrivai di notte, là nessuno
prima di quella notte avevo visto,
né immaginato quelle esistenze.
Le loro azioni, le loro ore
erano nuove alla mia conoscenza.
Entrai, erano cinque in famiglia:
in una notte d'incendio s'erano alzati.
Strinsi una mano
e un'altra mano, vidi un viso e un altro viso,
che nulla mi dicevano: erano porte
che prima non vedevo nella strada,
occhi che non conoscevano il mio viso,
e nell'alta notte, appena
accolto, m'adagia alla stanchezza,
a dormire l'angoscia del mio paese.

Mentre il sonno arrivava,
l'eco innumerevole della terra
coi i suoi rauchi latrati e le sue fibre
di solitudine, continuava la notte,
e io pensavo: "Dove mi trovo? Chi
sono costoro? Perché mi proteggono?
Perché, non  avendomi mai veduto,
m'aprono la porta e difendono il mio canto?".
E nessuno rispondeva,
solo un rumore di notte sfogliata,
un tessuto di grilli in costruzione:
la notte intera pareva
tremare appena nel fogliame.
Terra notturna, alla mia finestra
arrivavi con le tue labbra,
perché io dormissi dolcemente
come cadendo su migliaia di foglie,
di stagione in stagione, di nido in nido,
di ramo in ramo, sino a rimanere
d'improvviso addormentato
come un morto sulle tue radici.

Indice


II. Era l'autunno delle uve

Era l'autunno delle uve.
Fremeva il pergolato copioso.
I grappoli bianchi, velati,
erano dolci dita brinate,
e le uve nere empivano
le piccole poppe turgide
d'un segreto fiume sferico.
Il padrone di casa, artigiano
dal viso magro, mi leggeva
il pallido libro terrestre
dei giorni crepuscolari.
La sua bontà conosceva il frutto,
il ramo principale e l'arte
del potare che lascia all'albero
la sua nuda forma di coppa.
Con i cavalli discorreva
come fossero immensi fanciulli:
i cinque gatti e i cani di casa
gli venivano sempre dietro,
i primi inarcati e lenti,
gli altri correndo come pazzi
sotto i peschi infreddoliti.
Egli conosceva ogni ramo,
ogni cicatrice degli alberi,
e la sua antica voce mi spiegava,
mentre accarezzava i cavalli.

Indice


III. E di nuovo alla notte accorsi

E di nuovo alla notte accorsi. Mentre
Percorrevo la città, la notte andina,
la notte diffusa aprì la sua rosa
sul mio vestito.
Era inverno nel Sud.
La neve era salita
sul suo alto piedistallo, e il freddo
bruciava con mille punte gelate.

Il fiume Mopocho era neve nera.
E io, fra strada e strada di silenzio,
nell'inquinata città del tiranno.
Ahimè, ero come il silenzio stesso
nell'osservare quanto amore e amore
cadeva giù dai miei occhi al mio petto.
Perché l'una e l'altra via e l'arcata
della notte nevosa, e la notturna
solitudine dei vivi, e la mia gente
sommersa, oscura, nel suo borgo di morti,
tutto, l'ultima finestra
col suo ramoscello di luce falsa,
l'addensato corallo nero
di dimore e altre dimore il vento
mai consumato della mia terra,
tutto era mio, tutto
nel silenzio verso di me tendeva
una bocca d'amore piena di baci.

Indice


IV. Una giovane coppia aprì una porta

Una giovane coppia aprì una porta
che pure prima ignoravo.
Lei era
dorata come il mese di giugno,
e lui un ingegnere d'alto sguardo,.
Da quel momento con loro pane e vino
condivisi,
a poco a poco entrai
nella loro intimità sconosciuta.
Mi dissero: «Eravamo
separati,
il nostro dissenso era ormai eterno:
oggi siamo uniti per accoglierti,
oggi ti aspettiamo insieme».
Là, nella piccola
casa riuniti,
costruimmo silenziosa fortezza.
Mantenni il silenzio anche nel sogno.
Mi trovavo nel palmo stesso della città, sentivo quasi
i passi del Traditore, accanto ai muri
che mi racchiudevano, udivo
le voci luride dei carcerieri,
le loro sghignazzate da banditi,
le loro sillabe d'ubriaconi
messi lì tra le pallottole
nella cintura della patria mia.
La mia pelle silenziosa era quasi
sfiorata dai rutti degli Holger e Poblete,
i loro passi, strascicati, quasi
toccavano il mio cuore e le sue fiamme:
essi mandavano i miei alla tortura,
io serbavo la mia salute di spada.
E ancora, nella notte, addio, Irene,
addio Andrés, addio nuovo amico,
addio impalcature, addio stelle,
addio forse edificio incompiuto
che davanti alla mia finestra sembrava
popolarsi di fantasmi lineari.
Addio punto infimo del monte
che accoglievo nei miei occhi ogni sera,
addio luce verde al neon che apriva
con il suo lampo ogni nuova notte.

Indice


V. Ancora, un'altra notte, andai lontano

Ancora, un'altra notte, andai lontano.
Tutta la cordigliera della costa,
l'ampio bordo sul mare Pacifico,
e poi, in mezzo a tante vie tortuose,
vicoli e viuzze, Valparíso.
Entrai in una casa di marinai.
La madre mi aspettava.
«L'ho saputo solo ieri - mi disse -; mi figlio
m'ha chiamato, e il nome di Neruda
è stato come un brivido.
Ma gli ho detto: figlio mio, che comodità
Possiamo offrigli?». «È uno di noi,
povera gente - lui mi rispose -,
lui non deride e non disprezza
la nostra misera vita, ma l'esalta
e la difende». «Allora io: va bene,
d'ora in poi questa sarà casa sua».
Nessuno mi conosceva in quella casa.
Guardai la linda tovaglia, la brocca
D'acqua pura come quelle esistenze
Che dal fondo della notte come ali
Di cristallo mi venivano incontro.
Andai alla finestra: Valparaíso apriva le sue mille palpebre
Trepidanti, l'aria
Del mare notturno mi entrò nella bocca,
le luci delle colline, il tremore
della luna marittima sull'acqua,
l'oscurità come una monarchia
adornata di diamanti verdi,
tutta la nuova quiete che la vita
mi consegnava.
Guardai: la tavola era apparecchiata,
il pane, la salvietta, il vino, l'acqua,
e una fragranza di terra e tenerezza
inumidì i miei occhi di soldato.

Presso quella finestra di Valparaíso
trascorsi giorni e notti.
I marinai della mia nuova casa
ogni giorno cercavano
Una nave per partire.
Più volte venivano imbrogliati.
L'«Atomena»
non poteva imbarcarli, il «Sultana»
neppure. Mi spiegarono:
loro passavano la regalia
a questo e a quel capoccia. Ma altri
versavano di più.
Tutto era marcio
come nel Palazzo di Santiago.
Qui si trattava d'ungere le tasche
del caposquadra, o del segretario,
non eran grandi come le tasche
del Presidente, ma rosicchiavano
lo scheletro dei poveracci.
Triste repubblica frustata
come una cagna dai briganti,
essa ululava sola nelle strade,
bastonata dalla polizia.
Triste nazione «gonzalizzata»,
scaraventata dagli imbroglioni
nel vomito del delatore,
venduta nei logori crocicchi,
messa all'incanto e smantellata.
Triste repubblica nelle mani
di chi ha venduto sua figlia
e a consegnato la sua patria
Ferita, muta e ammanettata.
Tornavano i due marinai
e andavano a caricarsi sulle spalle
sacchi, banane, commestibili,
rimpiangendo il sale delle onde,
il pane marino e l'alto cielo.

Nel mio giorno solitario il mare
s'allontanava: guardavo allora
la fiamma vitale dei colli,
ogni casa sospesa nell'erta,
il palpito di Valparaíso:
le alture urbane straripanti
di vite, le porte dipinte
di turchese, scarlatto e rosa,
le scalinate rotte, sdentate,
i grappoli di misere porte,
le abitazioni sgangherate,
la nebbia e il fumo che stendono
reti di sale sulle cose,
gli alberi che si aggrappano
disperati alle fenditure,
i panni appesi sulle braccia
delle casupole inumane,
il roco sibilo improvviso
figlio delle imbarcazioni,
il rumore della salamoia,
della nebbia, la voce del mare,
fatta di tonfi e di sussurri,
tutto questo m'avvolgeva il corpo
come un nuovo vestito terrestre,
e io abitai la bruma sovrastante,
l'alto villaggio dei poveri.

Indice


VI. Finestra dei colli! Valparaíso, specchio di stagno freddo

Finestra dei colli! Valaparaíso, specchio di stagno freddo,
rotto qua e là da grida di pietre popolari!
Osserva con me dal mio nascondiglio
il porto grigio tempestato di barche,
acqua lunare appena tremolante,
immobili depositi del ferro.
In altro tempo remoto,
Valparaíso, il tuo mare fu affollato
delle sottili navi dell'orgoglio,
i Cinque Alberi con sussurro di grano,
i disseminatori del salnitro,
coloro che dagli oceani nuziali
vennero a te, a riempirti i magazzini.
Altri velieri del giorno marino,
crociati mercantili, stendardi
gonfiati dalla notte marinaia,
e con voi l'ebano e il purissimo
candore dell'avorio, e gli aromi
del caffè e della notte in altra luna,
Valparaíso, alla tua pace rischiosa
giunsero involgendoti di profumo.
Tremava il «Potosí» coi suoi nitrati
avanzando sul mare, pesce e dardo,
turgore azzurro, balena delicata,
verso altri neri porti della terra.
Quanta notte del Sud sopra le vele
arrotolate, sopra i capezzoli
eretti della maschera di prua,
quando sopra la Dama della nave,
volto di quegli scafi dondolanti,
tutta la notte di Valparaíso,
notte australe del mondo, discendeva.

Indice


VII. Era l'alba del salnitro nella pampa

Era l'alba del salnitro nella pampa.
Palpitava il pianeta del concime
fino a riempirti il Cile come una nave
di nevose stive.
Oggi guardo quant'è rimasto di quelli
che passarono senza lasciare traccia
sulle sabbie del Pacifico.
Guardate ciò ch'io guardo,
il feroce detrito
che lasciò nella gola del mio paese,
come un collare di pus, la pioggia d'oro.
Possa accompagnarti, o viandante,
questo sguardo immobile che trafigge,
legato al cielo di Valparaíso.

Vive il cileno
fra immondizie e vento sferzante, oscuro
figlio della dura Patria.
Vetri frantumati, tetti squarciati,
muri smantellati, calce lebbrosa,
porta interrata, impiantito di fango,
mal adagiato al profilo
del suolo.
Valparaíso, rosa immonda,
pestilenziale sarcofago marino!
Non ferirmi con le tue vie di spine,
con la tua corona d'aspre viuzze,
non farmi vedere il bambino offeso
dalla tua miseria di mortale pantano!
In te mi duole il mio popolo,
tutta la mia patria americana,
tutto ciò che hanno rosicchiato dalle tue ossa
lasciandoti attorniata dalla spuma
come una miserabile dea infranta,
sul cui dolce seno squarciato
orinano i cani affamati.

Indice


VIII. Amo, Valparaíso, ciò che racchiudi

Amo Valparaíso, ciò che racchiudi,
e ciò che irradi, sposa dell'oceano,
anche al di là della tua sorda aureola.
Amo la luce violenta con cui accogli
il marinaio nella notte del mare,
e allora tu sei - rosa di zagare  -
luminosa e nuda, fuoco e nebbia.
Nessuno venga con losco martello
a colpire ciò che amo, o difenderti:
solo la mia voce per i tuoi aperti
filari di rugiada, per le tue scale
dove la maternità salmastra
del mare ti bacia, solo le mie labbra
sulla tua corona fredda di sirena,
alzata nell'aria delle colline,
oceanico amare, Valparaíso.
Regina di tutte le coste del mondo,
autentica centrale d'onde e navi,
tu sei in me come la luna o come
il corso del vento nell'albereto.
Amo i tuoi vicoli delittuosi,
la tua luna di pugnale sui colli,
e nelle tue piazze la gente di mare
che veste d'azzurro la primavera.

È ora che si sappia, porto mio,
che ho tutti i diritti
di scrivere di te il bene e il male
e che io sono come le luci amare
che illuminano le bottiglie infrante.

Indice


IX. Ho percorso i celebrati mari

Ho percorso i celebrati mari,
lo stame nuziale, d'ogni isola,
sono il più marinaio della carta
e sono andato, andato, andato
fino all'ultima spuma,
ma il tuo penetrante amore marino
è rimasto impresso in me come in nessuno.
Tu sei la montagnosa testa principale
del grande oceano,
e sulla tua celeste groppa di centaura
i tuoi sobborghi sfoggiano le tinte
rosse e azzurre dei negozi di balocchi.
Entreresti in una boccia marinara
con le tue piccole case e il «Latorre»
come un ferro da stiro grigio in un lenzuolo
se non fosse che la grande bufera
del più immenso mare,
il colpo verde
delle raffiche glaciali, il martirio
dei tuoi terreni sconvolti, l'orrore
sotterraneo, il moto ondoso
di tutto il mare contro la tua torcia,
ti hanno fatto maestà di pietra cupa,
ciclopica chiesa della spuma.
Ti dichiaro il mio amore, Valparaíso,
e tornerò a vivere al tuo crocicchio,
quando tu ed io saremo liberi
di nuovo, tu nel tuo trono di mare
e vento, ed io nelle mie umide
terre filosofali. Vedremo come sorge
la libertà fra il mare e la neve.
Valparaíso, Regina sola, sola
Nella solitudine del solitario
Sud dell'Oceano,
ho guardato ogni gialla
roccia delle tue alture,
ho tastato il tuo polso torrenziale, le tue mani
da portuale mi diedero l'abbraccio
che il mio cuore ti chiese nell'ora notturna
e ricordo quando regnavi nel fulgore
di fuoco azzurro che il tuo regno sparge.
Non c'è altra pari a te sopra la sabbia,
Albacora del sud, Regina d'acqua.

Indice


X. Così, di notte in notte

Così, di notte in notte,
in quella lunga ora, quando il buio
sprofonda su tutto il lido cileno,
fuggitivo passai di porta in porta.
Altre umili case, altre mani
in ogni ruga della Patria stavano
ad aspettare i miei passi.
Passasti
Mille volte per quella porta che non ti disse nulla,
per quel muro senza tinta, per quelle
finestre con fiori appassiti.
Era per me il mistero:
esso per me palpitava;
era nelle zone del carbone,
bagnate dai tormenti,
era nei porti della costa
presso l'arcipelago antartico,
era forse, ascolta, in quella
strada sonora, in mezzo alla musica
del meriggio delle vie,
o a quella finestra presso il parco
che nessuno distinse dalle altre
finestre, e che m'attendeva
con un piatto di minestra pura
e il cuore sopra la tavola.
Tutte le porte erano mie,
tutti dissero:«È mio fratello,
portalo in questa povera casa»,
mentre il mio paese si tingeva
di tante pene
come un tino d'amaro vino.
Venne il piccolo stagnaio,
la madre di quelle ragazze,
il contadino sgraziato,
l'uomo che faceva il sapone,
la dolce scrittrice, il giovane
attaccato come un insetto
all'ufficio desolato,
vennero e sulla loro porta
c'era un segno segreto, una chiave
difesa come una torre
perché io entrassi d'improvviso,
di notte, di sera o di giorno,
e senza conoscere nessuno
dicessi: «Fratello, già sai chi sono,
credo che tu mi aspettavi».

Indice


XI. Che ne puoi tu, maledetto, contro l'aria?

Che ne puoi tu, maledetto, contro l'aria?
Che ne puoi tu, maledetto, contro tutto
ciò che fiorisce e sorge e tace e guarda,
e m'attende e ti giudica?
Maledetto, con i tuoi tradimenti
sta quanto hai comprato, e che devi
ogni tanto innaffiare di monete.
Maledetto, tu puoi
confinare, arrestare e torturare,
e in tutta fretta pagare all'istante,
prima che il venduto possa pentirsi,
potrai a stento dormire
circondato di fucili mercenari,
mentre nel grembo del mio paese
io vivo, fuggiasco della notte!

Che triste è il tuo piccolo ed effimero
Trionfo! Mentre Aragon, Ehrenburg,
Éluard, i poeti
di Parigi, i valenti
scrittori
del Venezuela e altri, altri, altri
sono con me,
tu, maledetto,
stai fra Escanilla e Cuevas,
Peluchoneaux e Poblete!
Io su scale che il mio popolo sostiene,
in grotte che il mio popolo nasconde,
sulla mia patria e la sua ala di colomba
dormo, sogno e abbatto le tue frontiere.

Indice


XII. A tutti, a voi tutti

A tutti, a voi tutti,
esseri silenziosi della notte
che mi prendeste per mano nel buio, a voi,
lampade
della luce immortale, linee di stella,
pane delle esistenze, fratelli segreti,
a tutti, a voi tutti,
dico: non c'è grazie che basti,
nulla può contenere
tutto il sole sulle bandiere
della primavera invincibile,
come le vostre tacite dignità.
Penso
soltanto
che forse sono stato degno di tanta
semplicità, di fiore così puro,
che forse io sono voi, appunto quella
briciola di terra, farina e canto,
quell'impasto naturale che sa bene
di dove nasce e a che cosa appartiene.
Non sono una campana tanto remota,
né un cristallo sepolto tanto profondo
che tu non possa intendere, sono solo
popolo, porta occulta, pane oscuro,
quando tu mi ricevi, te stesso
ricevi, quell'ospite
più volte percosso
e più volte
rinato.
A tutti, a tutti,
a quanti non conosco, a quanti non hanno
mai udito questo nome, a quanti
vivono lungo i nostri lunghi fiumi,
ai piedi dei vulcani, alla solforica
ombra del rame, a pescatori e contadini,
a indios azzurri delle sponde
di laghi scintillanti come vetri,
al calzolaio che interroga quest'ora
inchiodando il cuoio con antiche mani,
a te, a chi senza saperlo m'ha atteso,
io appartengo e m'assimilo e canto.

Indice


XIII. Arena americana, solenne

Arena americana, solenne
piantagione, rossa cordigliera,
figli, fratelli sgranati
dalle antiche tempeste,
riuniamo tutto il grano vivo
prima che torni alla terra,
e che il nuovo granturco che nasce abbia  udito le
tue parole
e le ripeta e si ripetano.
E si cantino il giorno e notte,
si mordano e si divorino,
e si propaghino per la terra,
e diventino, a un tratto, silenzio,
penetrino sotto le pietre,
scovino le porte della notte,
a suddividersi, a comportarsi
come il pane, come la speranza,
come l'aria delle navi.
Il granturco ti reca il mio canto,
sgorgato dalle radici
del mio popolo, per nascere,
per costruire, per cantare,
e per essere di nuovo seme
più numeroso nella bufera.

Qui stanno le mie mani sperdute.
Sono invisibili, ma tu
le vedi attraverso la notte,
attraverso il vento invisibile.
Dammi le tue mani, io le vedo
sopra le crude sabbie
della nostra notte americana,
e scelgo la tua e la tua,
questa e quell'altra mano,
quella che s'alza a lottare
e quella che ancora sarà seminata.

Indice


Non mi sento solo nella notte,
nell'oscurità della terra.
Sono popolo, popolo infinito.
Ho nella voce la forza pura
per attraversare il silenzio
e germinare nelle tenebre.
Morte, martirio, ombra, gelo,
coprono subito la semente.
E sembra sepolto il popolo.
Ma il granturco torna alla terra.
Hanno valicato il silenzio
le sue implacabili rosse mani.
e noi dalla morte rinasciamo.

 


Indice