La lampada nella terra

 

Amore, America (1400)

I Vegetazioni

II Alcuni animali

III Arrivano gli uccelli

IV Accorrono i fiumi

V Minerali

VI Gli uomini


Amore, America (1400)

Prima della parrucca e della giubba
furono i fiumi, i fiumi arteriali:
furono le cordigliere, sulle cui onde consunte
il condor o la neve immobili sembravano:
fu la denzità e l'umidore, il tuono
ancora senza nome, le pampas planetarie.

L'uomo fu terra, ciotola, palpebra
del tremulo fango, calco dell'argilla,
anfora caribica, pietra chibcha,
coppa imperiale o silice araucana.
Fu tenero e cruento, ma sull'impugnatura
sella sua arma d'umido cristallo,
le iniziali della terra erano
scritte.

Indice


I Vegetazioni

Sulle terre senza numeri e nomi
calava il vento da altre contrade,
recava la pioggia fili celesti,
e il dio degli inzuppati altari
restituiva fiori ed esistenze.

Nella fertilità cresceva il tempo.

Lo jacarandá issava una spuma
formata da bagliori trasmarini,
la araucaria dalle ispide lance
era grandiosità contro la neve,
l'albero primordiale del mògano
dai primi rami distillava sangue,
e nel sud dei làraci,
l'albero tuono, l'albero rosso
l'albero della espina, l'albero madre
il ceibo vermiglio,l'albero caucciù,
erano suono, volume terrestre,
erano territoriali esistenze.

Un nuovo diffuso aroma
riempiva, dagli interstizi
della terra, le respirazioni
tramutate in fumo e fragranza:
il tabacco selvatico innalzava
la sua rosa d'aria fantasiosa.
Come una lancia con punta di fuoco
apparve il granoturco, e si sgranò,
poi rinacque la sua figura,
disseminò la farina, ricoprì
cadaveri con le radici,
e, dopo, sulla sua cuna, vide
sorgere gli dèi vegetali.
Il seme del vento spargeva
sulle piume della cordigliera
rughe ed estensione,
luce spessa di germogli e boccioli,
aurora cieca allattata
dai balsami terragni
dell'implacabile ampiezza piovosa,
dell'ermetiche notti originarie,
delle mattutine cisterne.
E, allora, sulle pianure,
come lamine del pianeta,
sotto un recente popolo di stelle,
l'ombù, re dell'erba, tratteneva
l'aria libera, il volo rumoroso,
e cavalcava la pampa, domandola
con cavezza di redini e radici.

America, albereto,
rovo selvatico tra i mari,
da un polo all'altro facevi oscillare,
verde tesoro, la tua fitta selva.
Germogliava la notte
entro città dalle sacre cortecce,
entro legni sonori,
vaste foglie che coprivano
la pietra germinale, i nascimenti.
Utero verde, americana
landa seminale, densa cantina,
una rana è nata come un'isola,
una foglia ha preso forma di spada,
un fiore s'è fatto folgore e medusa,
un grappolo ha raccolto il succo in sfera,
una radice è calata nel buio.

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II Alcuni animali

Era il crepuscolo della iguana.
Dall'iridescente cresta merlata
la sua lingua, come un dardo,
s'immergeva nella verzura;
il monacale formichiere calcava
con melodioso piede la foresta;
il guanaco sottile come ossigeno,
nelle vaste alture brune,
passava calzando stivali d'oro,
mentre il lama apriva candidi
occhi sulla delicatezza
del mondo pieno di rugiada.
Le scimmie intrecciavano un filo
interminabilmente erotico
fra le sponde dell'aurora,
muri di polline abbattendo
e turbando il volo violetto
delle farfalle di Muzo.
Era la notte dei caimani,
la notte pura e pullulante
di musi che sbucavano dal fango;
e, dai pantani sonnolenti,
un opaco rumore d'armature
richiamava all'origine terrestre.

Il giaguaro toccava le foglie
con la sua fosforescente assenza,
il puma corre in mezzo ai rami
come la fiamma che divora,
mentre in lui bruciano gli occhi
alcolici della foresta.
I tassi frugano i piedi
del fiume, e annusando il nido
la cui palpitante delizia
attaccheranno con i rossi denti.

E sul fondo dell'acqua immensa,
come il circolo della terra,
sta la gigantesca anaconda
avvolta di melme rituali,
divoratrice e religiosa.

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III Arrivano gli uccelli

Tutto era volo sulla nostra terra.
Come gocce di sangue e penne
i cardinali dissanguavano
la prima aurora di Anáhuac.
Il tucán era una splendida
Cesta di frutta verniciata,
il colibrì serbò le faville
originali del baleno
ed i suoi minuscoli falò
nell'aria immobile ardevano.

Riempivano gli illustri pappagalli
la profondità del fogliame
come lingotti d'oro verde
da poco usciti dall'impasto
delle paludi inabissate,
e dai loro occhi rotondi
occhieggiava un anello giallo,
antico come i minerali.
Tutte le aquile del cielo
nutrivano la loro razza cruenta
là nell'azzurro inabitato,
e, sulle penne carnivore,
volava al di sopra del mondo
il condor, monarca assassino,
frate solitario del cielo.
Talismano, della neve,
uragano della falconeria.
L'ingegneria dell'hornero
faceva del fango fragrante
piccoli teatri sonori
e là compariva cantando.
L'atajacaminos lanciava
il suo verso in inumidito
sull'orlo delle cisterne.
La palomba araucana asprì
nidi di sterpi costruiva
e vi lasciava il regale dono
delle sue uova dai riflessi azzurri.

Fragrante la loica del Sud,
dolce carpentiere d'autunno,
mostrava il suo petto stellato
di, costellazioni scarlatte,
e il chingolo australe innalzava
il suo flauto da poco estratto
dalla eternità dell'acqua.
Ma, umido come una ninfea,
il flamenco apriva le porte
della sua rosea cattedrale,
e volava come l'aurora,
lungi dal bosco soffocante
ove penzolano i gioielli
del quetzal, che d'un tratto sì sveglia,
si muove, scivola e folgora
e fa volare la sua intatta brace.

Vola una montagna marina
Verso le isole, e una luna
D'uccelli tutti diretti al Sud,
sulle isole fermentate
del Perù.
È un fiume animato di ombre,
è una cometa di piccoli
e innumerevoli cuori
che oscurano il sole del mondo
come un astro di folta coda
che palpiti verso l'arcipelago.

E al finale dell'iracondo
Mare, nella pioggia dell'oceano,
spuntano le ali dell'albatros
come due sistemi di sale,
che stabiliscono nel silenzio,
tra le raffiche torrenziali,
con la  loro spaziosa gerarchia,
l'ordine delle solitudini.

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IV Accorrono i fiumi

AMATA di tanti fiumi, contesa
da acqua azzurra e gocce trasparenti,
pari a un albero di vene è il tuo spettro
di oscura dea che addenta mele:
allora nel destarti, nuda,
tu eri tatuata dai fiumi,
e sui monti bagnati la tua testa
riempiva il mondo di nuove rugiade.
Ti trepidava l'acqua alla cintura.
Di sorgenti tu eri costruita
e ti lucevano laghi sulla fronte.
Dalla tua densità primaria coglievi
l'acqua come le lacrimi vitali,
e alla spiaggia trascinavi gli alvei
attraverso la notte planetaria,
solcando aspre rocce dilatate,
travolgendo, nel cammino,
tutto il sale della geologia,
tagliando boschi dai muri compatti,
e distaccando i muscoli del quarzo.

Orinoco
Orinoco, lasciami alle tue rive
in quell'ora senz'ora:
lasciami, come un tempo , andare nudo,
entrare nel tuo buoi battesimale.
Lasciami, Orinoco d'acqua scarlatta,
affondare le mani che tornano
alla tua maternità, alla tua corsa,
fiume di razze, patria di radici,
il tuo ampio suono, la tua aspra lama
viene da dove io stesso provengo,
da povere e altere solitudini,
da un segreto di sangue, da una madre
silenziosa d'argilla.

Amazzoni
Rio delle Amazzoni,
capitale delle sillabe dell'acqua,
padre patriarca, tu sei
la segreta eternità
delle fecondazioni,
fiumi ti cadono addosso come uccelli,
ti coprono pistilli color d'incendio,
i grandi tronchi morti ti riempiono di profumo,
la luna non ti può vegliare o misurare.
Sei tutto carico di verde sperma
come un albero nuziale, sei argentato
dalla selvaggia primavera,
sei tinto di rosso dai legni,
azzurro tra la luna delle pietre,
vestito di ferruginosi fumi,
e lento come un giro di pianeta.

Tequendama
Rammenti, Tequendama,
il tuo ermo deflusso fra le vette
senza testimoni, filo
delle solitudini, volontà sottile,
linea celeste, freccia di platino;
rammenti, passo a passo,
quando aprivi muri d'oro
per poi cader dal cielo nel teatro
terrificante della vuota roccia?

Bío-Bío
Ma su, parlami, Bío-Bío:
sono le parole tue quelle
che guizzano nella mia bocca,
sei tu che m'hai dato il linguaggio,
e m'hai dato il canto notturno
misto di pioggia e di fogliame.
Quando nessuno guardava quel bimbo,
tu mi narrasti il sorgere del giorno
dalla terra, la poderosa
pace del tuo regno, l'ascia sepolta
con un mazzo di frecce morte,
ciò che le foglie di magnolia
in mill'anni t'avevano narrato;
vidi poi che ti consegnavi al mare
diviso in bocche e insenature,
largo e florido, mormorando
una sorta color di sangue.

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V Minerali

Madre dei metalli, ti bruciarono,
ti morsero, ti martirizzarono,
ti accorsero, e quando gl'idoli
più non poterono difenderti,
allora ti fecero marcire.
Liane che scalano la chioma
della notte silvestre, mogani
che danno l'anima alle frecce,
ferro ammassato nella soffitta fiorita,
austeri artigli delle aquile
condottiere della mia terra,
acqua ignorata, e sole perverso,
onda di crudele spuma,
pescecane in agguato, dentatura
delle cordigliere antartiche,
dea-serpente rivestita di piume
e assottigliata da un veleno azzurro,
febbre ancestrale inoculata
da migrazioni d'ali e di formiche,
acquitrini, farfalle
dall'acre pungiglione, legni
prossimi al minerale,
perché il coro degli avversi
non ha difeso il tesoro?

Madre delle oscure
pietre che tingerebbero
di sangue le tue ciglia!
Il turchese
dalle sue fasi, dal brillio di larva
nasceva appena per i gioielli
del sole sacerdotale, dormiva il rame
nei suoi giacimenti solforici,
e l'antimonio di strato in strato andava
giù nel profondo della nostra stella.
Il carbon fossile dava neri bagliori
Come l'inverso assoluto della neve,
nero gelo incistato nell'immota
e segreta tormenta della terra,
quando uno splendore giallo d'uccello
seppellì le correnti dello zolfo
al più delle glaciali cordigliere.
Il vanadio si vestiva di pioggia
per entrare nella stanza dell'oro,
affilava coltelli il tungsteno,
e il bismuto intrecciava
chiome medicinali.
Le lucciole sbagliate
continuavano la scalata ai monti,
sprigionando gocce di fosforo
sul solco degli abissi
e sulle vette ferruginose.

Sono le vigne della meteora,
i sotterranei dello zaffiro.
Sugli altipiani il piccolo soldato
dorme avvolto in panni di stagno.

Il rame fonda i suoi delitti
nelle tenebre insepolte
cariche di materia verde,
e nel silenzio accumulato
dormono le mummie devastatrici.
Nella dolcezza chibcha, l'oro
dagli oscurati tempietti
lentamente viene fuori
e va incontro ai guerrieri,
si tramuta in rossi stami,
in cuori laminati,
in fosforescenza terrestre,
in favolosa dentatura.
Io dormo, allora, con il sonno
di una semente, di una larva,
e le scale di Querétaro
con te discendo.
Mi hanno atteso
le pietre dell'indecisa luna,
l'opale, gemma color di squame,
l'albero morto di una chiesa
agghiacciata dalle ametiste.

Come potevi, Colombia ciarliera,
sapere che le tue pietre scalze
nascondessero una bufera
d'oro iracondo,
come potevi, patria
dello smeraldo, scoprire
che il giallo di morte e di mare,
lo splendore nel suo brivido,
avrebbe scalato le gole
dei monarchi invasori?

Eri pura nozione di pietra,
rosa allevata dal sale,
perniciosa lacrima sepolta,
sirena dalle arterie assopite,
belladonna, nera serpe.
(Mentre la palma diffondeva
in alti pettini la sua colonna,
gradualmente il sale licenziava
lo splendore delle montagne:
tramutava in vesti di quarzo
le gocce di pioggia sulle foglie
e trasformava gli abeti
in lunghi viali di carbone.)

Io corsi tra i cicloni incontro al rischio,
e scesi alla luce dello smeraldo,
risalii ai pampini del rubino,
ma tacqui per sempre nella statua
del nitrato disteso sul deserto.
Vidi come nella cenere
dell'ossuto altipiano
lo stagno innalzava in coro
i suoi larghi rami di veleno
sino a spandere come una selva
la nebbia equinoziale, e coprire l'orma
delle nostre dinastie cereali.

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VI Gli uomini

Simile alla coppa dell'argilla
era la razza minerale, l'uomo
fatto di pietre e d'atmosfera,
terso come una brocca, sonoro.
La luna impastò gli indios Caribes,
estrasse l'ossigeno sacro,
stritolò fiori e radici.
Cominciò l'uomo delle isole
a intrecciare fronde e ghirlande
di solfurei polimiti,
e a soffiare nel tritone marino
lungo la riva delle spume.

 

Il Tarahumara si vestì di spini
E nelle distese del Nord-Est,
con sangue e pietre focaie, creò il fuoco,
mentre l'universo stava nascendo
di nuovo nella creta del Tarasco:
i miti delle terre amorose,
l'esuberanza umida
in cui loto sessuale e frutta sfatte
diventavano tratto degli dèi
o pallide pareti d'anfora.

Pari a fagiani sfavillanti
discendevano i sacerdoti
dagli scaloni aztechi.
I gradini triangolari
Reggevano l'innumerevole
Brillio degli ampi rivestimenti.
E la maestosa piramide,
pietra su pietra, aria e agonia,
nella sua struttura di dominio
come una mandorla custodiva
un cuore sacrificato.
In un tuono, simile a un urlo,
cadeva il sangue
sulle sacre scalinate.
Ma turbe di popoli la fibra
Tessevano, difendevano
L'avvenire dei raccolti,
intrecciavano il lustro delle penne,
domavano il turchese,
e, nelle lunghe fronde dei tessuti,
esprimevano la luce del mondo.

Maya, voi avevate rovesciato
l'albero della conoscenza.
con effluvio di razze frumentarie
s'innalzavano le strutture
dell'esame e della morte,
e, gettandovi spose d'oro,
scrutavate nelle cisterne
la permanenza dei germi.

Chichén, i tuoi rumori aumentavano
nell'aurora della foresta.
i lavori via via componevano
la simmetria dell'alveare
nella tua gialla cittadella,
e il pensiero minacciava
il sangue dei basamenti,
rovesciava il cielo nell'ombra,
orientava la medicina,
e scriveva sopra le pietre.

Il Sud era un dorato stupore.
Le alte solitudini
di Macchu Picchu alla soglia del cielo
erano piene di oli e di canti,
l'uomo aveva violato le dimore
dei grandi uccelli sulle montagne,
e nel nuovo regno, in mezzo alle vette,
il contadino toccava i semi
con le dita ferite dalla neve.
Il Cuzco albeggiava come un trono
di torrioni e di granai,
e quella stirpe di pallida ombra
era il fiore pensieroso del mondo,
nelle cui mani aperte tremavano
diademi d'imperiali ametiste.
Germogliava sulle terrazze
il granturco delle alte terre
e per i sentieri vulcanici
passavano i vasi e gli dèi.
L'agricoltura profumava
il regno delle cucine
e distendeva sopra i tetti
un manto di sole sgranato.

(Dolce razza, figlia dei monti,
stirpe di torri e di turchese,
chiudimi gli occhi in quest'istante,
prima d'incamminarci al mare
di dove vengono i dolori.)

quella foresta azzurra era una grotta,
e nel mistero d'alberi e tenebre
il Guaraní cantava
come il fumo che s'innalza di sera,
come l'acqua sopra le frasche,
la pioggia in un giorno d'amore,
la tristezza sulle rive dei fiumi.

In fondo all'America senza nome
stava Arauco in mezzo alle acque
vertiginose, isolato
da tutto il freddo del pianeta.
Guardate il gran Sud solitario.
Non si scorge fumo sui monti.
Si vedono solo i ghiacci
e il vento di ponente respinto
dalle scontrose araucarías.
Non cercare sotto il fitto verde
il canto dei vasai.

Tutto è silenzio d'acqua e vento.

Ma tra le foglie ecco il guerriero.
E tra i larici spunta un grido.
E due occhi di tigri in mezzo
alle montagne nevose.

Guarda le lance a riposo.
Ascolta il sussurro dell'aria
Trafitta dalle frecce.
guarda i petti e le gambe,
e le chiome nereggianti
che brillano alla luce della luna.

Guarda il vuoto dei guerrieri.

Non c'è nessuno. Trilla la diuca
come l'acqua nella notte pura.

Intreccia il condor il suo nero volo.

Non c'è nessuno. Ascolta. Ascolta l'albero,
ascolta l'albero araucano.

Non c'è nessuno. Guarda le pietre.

Guada le pietre di Arauco.

Non c'è nessuno, solo gli alberi.

Solo le pietre ci sono, Arauco.


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