
I. Si desti il taglialegna (1948)
III. Anche io America, molto oltre le tue terre procedo
IV. Ma se armi i tuoi eserciti, Nordamerica
V. Ma nulla di tutto questo accada
VI. Pace per i tramonti che verranno
I. Si desti il taglialegna (1948)
A ovest del Colorado River
c'è un luogo che amo.
Là mi sento chiamato con tutto quanto
in me trascorre palpitando,
con quanto sono stato e sono,
con quanto io sostengo.
Alte rocce rosse vi sono: l'aria
selvaggia di mille mani
ne fece edificate strutture:
cieco lo scarlatto sgorgò dagli abissi
e in esse divenne rame, fuoco e forza.
America, tesa come pelle di bufalo,
aerea e chiara notte del galoppo,
là, verso le montagne stellate,
io bevo alla tua coppa di verde rugiada.
Sì, lungo l'aspra Arizona e il Wisconsin nodoso,
fino a Milwaukee issata contro il vento e la neve,
o attraverso gli infocati pantani di West Palm,
odore d'accaio dei tuoi boschi,
andai terra madre calpestando,
azzurre foglie, sassi di cascata,
uragani con fremiti come d'intera musica,
fiumi con litanie di monasteri,
anatre e mele, terre e acque,
e un'infinita quiete perché nasca il grano.
Lì, nella mia piatra centrale, potei tendere all'aria
occhi, orecchi, mani, fino a udire
libri, locomotive, neve, lotte,
fabbriche, tombe, vegetali, passi,
e da Manhattan la luna sulle navi,
il canto della macchina che fila,
il cucchiaio di ferro che divora terra,
la perforatrice col suo colpo di condor,
e tutto ciò che taglia, schiaccia, scorre, cuce:
nascere e ripetersi di ruote e di esseri.
Amo la piccola casa del farmer. Le puerpere dormono
come in un aroma di sciroppo al tamarindo, le lenzuola
appena stirate. Arde
il fuoco in mille case circondate di cipolle.
(Gli uomini quando cantano presso il fiume
hanno una voce roca come le pietre del fondo:
il tabacco spuntò dalle sue larghe foglie
e come un genio del focolare venne in queste case.)
Entrate nel Missouri, guardate il cacio e la farina,
le tavole odorose, rosse come violini,
l'uomo che naviga nell'orzo,
il puledro azzurro appena domato fiuta
fragranze di pane e d'erba medica:
campane, papaveri, fucine,
mentre negli sconquassati cinema silvestri
l'amore schiude il suo sorriso
sopra il sogno nato dalla terra.
È la tua pace che amiamo, non la tua maschera.
Non è bello il tuo viso di guerriero.
Tu sei bella e vasta, Nordamerica.
Da umile culla provieni come una lavandaia,
presso i tuoi fiumi, bianca.
Costruita nell'ignoto,
è una pace d'alveare la tua dolcezza.
Amiamo il tuo uomo con le mani rosse
di fango dell'Oregon, il ragazzo negro
che ti recò la musica sgorgata
nella sua regione d'avorio: amiamo
la tua città, la tua sostanza,
la tua luce, i tuoi congegni, l'energia
del West, il pacifico
miele d'arnia e di villaggio,
il gigantesco giovane sul trattore,
l'avena che ereditasti
da Jefferson, la rumorosa ruota
che misura il tuo terrestre oceano,
il fumo d'una fabbrica e il bacio
numero mille d'una nuova colonia:
il tuo sangue contadino noi amiamo:
la tua mano popolare unta d'olio.
Sotto la notte delle praterie, ormai è tanto tempo,
riposano sulla pelle di bufalo in un severo
silenzio di sillabe, il canto
di ciò ch'io fui prima di essere, di ciò che noi fummo.
Melville è un abete marino, dai suoi rami
nasce una curva di carena, un braccio
di legno e di nave. Whitman innumerevole
come i cereali, Poe nella sua matematica
oscurità, Dreiser, Wolfe,
recenti ferite della nostra stessa assenza,
e Lockridge ultimo, tutti legati agli abissi,
e tanti altri, tutti legati all'ombra:
su di essi s'accende la stessa aurora dell'emisfero
e di loro è fatto ciò che noi siamo.
Poderosi fanciulli, capitani ciechi,
talora atterriti da avvertimenti e fronde,
dalla gioia e dal dolore interrotti,
sotto le praterie attraversate dal traffico,
quanti morti nelle pianure mai prima solcate:
innocenti torturati, profeti stampati di fresco,
sulla pelle di bufalo delle praterie.
Dalla Francia, da Okinawa, dagli atolli
di Leyte (Norman Mailer lo ha descritto),
dall'aria infuriata e dalle onde,
sono tornati quasi tutti i ragazzi.
Quasi tutti... Amara e verde fu la storia
di fango e di sudore non ascoltarono
abbastanza il canto delle scogliere,
e non toccarono mai, forse solo per morire nelle isole, le corone
di fulgore e fragranza:
sangue e sterco
l'inseguirono, sudiciume e topi,
e uno stracco e desolato cuore che lottava.
Eppure ormai sono tornati,
voi li avete accolti
nell'ampio spazio delle aperte distese
ed essi (quelli che sono tornati) si sono chiusi
come una corolla di petali anonimi e infiniti
per poi rinascer e dimenticare.
II. Ma in più hanno trovato
Ma in più hanno trovato
un ospite nella casa,
o vennero con occhi nuovi (o erano stati ciechi prima),
o gli ispidi rami lacerarono le loro palpebre,
o nuove cose ci sono nelle terre d'America.
Quei negri che con te combatterono,
duri e sorridenti, guardateli:
Hanno piantato una croce
che brucia davanti alle loro case,
hanno impiccato e arso il tuo fratello di sangue:
prima ne avevano fatto un combattente, oggi gli negano
parola e decisione; di notte
si riuniscono i boia
incappucciati, con la croce e la frusta.
(Ben altro
si sentiva dire oltremare combattendo.)
Un ospite inatteso
come un vecchio polipo corroso,
immenso, avviluppante,
s'insediò nella tua casa, mio povero soldato;
i giornali stillano l'antico veleno, coltivato a Berlino.
I rotocalchi (Times, Newsweek, ecc.) sono diventati
fogli gialli di delazione: Hearst,
che cantò un canto d'amore ai nazisti, sorride
verso le scogliere o le steppe
a combattere per questo ospite che t'occupa la casa.
E non ti danno tregua: vogliono continuare a vendere
acciaio e proiettili, preparano altro esplosivo
che bisogna smerciare presto, prima che venga
nuovo esplosivo e cada in nuove mani.
Da ogni parte i padroni insediati
nella tua dimora allungano le falangi:
amano la Spagna nera e t'offrono una coppa di sangue
(un fucilato, cento fucilati): il cocktail Marshall.
Scegliete giovane sangue: contadini
di Cina, prigionieri
di Spagna,
sangue e sudore di Cuba zuccherifera,
lacrime di donne
delle miniere di rame e di carbone in Cile,
poi sbattetelo con energia,
come un colpo di garrote
e non dimenticate pezzetti di ghiaccio e alcune gocce
del canto Difendiamo la cultura cristiana.
È amaro questo miscuglio?
Ti abituerai, caro solfato, a berlo.
Da qualsiasi parte nel mondo, alla luce della luna,
e la mattina, nell'albergo di lusso,
chieda, signore, questa bevanda che rinforza e rinfresca
e la paghi con un buon biglietto
che porta impressa l'immagine di Washington.
Hai anche scoperto tornando che Charles Chaplin,
l'ultimo padre della tenerezza nel mondo,
deve scappare, e che gli scrittori (Howard Fast e altri),
gli scienziati e gli artisti
del tuo paese
debbono essere processati per un-american pensieri
davanti a un tribunale di mercanti arricchiti dalla guerra.
Fino alle ultime frontiere del mondo giunge il terrore.
Mia zia legge queste notizie spaventata,
e tutti gli occhi della terra guardano
questi tribunali di vergogna e di vendetta.
Sono le corti dei Babbitt sanguinari,
degli schiavisti, degli assassini di Lincoln,
sono le nuove inquisizioni ora innalzate
non dalla croce (anche allora era orribile e inspiegabile),
ma dall'oro rotondo che risuona
sui tavoli di postriboli e di banche
e che diritto non ha di giudicare.
A Bogotá si riunirono Moriñigo, Trujillo,
Gonzáles, Videla, Somoza, Dutra, e applaudirono.
Tu, giovane americano, non li conosci: sono
O tetri vampiri dei nostri cieli, e amara
È l'ombra delle loro ali:
carcere,
martirio, morte, odio: sì, le terre
del Sud, con petrolio e nitrato,
concepirono mostri.
Di notte, nel Cile, a Lota,
Nell'umile e fradicia casa dei minatori,
Piomba l'ordine del carnefice. I figli
Si destano piangendo.
Mille di loro
Sono in prigione e pensano.
Nel Paraguay
L'ombra fitta della foresta nasconde
Le ossa del patriota assassinato, uno sparo
riecheggia
nella fosforescenza dell'estate.
Lì la verità
è morta.
Perché non intervengono,
a difesa dell'Occidente, a San Domingo, Mister
Vandenberg,
Mister Armour, Mister Marshall e Mister Hearts?
Perché nel Nicaragua il Signor Presidente,
svegliato di notte, torturato, dovette
fuggire per poi morire in esilio?
(Ma banane ci sono da difendere laggiù, non libertà,
e per questo basta Somoza.)
Queste grandi
Idee vittoriose in Grecia
E in Cina fanno da sostegno
A governanti macchiati come immonde stuoie.
Oh, povero soldato!
III. Anche io America, molto oltre le tue terre procedo
Anch'io America, molto oltre le
tue terre procedo,
e laggiù alzo la mia casa errante, volo, passo,
canto e discorro attraverso i giorni.
E in Asia, nell'URSS, negli Urali mi soffermo
e distendo la mia anima imbevuta di solitudine e resina.
Amo tutto ciò che a colpi d'amore e di lotta
nelle grandi estensioni l'uomo ha creato.
L'antica notte dei pini
e il silenzio come un'alta colonna
circondano ancora la mia casa sugli Urali.
Grano e acciaio qui sono sbocciati
dalla mano dell'uomo, dal suo petto.
E un canto di martelli rallegra il bosco antico
come un nuovo fenomeno azzurro.
Da qui osservo vaste regioni umane,
geografia di bambini e di donne, amore,
fabbriche e canzoni, scuole
che come violacciocche brillano nella foresta
dove fino a ieri dimorava la volpe selvatica.
Sa questo punto la mia mano sulla carta abbraccia
il verde delle praterie, il fumo
di mille officine, gli aromi
tessili, la meraviglia
dell'energia dominata.
La sera faccio ritorno
lungo nuove strade da poco tracciate
ed entro nelle cucine
dove bollono i cavoli e dove nasce
una nuova sorgente per il mondo.
Anche qui tornano i ragazzi,
ma diversi milioni rimasero laggiù,
appesi a ganci, penzolanti dalle forche,
bruciati entro forni speciali,
distrutti al punto da non lasciare di sé
che il nome nel ricordo.
Anche le popolazioni furono assassinate:
assassinata fu la terra sovietica:
si confusero milioni di vetri e di ossa,
di vacche e di fabbriche, e persino la primavera scomparve ingoiata dalla
guerra.
E tuttavia tornarono i ragazzi,
e l'amore per la patria costruita
s'era in loro mescolato a tanto sangue
che patria dicono con le vene,
che Unione Sovietica cantano col sangue.
Alta era la voce dei conquistatori
di Prussica e di Berlino quando tornarono
perché rinascessero le città,
gli animali e la primavera.
Walt Whitman, alza la tua barba d'erba,
guarda con me da questo bosco,
da queste montagne profumate.
Che cosa vedi laggiù, Walt Whitman?
Vedo, mi dice il mio fratello profondo,
cedo come lavorano le officine,
nella città che i morti rammentano,
nella capitale pura,
nella spendente Stalingrado.
Vedo dalla distesa combattuta,
dalla sofferenza e dall'incendio
nascere nell'umidità del mattino
un trattore che cigolando va per le pianure.
Dammi la tua voce e il peso del tuo petto sepolto,
Walt Whitman, e le gravi
radici del tuo volto
per cantare queste ricostruzioni!
Insieme cantiamo ciò che sorge
da tutte le pene, e che sgorga
dal gran silenzio dalla severa
vittoria:
Stalingrado, si leva la tua voce d'acciaio,
solaio per solaio la speranza rinasce
come una casa collettiva,
e c'è un fremito di nuovo che va avanti
insegnando,
cantando
e costruendo.
Sì, dal sangue sorge Stalingrado
come un'orchestra d'acqua, di pietra e ferro
e il pane rinasce nelle panetterie,
la primavera nelle scuole;
essa innalza nuove impalcature, nuovi alberi,
mentre palpita il vecchio e ferreo Volga.
Questi libri
in casse ancora fresche di pino e di cedro,
stanno riuniti sopra la tomba
dei mordi carnefici:
questi teatri eretti sulle rovine
coprono resistenza e martirio:
libri chiari come monumenti:
un libro sopra ogni eroe,
sopra ogni millimetro di morte,
sopra ogni petalo di questa gloria immutabile.
Unione Sovietica, se insieme raccogliessimo
tutto il sangue che hai versato nella lotta,
tutto quello che hai dato, come una madre, al mondo
… perché la libertà agonizzante riavesse vita,
un nuovo oceano noi avremmo,
di tutti il più grande,
di tutti il più profondo,
come tutti i fiumi palpitante,
attivo come il fuoco dei vulcani araucani.
Affonda in questo mare la tua mano,
uomo di tutte le terre,
e sollevala poi per annegarvi
chi dimenticò, chi offese,
chi mentì e calunniò,
chi si unì ai cento botoli
del letamaio d’Occidente
per insultare il tuo sangue, Madre dei Liberi!
Qui, dall’aria fragrante dei pini degli Urali
Osservo la biblioteca che nasce
Nel cuore della Russia,
il laboratorio dove opera
il silenzio, osservo i treni che trasportano
legna e canti verso le nuove città,
e da questa pace balsamica, come da un nuovo petto,
sorge un palpito: alla steppa
fanno ritorno colombe e ragazze,
e agitano il loro candore,
gli aranceti si popolano d’oro:
e ora il mercato,
ogni mattina presto,
ha un nuovo aroma,
un nuovo aroma che viene dalle alte terre
dove il martirio fu più grande:
gli ingegneri fanno vibrare di numeri
la mappa delle pianure
e gli acquedotti si torcono come lunghi serpenti
sulle terre del nuovo inverno vaporoso.
In tre stanze del vecchio Cremlino
vive un uomo che si chiama Stalin.
Tardi si spegne la luce della sua finestra.
Il mondo e il suo pese non gli lasciano riposo.
Altri eroi hanno creato una patria,
egli non solo ha concorso a concepire la sua,
ma pure a costruirla,
a difenderla.
Il suo immenso paese è quindi parte del suo essere
ed egli non ha riposo perché il paese non ha riposo.
Già la neve e i proiettili
lo videro andare incontro ai vecchi banditi
che volevano (come oggi) far rivivere
il Knut e la miseria, l'angoscia degli schiavi,
l'assopito dolore di milioni di poveri.
Si oppose a quelli che, come Wrangel e Denikin,
venivano spediti dall'Occidente a "difendere la cultura".
E là quei paladini dei carnefici
ci lasciarono la pelle, e nell'ampio territorio
dell'URSS, Stalin lavorò notte e giorno.
Ma più tardi, in un'ondata di piombo,
vennero i tedeschi messi all'ingrasso da Chamberlain.
Lungo tutte le vaste frontiere,
in tutte le ritirate e le avanzate, dovunque Stalin li affrontò
e sino a Berlino, uragano di popoli, giunsero i suoi figli
e spaziosa recarono la pace di Russia.
Molotov e Voroscilov
sono là, li vedo,
sono là con gli altri, con gli altri generali,
loro, gli indomiti.
Fermi come querce sotto la neve.
Nessuno id loro possiede palazzi.
Nessuno ha per sé schiere di servi.
Nessuno si è arricchito in guerra
vendendo sangue.
Nessuno va a far la ruota, come un pavone,
a Rio de Janeiro o a Bogota'
per dare ordini ai piccoli satrapi macchiati di torture:
nessuno di loro ha duecento vetiti,
nessuno dispone d'azioni in fabbriche
d'armi,
e tutti, invece,
hanno investito azioni
nella gioia e nella costruzione
del vasto paese dove risuona l'alba
dischiusa nella notte della morte.
Essi hanno detto "compagno" al mondo.
E del falegname hanno fatto un re.
Per questa cruna non passerà un cammello.
Puliti furono i villaggi.
Divisa la terra.
Nobilitato lo sciavo.
Eliminato il mendicante.
Annientati i crudeli.
E la luce fu fatta nella spaziosa notte.
Per questo, a te, ragazza dell'Arkansa, oppure,
a te giovane dorato di West Point, o meglio
a te meccanico di Detroit, ovvero
a te scaricatore del vecchio porto di New Orleans,
a tutti parlo e dico: procedi sicuro,
apri il tuo orecchio all'ampio mondo umano.
Chi a te ora si rivolge
non è uno degli elegantoni dello State Departement,
né uno dei feroci padroni dell'acciaio,
ma un poeta dell'estremo Sud d'America,
figlio d'un ferroviere della Patagonia,
americano come l'aria delle Ande,
esule oggi da una patria dove
carcere, tormenti e angosce governano su tutto,
mentre rame e petrolio lentamente
oro diventano per alcuni re stranieri.
Tu non sei
l'idolo che in una mano regge l'oro
e nell'altra la bomba.
Tu sei
ciò ch'io sono, che fui, ciò che dobbiamo
proteggere, la fraterna sostanza sotterranea
di un'America purissima, gente
semplice dei sentieri e delle vie.
Mio fratello Juan vende scarpe
come tuo fratello John,
mia sorella Juana sbuccia patate
come tua cugina Jane,
e il mio sangue è di minatori e marinai
come il tuo sangue, Peter.
Apriremo insieme, tu e io, tutte le porte
perché l'aria degli Urali attraversi
la cortina d'inchiostro,
diremo insieme, tu e io, al pazzo furioso:
"My dear guy, fin qui sei arrivato, ora fermati",
qui la terra ci appartiene
perché più non si senta il sibilo
della mitragliatrice ma solamente
un canto, un canto ancora, e un altro canto.
IV. Ma se armi i tuoi eserciti, Nordamerica
Ma se tu armi i tuoi eserciti, Nordamerica,
per distruggere questa frontiera pura
e per mandare il beccaio di Chicago
a dirigere la musica e l’ordine
che amiamo,
noi sorgeremo dalle pietre e dall’aria
per morderti:
noi sorgeremo dall’ultima finestra
per rovesciarti addosso fuoco:
noi sorgeremo dalle acque più profonde
per inchiodarti con spine:
noi sorgeremo dal solco perché il seme
possa colpirti come un pugno colombiano,
noi sorgeremo per negarti pane e acqua,
noi sorgeremo per bruciarti nell’inferno.
Non posare quindi il tuo piede, soldato,
sulla dolce Francia, poiché lì noi staremo
affinché le verdi vigne diano aceto
e le ragazze povere ti mostrino i luogo
dov’è ancora caldo il sangue tedesco.
Non scalare i monti brulli di Spagna
perché ogni pietra diverrà di fuoco,
e per mill’anni laggiù combatteranno i prodi:
non ti perdere in mezzo agli oliveti perché mai
rimetterai piede a Oklahoma, e non entrare
in Grecia, ché persino il sangue che oggi versi
sgorgherà dalla terra per fermarvi.
Non venite a pescare a Tocopilla
perché il pescespada riconoscerà i vostri flagelli
e l’oscuro minatore d’Araucanicercherà le antiche frecce spietate
che attendono, sepolte, nuovi conquistatori.
Non vi fidate del gaucho che canta la sua vidalita,
né dell’operaio dei frigoriferi.
Essi saranno dovunque, occhi e pugni,
come i venezolani che vi fanno la posta
con una bottiglia di petrolio in una mano e una chitarra nell’altra.
E non entrare, non entrare neppure nel Nicaragua.
Sandino dormirà nella selva dino a quel giorno,
il suo volto non ha più palpebre,
ma le ferite con cui l’avete ucciso sono vive
come le mani di Portorico che aspettano
la luce delle lame.
Implacabile a voi sarà il mondo.
E non solo le isole saranno spopolate, ma anche l’aria
che ormai conosce le parole a lei care.
Non arrischiarti a chiedere carne umana
all’alto Perù: nella nebbia corrosa dei monumenti
il dolce avo della nostra stirpe affila
contro di te le sue spade di ametista,
e la roca conchiglia di guerra chiama a raccolta
per le valli i guerrieri, i figli di Amaru
armati di fionda. e non cercare nelle cordigliere messicane
uomini che vengano a combattere l’aurora:
i fucili di Zapata non dormono,
sono bene oliati e puntano alle terre del Texas.
Non entrare a Cuba, ché dal bagliore del mare, dai faticati campi di canne da
zucchero
un solo duro sguardo c’è che ti aspetta
e un solo grido, uccidere o morire.
Non toccare
la terra dei partigiani, la rumorosa
Italia: non andare oltre le file dei soldati in
jacket
che tieni a vivere a Roma, non andare oltre San Pietro:
più in là i rozzi santi dei villaggi,
i santi marini della pesca
amano il grande paese della steppa
dove di nuovo è sbocciato il mondo.
Non avvicinarti
ai ponti di Bulgaria: non ti lasceranno il passo;
nei fiumi di Romania getteremo
sangue bollente che brucerà gli invasori:
non salutare il contadino che ora conosce
la tombola dei padroni feudali, e sta all’erta
con il suo aratro e il suo fucile: non lo guardate
perché c’avvamperà come una stella.
Non sbarcate
in Cina: non ci sarà più Ciang il Mercenario
circondato dalla sua putrida corte di mandarini:
e vi aspetterà una serva di falci contadine
e un vulcano d’esplosivi e di spari.
In altre guerre s’usarono fossati d’acqua
e poi lunghissimi reticolati, irti di punte e aculei,
ma questo fossato è più grande, quest’acque più fonde,
questi reticolati più duri di tutti i metalli.
Sono un atomo e un altro del metallo umano,
sono l’uno e i mille nodi di vite e vite umane:
sono gli antichi dolori dei popoli,
di tutte le remote valli e contrade,
di tute le bandiere e di tutti le navi,
di tutte le grotte dove vissero ammassati,
di tutte le reti che affrontarono la tempesta,
di tutte le aspre rughe della terra,
di tutte le infernali caldaie soffocanti,
di tutti i telai e di tutte le fornaci,
di tutte le locomotive sperdute o riunite.
Questo reticolato gira mille volte intorno al mondo:
sembra che sia diviso, oppure esiliato,
ma d’un tratto s’uniscono le sue calamite
fino a riempire la terra.
Eppure ancora,
ancora più in là, raggianti e decisi,
duri come l’acciaio, e sorridenti,
pronti a cantare o a combattere
vi aspettano
uomini e donne della tundra e della taiga,
guerrieri del Volga che già vinsero la morte,
bambini di Stalingrado, giganti d’Ucraina,
tutta una grande e alta parete di pietra e di sangue,
di ferro e canti, di coraggio e speranza.
Se toccherete quel muro cadrete
inceneriti come il carbone delle fabbriche,
i sorrisi di Rochester diverranno tenebre,
ben presto sparsi all’aria delle steppe,
ben presto sepolti per sempre nella neve.
Verranno i combattenti: da quelli di Pietro il Grande
ai nuovi eroi che hanno stupito il mondo,
e le loro medaglie saranno freddi proiettili
che fischieranno senza tregua per tutta
l’ampia terra che oggi è fatta d’allegria.
E dal laboratorio coperto di convolvoli
uscirà anche l’atomo scatenato
verso le vostre città orgogliose.
V. Ma nulla di tutto questo accada
Ma nulla di tutto questo accada.
Si desti il taglialegna.
Venga Abraham con la sua ascia
e col suo piatto di legno
a mangiare con i contadini.
La sua testa di corteccia,
i suoi occhi visti sulle travi,
sulle rughe delle querce,
tornino a guardare il mondo,
sovrastando il fogliame,
più in alto delle sequoias.
Entri pure nelle farmacie,
prenda un autobus per Tampa,
addendi una mela gialla,
vada in un cinema, e parli
con tutta la gente semplice.
Si desti il Taglialegna.
Venga Abraham, e gonfi
il suo vecchio lievito la terra
dorata e verde d'Illinois,
e alzi l'ascia fra il suo popolo
contro i nuovi schiavisti,
contro la frusta dello schiavo,
contro il veleno della stampa,
contro la merce di sangue
ch'essi vogliono vendere.
Marcino alfine insieme,
sorridendo e cantando,
il giovane bianco, il giovane negro,
contro le mura dell'oro,
contro il fabbricante d'odio,
contro il mercante del loro sangue,
cantando, sorridendo, trionfando.
Si desti il Taglialegna.
VI. Pace per i tramonti che verranno
Pace per i tramonti che verranno,
pace per il ponte, pace per il vino,
pace per le parole che m'inseguono
e mi sorgono nel sangue intrecciando
di terra e di amori l'antico canto,
pace per la città nella mattina
allorché il pane si sveglia, pace
per il Mississippi, fiume delle radici:
pace per la camicia del fratello,
pace sul libro come un timbro d'aria,
pace per il grande colcos di Kiev,
pace per le ceneri di questi morti
e di quest'altri, pace per il ferro
nero di Brooklyn, pace per il postino
che va di casa in casa come il giorno,
pace per il coreografo che grida
con un megafono verso i caprifogli,
pace per la mia mano destra,
che soltanto vuol scrivere Rosario:
pace per il boliviano taciturno
come un blocco di stagno, pace
perché tu possa sposarti, pace
per tutte le segherie del Bio- Bio,
pace per il cuore lacerato
della Spagna guerrigliera:
pace per il piccolo Museo del Wyoming
dove la cosa più dolce
è un cuscino con un cuore ricamato,
pace per il fornaio e i suoi amori
e pace per la farina: pace
per tutto il grano che deve nascere,
per ogni amore che cercherà ombra di foglie,
pace per tutti quelli che vivono: pace
Io a questo punto vi saluto, torno
a bere con me il vino più rosso.
Io non vengo a risolvere nulla.
Io sono venuto qui per cantare
e per sentirti cantare con me.