Quitidiano on line

BREXIT. IL PREMIER JOHNSON CON LA PROROGATION GIOCA LA SUA ULTIMA CARTA

DI VIRGINIA MURRU
Il Regno Unito è in rivolta contro la decisione scellerata di Boris Johnson di sospendere in un momento così delicato l’attività del Parlamento, interpretata dal popolo come intento di portare a termine la questione Brexit, fosse pure ‘hard brexit’, ossia il ‘no-deal’ tanto temuto perfino da una parte dei parlamentari Tory.
Proprio tra questi ultimi sono decine le defezioni interne, per protesta contro le misure spregiudicate del premier, il quale, com’è noto, è deciso a sbarcare la Brexit a qualunque costo.
C’è chi rimpiange Theresa May, che è stata una convinta assertrice della logica dei Leave, e ha portato avanti in modo inflessibile e ortodosso le scelte di quella metà del popolo britannico che aveva votato contro la permanenza nel Mercato Unico.
E tuttavia la May, che in termini di risolutezza non aveva nulla da imparare, tendeva anche le orecchie verso il dissenso dei suoi, sul rischio della trattativa con Bruxelles che escludesse una ‘separazione consensuale’, nella quale vi fossero gli estremi del buon senso e della distensione.
E poi c’era la questione del backup, il problema della frontiera tra Irlanda del Nord e Irlanda: la pace, ottenuta dopo anni e anni di scontri e vittime, non poteva (e non può) essere insidiata. Indietro con la Storia non si torna, tuonava lo scorso dicembre il ministro degli Esteri irlandese. Mentre il capo negoziatore Ue, Michel Barner, prospettava la soluzione di tenere tra i confini del Mercato Unico l’Irlanda del Nord.
Lasciare all’Unione europea una ‘costola’ del Regno Unito in nome della Brexit? Mai. Per la May e il suo entourage politico si trattava di un ricatto da respingere categoricamente. Come sarebbe stato possibile concepirlo? C’è già la Scozia che scalpita dai tempi di Maria Stuarda, e ancora chiede a gran voce indipendenza tramite la premier Nicola Sturgeon, dunque cedere come nulla fosse una parte di sovranità sull’Irlanda del Nord, che avrebbe rischiato l’annessione al resto dell’isola? Impossibile, una provocazione per la premier.
Accettare l’indipendenza dei Paesi del Commonwealth non è stato uno scherzo per i privilegi che la Gran Bretagna vi aveva esercitato per secoli, ma dare corso al totale disfacimento dello Stato mai. E’ già una guerra in sordina tra Londra ed Edimburgo, nessuna delle parti disposta a mollare gli ormeggi sulla questione.
Di certo nessuno avrebbe immaginato, all’indomani dell’esito del referendum, che la Brexit sarebbe diventato un dilemma Shakespeariano di questa portata, che avrebbe creato conflitti politici tali da rischiare una guerra civile, dato il clima di divisione e tensione che si è creato nel volgere di tre anni.
Già un dilemma era la questione del divorzio dall’Ue, e tale resta, un’incognita che in apparenza ha una via maestra e tante diramazione, ma tutte strade tempestate di mine.
Intanto la Gran Bretagna ha già subito in tre anni pesanti contraccolpi economici e finanziari dopo la vittoria dei ‘Leave’, il 23 giugno 2016. Tantissime grandi industrie e importanti istituti di credito, hanno lasciato il Paese, altri sono in procinto di farlo, perché uscire dai Trattati dell’Unione europea non può che essere traumatico, trattandosi di un mercato che può contare su circa 500 milioni di persone, e agevolazioni in termini commerciali non di poco conto.
Negli ultimi giorni tutto il Paese si sta rivoltando contro Boris Johnson, c’è tensione, fermento e paura per le conseguenze di questo deliberato atto politico che potrebbe segnare con lettere di fuoco la sorte dell’economia britannica. Soprattutto potrebbe rendere più acuto il rischio delle tensioni nel Paese, le contrapposizioni sull’opportunità della Brexit hanno certamente spostato l’asse del ‘gradimento’ da parte dei cittadini britannici, ora la scelta potrebbe essere più chiara e matura di tre anni fa; ma c’è resistenza anche verso un secondo referendum. E allora?
Sul piano sociale è difficile tracciare una linea di resoconti e convergenze in questo ambito, l’incertezza persiste, anche perché, francamente, c’è una classe dirigente che non è in grado di offrire garanzie, di traghettare la questione Brexit in una sponda o nell’altra, senza creare forti malcontenti e proteste.

Dalle colonne del Times Boris Johnson minaccia che i Tory ribelli saranno cacciati dal partito, e avverte:
“it’s me or Corbyn chaos” (sceglete, o me il caos di Corbyn). Dopo le defezioni dei tanti parlamentari Tory, intanto si mette a rischio la stessa maggioranza. Così l’opposizione replica che è pura strategia per arrivare alle elezioni generali. E un altro casino è servito, tanto per continuare ad infarcire di complicazioni e ordigni una situazione già di per sé esplosiva. Ma tant’è..
Rodd Liddle, giornalista, saggista e polemista britannico, proprio ieri sul Sunday Times si rivolgeva con ironia ai Remainers, scesi in piazza nel disperato tentativo di bloccare il corso della Brexit, ricorrendo all’ultimo avamposto della ‘Democrazia tradita’ dalla decisione del premier Johnson di prorogare la chiusura del Parlamento.
Liddle testualmente invita la gente in rivolta a smetterla con l’isteria di slogan che rimandano a presunti ‘golpe’: “Boris Johnson non è un dittatore e Westminster non è andato in fiamme”. Scrive, e continua in tono sarcastico ricorrendo a termini di paragone tra Johnson e Nazismo, tira in ballo perfino le camere a gas, per estremizzare e riportare la gente su una linea di ragionamento più razionale.
Il dibattito sulla legittimità della scelta politica del premier, imperversa nei media, ormai il popolo ha processato per direttissima questo atto ritenuto sconsiderato dalla maggioranza, perfino dai Tory, dei quali i più agguerriti sono i rappresentanti scozzesi, alcuni infatti si sono dimessi.
Non è più una questione di opposizione in Parlamento, l’allarme riguarda il supposto abuso di potere di Johnson, che pur di sbarcare la Brexit è ricorso al supporto della Corona, strappando l’assenso alla regina, che di fatto non poteva negarlo (non ci sono precedenti), poiché, paradossalmente, l’atto relativo al ‘prorogation’ ( proroga della chiusura estiva dell’attività delle Camere tra una sessione e l’altra, comunque prevista dalla Costituzione) è legittimo sul piano giuridico.
L’autorizzazione alla sospensione dell’attività parlamentare concessa dalla regina Elisabetta, rientra pertanto nella procedura sancita da norme precise. Ma il clima di diffidenza è tale che alla gente la mossa del premier è apparso come un attentato alla democrazia, proprio perché a monte vi sono ragioni di opportunismo politico, in un momento delicatissimo per il Paese, mentre la regina ha assunto le sembianze di un ordigno nucleare sulla Brexit.
Dunque si può procedere alla ‘prorogation’, nonostante le proteste, salvo il rischio – fanno osservare i maligni – di finire come Carlo I, il quale durante il suo regno, nel 1641 impedì la normale attività del Parlamento, provocando una guerra civile. ll popolo infine prese il sopravvento e il monarca fu decapitato.