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CALA GOLORITZE’. COMPLIMENTI DIO, UN CAPOLAVORO

DI VIRGINIA MURRU

 

Una mattinata d’agosto, una che si perde nell’anonimato del tempo. Un’alba che si annuncia serena, forse torrida, com’è consueto nel vivo della stagione estiva. Nel cielo solo un velo di nubi ovattate. Si va verso Cala Goloritzé, una splendida insenatura sulla costa orientale. Verso mezzogiorno percorriamo così la rotabile che con i suoi insidiosi tornanti conduce da Baunei nell’altopiano, inerpicandosi quasi a ridosso della parete rocciosa sovrastante l’abitato. Il panorama, a valle, è una magnificenza di luce solare e di colori. Il mare appare come una distesa luminosa che percorre spazi senza orizzonte oltre il promontorio di Arbatax.

Nessuno può resistere allo spettacolo di questo paesaggio, leggermente velato di foschia, ma forse è l’abbagliante luce del sole che impedisce la messa a fuoco delle immagini. L’altopiano, col sentiero che penetra la selva, presenta una bellezza più affine ai paesaggi montani, si rivela con discrezione, ma suggestiona anche col silenzio, l’asprezza dei rilievi, i colli dominati dalla macchia e dal calcare. L’aria, si avverte subito, è leggera, pervade la mente e ne alleggerisce gli affanni. La semplicità della natura riesce ad avere ragione della fallacia dell’essere umano, avvezzo agli agi e ai vizi della civiltà.

La valle del Golgo si presenta esuberante e misteriosa, oltre che ricca di attrattive naturali e archeologiche. Il senso di mistero traspare dalla solennità del luogo, fors’anche dovuto alla presenza di un santuario campestre, e al rito religioso che ogni anno vi ricorre.
Eppure c’è dell’altro. I nuraghi diroccati e altri ruderi portano lontano l’immaginazione, fino ad avere la visione di una valle un tempo animata, sulla quale ora è calata una spessa coltre di mistero, racchiuso in un verdeggiante sepolcro, ovunque dominato da spalti e dirupi.

Forse i millenni si sono succeduti con eventi geomorfologici che hanno cambiato le caratteristiche dell’ambiente, la presenza della voragine è già un richiamo forte per riflettere. Massi di basalto disseminati ovunque nei dintorni sono segno di sconvolgimento naturale, di zona eruttiva per un vulcano ormai in stato di quiescenza da troppo tempo. Ma le varie ere geologiche sembrano scolpite nell’ambiente rupestre, e fanno subito concludere che la Sardegna è terra antichissima, l’orografia deturpata sulla roccia, caratterizzata ovunque dal fenomeno carsico, è di facile lettura per geologi ed esperti.

Tutto lo scenario, delimitato da chiostre montuose, falesie e boschi, è ammantato tuttavia di mistero, questa valle forse protegge davvero la sua storia celandola sotto un abbraccio possente di natura, e insinuando nel visitatore il sospetto di una profonda, lontana vitalità, ma senza svelargli ulteriori dettagli.

La natura qui difende la propria integrità ed egemonia, quasi fosse consapevole dell’istinto devastatore dell’uomo, e volesse proteggere i suoi tesori.
Non a caso le splendide calette sono d’impossibile accesso dall’entroterra, come ostici e pressoché inaccessibili sono i sentieri che conducono nelle grotte ubicate in luoghi impervi, e di uno splendore unico, opere d’arte realizzate con lo scandire del tempo, in una visione che stupisce.

Dopo aver attraversato parte della valle, perveniamo in un punto in cui l’auto deve essere parcheggiata, non si può procedere oltre poiché la sterrata, più in là, diventa un sentiero tormentato, un tracciato largo circa un metro, che scompare fra i lentischi di questo saliente roccioso.
Mangiamo qualcosa prima di intraprendere la salita, in ripida ascesa, che conduce alla sommità di un colle, le cui propaggini vanno al di là della macchia.
Frattanto il cielo si è coperto di nuvole, a tratti diventa scuro e minaccioso, ma sembra solo sibillino intento di sorprendere, istrionico tentativo di scoraggiare sprovveduti visitatori.

Quel velo grigio nel cielo giunge quasi gradito poiché trattiene i raggi solari, i quali poco prima scaraventavano al suolo circa 35 gradi.

C’è ora una lieve brezza che scuote le fronde di imponenti querce e lecci, i quali svettano altissimi, fino a fare smarrire lo sguardo. Sinfonie di versi animano l’ambiente rupestre, procediamo in ripida discesa e davanti a noi c’è un canalone, dove sfasciumi di pietrame convogliano al centro lasciando l’impressione di trovarci di fronte ad un profondo crepaccio.

Si procede ancora per un po’ in salita, poi in continua ripida discesa, in un ambiente carsico, provato dal tempo e dagli agenti atmosferici. Si rischia spesso di scivolare sul pietrisco, tanto il percorso è accidentato e scosceso.
Mi sorprende la natura e l’estro che manifesta ovunque volga lo sguardo. Un mondo racchiuso in se stesso, in una magica conchiglia estrapolata al mare, sembra l’ambiente aspro, che sa trasfondere negli animi sensibili emozioni forti, violente.

Forti anche i profumi, le essenze balsamiche, quali il rosmarino, la lavanda, la menta, il serpillo. E forti impressioni rimangono mentre si osservano piante dalle fronde rigogliose apparire quasi per incanto nella roccia, dalla parvenza informe e inanimata.

In quei blocchi candidi, forse nelle sue viscere, queste querce trovano l’umore necessario alla vita, lo aspirano con le potenti radici, e il miracolo dei cicli vegetativi si compie davanti allo sguardo stupito del visitatore. Nelle scarpate, nei luoghi più impervi si scorge la presenza di qualche capra, animale che da millenni si è conformato al codice di questo ambiente selvaggio.

La guglia alta oltre un centinaio di metri, che a strapiombo precipita in mare, si staglia all’orizzonte, e la meta sembra vicina, ma inganna. Talora si ha l’impressione di trovarsi in un impluvio, e l’ambiente circostante sembra opprimere all’interno di un mondo vagamente ipogeo, tutto raccolto in se stesso, fra gli spalti maestosi intorno, alture assolate, battute dai venti. Tra picchi rocciosi e forme bizzarre di roccia, che ovunque domina.

C’è ancora parecchia strada da percorrere, a tratti è evidente la presenza di massi di calcare che un tempo, forse alcuni decenni fa, servivano per bruciare il legname e ottenere il carbone. Perfino sul suolo nerastro si possono notare i residui del duro e ingrato lavoro dei carbonai. Prendo con le dita la polvere impalpabile e ne avverto al tatto l’origine. E’ evidente anche l’opera di rinforzo attuata sull’ostico sentiero che si abbarbica sulla collina rocciosa. La mulattiera era costruita proprio per facilitare il trasporto del carbone.

In quell’ambiente eroso dal tarlo del tempo, si notano ritrovi di pastori, adattati con opere di muratura a secco, le quali chiudono cavernoni che fino a poco tempo fa fungevano da recinto per le bestie. C’è ancora un odore stantio di strame all’interno, e una giacca cenciosa testimonia la presenza umana, qualche pastore che ha lasciato il segno del suo faticoso, errabondo vagare.

Sono l’espressione più viva della rude e ostile realtà in cui l’uomo è stato costretto a inserirsi, data l’inaccessibilità del luogo, l’impossibile percorso delle vie di collegamento, pericolose anche per gli animali più tipici della zona: i caprini. Sembra che la natura in questa zona abbia posto un veto inflessibile, con un monito reso severo ad ogni passo percorso; ardua è l’impresa di chi vi si avventura senza conoscere e rispettare l’ambiente di cui è circondato.

Il silenzio è solenne e solo il gorgheggio di qualche volatile si sente mentre ci appressiamo sempre più alla meta. Incontriamo un gruppo di turisti ben equipaggiati, amanti del trekking, e certamente del luogo, se per godersi qualche ora di quel mare stupendo ed esclusivo, sono stati disposti a percorrere cinque Km di sentiero impossibile e di dura fatica.

La visione dell’insenatura compare all’improvviso, come un incanto, un sogno, dopo esserci lasciati dietro la maestosità di quel paesaggio superbo e selvaggio, caratterizzato dall’imponenza del calcare e le sue forme suggestive, le colline con vaghe creste rocciose.

E’ il premio della natura per chi ha sopportato i disagi di un’ora e mezza di marcia, in una località riservata davvero a chi ha risorse in eccesso. Le acque smeraldine di quel tratto di mare sorprendono per i colori brillanti, le sfumature e la limpidezza.

Cala Goloritzè è un autentico gioiello incastonato nella costa. Vi si rilevano le caratteristiche uniche di un paesaggio senza tempo, tale è l’impressione allorché mi adagio sulla spiaggia formata da ciottoli candidi, del medesimo formato e brillantissimi. Attualmente è un monumento naturale protetto dall’Unesco.
Il mare invita al ristoro, ed è una lievissima e dolce carezza con le onde placide e gentili. L’effetto di quello splendore si legge nello sguardo beato di un gruppo ristretto di bagnanti; la bellezza ha il potere dell’incanto.

Ha il potere di penetrare nei riposti sentieri dei ricordi. Alcune ore trascorrono in contemplazione, vivo è il desiderio di sfiorare continuamente l’acqua con l’intento di prendere un po’ di quei colori trasparenti fra le mani.

Avverto, nel piccolo arenile, l’emozione dei presenti, una sensazione che non ho sentito altrove. Al largo si nota il continuo via vai dei natanti, e poi flash, macchine da presa. Ognuno vorrebbe portare via l’immagine più pura di quel paradiso. La piccola baia sembra privilegiare gli animi semplici, chi vi approda è un individuo sensibile alle bellezze paesaggistiche, forse desidera esserne compendio, mimetizzarsi nella sua armonia.

La caletta era un tempo convegno di pastori e gente operosa, che hanno saputo integrarsi senza sconvolgerne l’equilibrio, per questo l’accesso a questa meraviglia scoraggia chi non è disposto al sacrificio, al rispetto. Verso l’ora del tramonto è approdato il battello che ci ha condotti in un villaggio della costa.

Ma quella breve escursione in mare, al rientro, è stata tanto appagante da non farmi rimpiangere certo l’entroterra. A bordo c’era un centinaio di turisti stipati in ogni angolo, bramosi di godere la spettacolare visione del paesaggio costiero. L’immensa roccaforte è formata da bastionate di roccia a strapiombo sul mare.
Mentre il natante si allontana dalla riva, noto un’arcata naturale scolpita in un mirabile monumento rupestre, e più oltre l’ambiente marino diventa aspro ma bellissimo, incontaminato e splendente di colori.

Viaggiamo ad una decina di metri dall’imponente recinzione rupestre, che si rivela all’attento visitatore con sorprendenti contrasti, con paradossali dolci rudezze. In certi punti questo vergine tratto di costa presenta pendii dirupati, e dolcissimi declivi ammantati dell’intenso verde della macchia mediterranea. E poi falesie, rupi precipiti, mondo accessibile solo ai rapaci, che suggestionano fino a portare la fantasia nel Medioevo, ai vecchi castelli feudali, con le torri merlate e le città racchiuse da invalicabili mura di cinta.

Sulla sommità queste rupi presentano i segni dell’erosione dovuta agli agenti atmosferici, perciò, per similitudine, mi ricordano la merlatura dei castelli. Alla base, l’incessante afflusso dei marosi ha creato una scanalatura costante lungo tutto il percorso, cosicché questi titanici santuari naturali, sembrano adagiati al di sopra dell’acqua per non so quale incanto.

Grotte, anfratti e nicchie, segnano ancora quella muraglia di roccia, e si rivelano senza misteri, talvolta con stalattiti visibili all’esterno, e qualche forma concrezionale. Il maestrale, qui, è lo scalpello naturale dell’ambiente. Lo scenario ha in sé qualcosa di trascendente, d’irreale, perché tanto splendore non si può comprendere, rende gli animi agnostici.

E’ anche il paradiso della foca monaca, la clarissa di queste acque smeraldine e limpide come gli occhi degli innocenti.
Ma sostare un giorno in questo paradiso credo sia purificante, decontamina con sacrosanta quarantena dalle vane aspirazioni, e ci fa comprendere che il denominatore comune di ogni essere vivente è composto di essenzialità, di vita goduta nella semplice visione di un mondo legato a un delicato equilibrio.

La motonave a poppa, crea un brusco spostamento di acqua, data la suggestione del paesaggio, mi appare come una cascata di perle, che sfavilla fra gli ultimi raggi dorati del crepuscolo; quella scia di luce rifratta ci segue discretamente.

Tutto resta indefinito, è naturale porsi domande di tipo esistenziale, ma soprattutto essere grati al buon senso di chi ha strenuamente difeso questo angolo vergine di Sardegna, quaranta Km. di costa bellissimi, inviolati dal progresso, luoghi in cui la cupidigia dell’uomo si è arresa abdicando alla natura.

La maestosa guglia di Pedra Longa compare più avanti di Capo monte Santo, estremo limite del Golfo di Orosei; essa si staglia in una prospettiva di mare e ambiente rupestre, mi appare come una severa sentinella marina, un faraglione imponente, ultima meraviglia, baluardo, di questo tratto di costa ammirata con la complicità di un mare indolente e una stagione estiva prodiga di sole e inviti all’ozio.