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LA LEGGE È LEGGE, LA DIGNITÀ NON È PREVISTA

DI PIERLUIGI PENNATI
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55 anni di età, 37 di contributi, da 27 è turnista, a seguito di un trapianto di fegato può ancora lavorare, ma non fare i turni, in azienda c’è sicuramente posto per lui e forse i colleghi possono persino dargli solidarietà e trovare una soluzione, ma la legge è legge e non guarda in faccia nessuno.
Dal 4 dicembre la cassazione permette di licenziare per “profitto” e l’azienda ne “approfitta”: si chiama Oerlikon e si trova a Rivoli, ma non è né la prima né, purtroppo, sarà l’ultima a comportarsi così, le aziende da molti anni si organizzano contro i propri dipendenti ed il governo le aiuta.
“L’azienda non ha sentimenti, l’azienda è l’azienda, è fatta di numeri” mi disse una volta un capo del personale, l’azienda reagisce al mercato e si adatta. Iniziava una procedura di mobilità per 150 persone su 1200, oltre il 10% della forza lavoro, tra queste un invalido, si, perché se il numero dei dipendenti diminuisce, diminuiscono anche le quote obbligatorie di invalidi da assumere, così una  persona svantaggiata non era più “protetta” nemmeno dalla legge.
La mobilità è stata la prima vera riforma dell’articolo 18, prima di essa non si poteva licenziare, dopo lo si poteva fare in un tempo lungo e dichiarando lo stato di crisi aziendale, con una distinzione: se la crisi viene riconosciuta dai sindacati il “licenziamento lungo” ottiene la contribuzione dello stato, altrimenti se lo paga per intero l’azienda, che così “investe” sulla riduzione del proprio personale.
I sindacati “negoziano” contributi per il proprio benestare alla procedura, così che un accordo che porta al licenziamento di persone si trasforma in una risorsa per l’azienda e per il sindacato, che ammettendo la crisi aziendale percepisce da questa del denaro.
Non è uno scandalo, è la legge, e la legge è legge.
Successivamente, la nozione di stato di crisi è stata allargata agli “infungibili”, posizioni non più necessarie anche se l’azienda è in attivo, quindi ogni ristrutturazione era già una buona occasione per licenziare.
Oggi tra riforma dell’articolo 18, contratti a tutele crescenti, licenziamenti per profitto e precarietà dilagante, non solo il posto fisso non è più tale, ma anche chi lo aveva ha la valigia pronta sotto la scrivania. E qualcuno ha il coraggio di chiamarlo stato sociale, welfare e persino “concertazione”.
Diciamolo chiaro, i sindacati non servono più a nulla se sono incapaci di difendere i lavoratori con la lotta: per i tribunali sono sufficienti gli avvocati. I sindacati oggi non fanno più i sindacati, tranne gli autonomi, e non sanno fare nemmeno gli avvocati, quindi sono falliti, troppo occupati a mantenere in essere la loro macchina economica fatta di migliaia di funzionari e dipendenti che difendono i loro interessanti salari spesso a discapito dei lavoratori dell’imprenditoria privata ed in qualche caso pubblica.
Se antonio può essere licenziato a 5 anni dalla pensione in un’azienda di 700 persone, perché una disgrazia fisica gli impedisce di riprendere l’esatta posizione che aveva prima, se il nostro posto di lavoro può essere soppresso aumentando il carico di altri che non hanno strumenti per difendersi,  anch’essi affamati di lavoro, se i sindacati sono ormai un’entità fine a se stessa e se la legge è legge e non ha sentimenti, la nostra società è destinata ad estinguersi, molto prima della scomparsa delle api paventata da Einstein.
Le api, però, le rispettiamo, la dignità dell’uomo, invece, segue le regole del mercato, che oggi è ai minimi storici nel nostro paese.
Sono sconfortato, ma non mollo, la soluzione è la presa di coscienza e la ribellione, spegniamo le televisioni, rottamiamo i quiz e Sanremo, usiamo i media solo per informarci correttamente ed uniamoci per cambiare le cose: siamo tanti, siamo onesti e siamo molti di più dei disonesti che ci vogliono controllare: se ne prenderemo coscienza comincerà la nostra riscossa.
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