QUANTI ALTRI DOVRANNO MORIRE?

DI PIERLUIGI PENNATI

La storia è sempre quella, ormai ci siamo abituati: operai che lavorano in ambiente tossico e restano intossicati, come mai?

L’evidenza dovrebbe essere che nessuno di loro indossava presidi adatti a proteggerli dalle esalazioni tossiche, altrimenti almeno uno si sarebbe salvato, invece sei operai che lavoravano per operazioni di pulizia di un forno all’interno di una ditta di materiali ferrosi in via Rho, a Milano sono stati soccorsi dopo essersi intossicati, quattro di loro sono stati trovati dal 118 in condizioni disperate, tanto che due di loro sono sono morti poco dopo per arresto cardiaco durante il trasporto all’ospedale di Monza e al Sacco di Milano ed altri due sono giunti gravissimi.

Il bilancio finale della giornata sarà poi di tre morti e tre intossicati.

Quando si lavora per vivere non si dovrebbe morire per lavorare, eppure la totale deregulation voluta dai governi degli ultimi venti anni, di destra o sinistra che siano stati, ha ormai portato a dover operare in condizioni disperate: la sicurezza costa e per abbassare il costo del lavoro si deve solo fingere di farla.

Se fossero le prime vittime dovremmo pensare ad un caso sporadico, invece, da qualche tempo gli incidenti sul lavoro sono in aumento, in particolare nel settore dei servizi alle imprese che registra un +6%, guarda caso proprio il settore più soggetto alla deregulation degli appalti e dei subappalti, dove, per risparmiare anche pochi centesimi, si contravviene palesemente a qualsiasi norma di sicurezza: non si comprano scale, cinture di sicurezza, maschere antipolvere e persino antigas, dato che ogni presidio è un costo aggiuntivo che rende la propria offerta meno concorrenziale e quindi si dichiara sulla carta di acquistare e poi non lo si fa veramente o, al massimo, si riusa quello che già si ha anche quando non lo si può fare.

Sfuggire ai controlli e prendere quei pochi maledetti euro che ti offrono per lavorare è la parola d’ordine.

Quando si muore per lavorare, invece che lavorare per vivere ci si dovrebbe fare delle domande serie e quando si governa non si dovrebbe derogare alle più basilari norme degli stati liberi: la vita e la salute dei cittadini devono essere poste davanti a tutto.

“L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro” (art. 1 della Costituzione), non mi stancherò mai di ripeterlo: si deve lavorare per vivere il meglio possibile, non si può vivere solo per lavorare e, per giunta, rischiando la pelle.

Chi non fa nulla per ovviare a tutto ciò è complice allo stesso modo di chi ha istituito questo sbagliato stato di cose per la nazione e, per la proprietà associativa, chi vota anche uno solo di questi è a sua volta complice dei primi.

Siamo in campagna elettorale, sentiamo le solite promesse e viviamo il momento peggiore degli ultimi decenni per le condizioni economiche ed ambientali di lavoro, dimentichiamo l’economia internazionale e pensiamo un po’ di più a noi stessi: quello che capita ad uno può capitare a tutti, quegli operai morti ed intossicati sono nostri parenti stretti, sono quelli che ci stanno dicendo che lavorare oggi non è più dignitoso ed è diventato persino pericoloso al punto da perdere la vita con facilità.

Siamo tanti, possiamo cambiare, dobbiamo cambiare, serve solo uscire dagli stereotipi e dagli egoismi e cambiare cacciando tutti coloro che non hanno mantenuto fede al loro mandato.

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