BANKITALIA: LA RIDUZIONE DEL RAPPORTO TRA DEBITO E PIL E’ UN IMPERATIVO

 
DI VIRGINIA MURRU
Mentre è ormai prossima la scadenza sul mandato del Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, al momento l’Istituto mette al vaglio i dati e le analisi sulla favorevole congiuntura economica del Paese.
 
Il Vicedirettore generale, Luigi Federico Signorini, in audizione alle Commissioni di Bilancio della Camera e del Senato (su Nota aggiornamento al Def), sottolinea questo clima di ottimismo, e il trend di crescita previsto anche nell’ultimo trimestre del 2017.
 
Afferma Luigi Signorini:
 
“l’aggiustamento dei conti pubblici e la riduzione del rapporto tra debito pubblico e Pil deve essere un ‘imperativo’, e, alla luce dei risultati conseguiti negli ultimi anni, anche possibile, alla portata dell’attuale congiuntura”.
 
Dunque, secondo il Vicedirettore generale di Bankitalia, questo obiettivo deve essere considerato in un’ottica quasi ‘ingiuntiva’ per l’italia. La riduzione graduale del debito, che ha raggiunto proporzioni ormai allarmanti (oltre 2.400 mld), è fondamentale per dare un senso a tutti i segnali verdi che il semaforo della nostra economia sta riflettendo. Le manovre di politica economica e di bilancio – secondo Signorini – dovrebbero armonizzarsi in una linea di simmetria tale da non compromettere la crescita in atto, e allo stesso tempo tenendo conto dell’esigenza di controllo e riduzione del debito.
 
“E’ un sentiero stretto – commenta Luigi Federico Signorini, ma rispetto al passato è più percorribile, perché le premesse e l’assetto dell’economia italiana permettono misure e vie più agevoli, perché diversa è la congiuntura e le condizioni di mercato.”
 
Del resto, ormai da mesi, è anche la formula chiave del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan.
Circa la Nota al Def, il Vicedirettore Signorini, sostiene che l’’analisi di sensibilità’, volta a sondare gli effetti di un possibile shock alla crescita (e ai tassi d’interesse), collima con le analisi espresse dalla Banca d’Italia: ossia che la tendenza alla contrazione del debito proseguirebbe anche nel medio periodo, precisando però che questo percorso sarebbe in salita, e in termini di riduzione, la percentuale sarebbe per ovvie ragioni inferiore.
 
E aggiunge che il Governatore della Banca d’Italia, al riguardo, ha già parlato in alcuni recenti interventi, di studi mirati, più precisamente di simulazioni rapportate alla velocità di contrazione tra debito e Pil, in linea con ipotesi di crescita diverse, e le relative reazioni dei tassi d’interesse.
 
Queste analisi hanno messo in rilievo il fatto che è possibile, nel medio termine, procedere alla riduzione del debito.
Vale anche la pena ricordare che l’aggiustamento strutturale del Pil è stato definito dello 0,3% (per anno), misura che consentirà al governo italiano di perseverare con manovre di politica economica tali da ridurre in modo costante il rapporto deficit/Pil, nonché la stabilizzazione che riguarda il rapporto debito/Pil (dinamiche che viaggiano quasi in tandem..), e che già nel 2017 dovrebbe dare i risultati attesi.
 
E’ possibile intraprendere questa importante strada di contenimento del debito, anche secondo Giorgio Alleva, presidente dell’Istat (economista e statistico di prestigio internazionale), anch’egli in audizione alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato, il quale sottolinea, a sua volta, le condizioni favorevoli dell’economia, che dovrebbero perdurare, e anzi migliorare nell’ultimo trimestre dell’anno, sostenuta dalla domanda d’investimenti in macchine e attrezzature.
 
Gli fanno eco anche gli ultimi dati sul mercato delle auto, divulgati dal Ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture: a settembre c’è stato un incremento nelle vendite pari all’8,13%, rapportato a settembre del 2016. Nel corso dei primi nove mesi dell’anno (e in rapporto allo stesso periodo del 2016), la crescita in termini di vendite è stata del 9%.
 
A corredo dei buoni segnali che vengono dai diversi orizzonti dell’economia, vi sono i dati macro, che consolidano questa tendenza incoraggiante, come la crescita del tasso di occupazione (anche giovanile), che ad agosto scorso, secondo gli ultimi dati Istat diffusi il 2 ottobre, continua a presentare un trend in crescita, +0,2% – rispetto al mese precedente. In termini di cifre, pari a +36 mila. I dati mettono in evidenza la tendenza alla crescita emersa negli ultimi mesi. Secondo i dati Istat, pertanto, il tasso di occupazione sale al 58,2%. Aumento lieve, ma importante.
 
Tutto questo mentre da Palazzo Koch e dalla Corte dei Conti arriva un monito: “non si torni indietro sulle pensioni”.

QUELLA SOTTILE ACREDINE TRA MARIO DRAGHI E JENS WEIDMANN

DI VIRGINIA MURRU

 

Le dichiarazioni di Mario Draghi, nel corso dell’audizione alla Commissione Affari Economici del Parlamento europeo, seguono quelle del Governatore della Bundesbank, Jens Weidmann, il quale, per l’ennesima volta, ha espresso il suo dissenso circa la politica monetaria espansiva seguita dalla Bce.

Weidmann non ha mai realmente concordato con queste misure, non propriamente ortodosse per la Bce, in quanto ritiene eccessivi e massici gli interventi di acquisto di bond, idonei solo nel caso in cui il sistema affronti situazioni congiunturali di depressione economica, con impatti deflattivi tali da rendere necessari meccanismi di stimolo monetario.

L’assetto economico in Eurozona è peraltro cambiato, e in modo positivo negli ultimi due anni, paesi che arrancavano a causa dei problemi legati ai conti pubblici, hanno fatto progressi notevoli (tranne poche eccezioni), conformandosi ai parametri di Maastricht. Pertanto la logica ‘draghiana’ del <whatever it takes>, secondo il falco tedesco della Bundesbank, non avrebbe più senso.

Non converge in particolare sugli obiettivi del Qe, attualmente terapia intensiva per riportare in ordine lo stato dell’inflazione. Weidmann ha peraltro il sostegno di tutto l’establishment politico e finanziario tedesco, in primo piano proprio gli esponenti di AfD (partito di euroscettici e xenofobi che ora, con oltre 90 seggi, siederanno nel Bundestag), i quali non hanno esitato a presentare ricorso alla Corte tedesca, pur di mettere in discussione l’operato della Bce e del Presidente Draghi, contro la politica di acquisto degli asset.

Dietro c’è anche un altro falco della finanza tedesca, il ministro Wolfgang Schaeuble (praticamente, insieme a Weidmann, ‘nemici’ storici di Draghi, anche se di recente ha dimostrato più solidarietà all’Eurotower) che ha sempre criticato la linea di politica economica seguita dalla Bce. Politica economica, appunto.

Weidmann sostiene che la Banca centrale europea dovrebbe occuparsi di politica monetaria, non di politica economica, la quale dovrebbe essere pertinenza esclusiva degli Stati. Per colpire Draghi, dunque, i falchi tedeschi si sono appellati agli espedienti di carattere giuridico, ma la Corte europea ha poi dato ragione all’Eurotower.

Il Presidente della Bundesbank, inoltre, non tiene conto dei dati pubblicati pochi mesi fa dalla Bce, numeri che mettono in rilievo i vantaggi acquisiti, e non i danni subiti dalla Germania tramite le misure di politica monetaria.

E paradossalmente è stata proprio la Banca centrale tedesca a concludere che, gli interventi di acquisto di bond, hanno permesso alle casse di Berlino un risparmio di ben 240 mld, in termini di tassi d’interesse.

E potrebbe finire qui ogni abile dissertazione dell’establishment tedesco, si può solo aggiungere che i paesi interessati dalle operazioni di acquisto più ingenti, sono proprio le maggiori economie dell’Eurozona, ossia la Germania, con acquisti mensili pari a 12 mld, la Francia, con 10 mld, e l’Italia con poco meno. Sono in fin dei conti questi paesi i più importanti azionisti della Bce.

La conclusione, che piaccia o no a Berlino e a Herr Weidmann, è che il programma di acquisti è stato motivato da ragioni di crisi ed emergenza in area euro, si possono considerare proporzionali, come si è visto, dato che i tre paesi citati, contribuiscono al capitale della Bce in misura certamente maggiore rispetto agli altri.

Il problema di fondo è forse la sottile acredine che serpeggia tra due paesi in particolare, Germania e Italia, non a caso Mario Draghi è ‘l’italiano’ non gradito, che si vorrebbe quanto prima sostituito proprio con Weidmann alla guida dell’Eurotower.

Un continuo imperversare di polemiche contro la politica monetaria seguita dall’’italiano’, che è diventato, specie negli ultimi due anni, quasi un tiro al bersaglio per gli esponenti della finanza tedesca. Una lunga partita, che indispettisce peraltro i ‘nemici’ dichiarati delle misure monetarie espansive, perché Draghi è imperturbabile, fila dritto per la sua strada, e non si fa condizionare dai tuoni e fulmini che arrivano in Eurotower, la cui sede è giusto a Francoforte..

In un’intervista televisiva, che risale a due giorni fa, Weidmann, nonostante tutto, riprende la solita solfa sull’inopportunità dell’impiego del Qe, poiché, secondo le sue argomentazioni, l’area euro è fuori emergenza, dopo 17 trimestri consecutivi di crescita. E a proposito delle sue immutate teorie dichiara:

“L’acquisto di titoli dovrebbe essere un mezzo da sfruttare solo nei casi di vera emergenza, quando ci si trova a gestire situazioni di deflazione, compresi salari e prezzi che vanno in calo. Ma non si può concepire con l’attuale congiuntura, il Qe non si può usare per controllare il tasso d’inflazione. “

E poi rincara la dose con una requisitoria a lui molto cara:

“La Bce non può accollarsi anche i margini di rischio riguardanti i singoli Stati, dovrebbe semplicemente vigilare sulla stabilità dei prezzi. Solo le autorità della finanza pubblica degli Stati membri, dovrebbero occuparsi del rifinanziamento del loro debito e delle misure di aggiustamento dei conti pubblici.”

“Gli Stati, però – aggiunge – non hanno saputo cogliere queste opportunità, non hanno sfruttato al massimo la politica dei tassi bassi per un’efficace riduzione del grado d’indebitamento. Purtroppo i riscontri non sono quelli attesi, si è fatto poco in questo versante della politica economica dei singoli Stati.

SALVATORE ROSSI, DIRETTORE BANKITALIA: ” IL SISTEMA CREDITIZIO E’ UNA FORESTA PIETRIFICATA”

DI VIRGINIA MURRU

 

Si è appena concluso a Courmayeur il convegno che ha avuto per oggetto l’ordinamento bancario e le sue trasformazioni, al quale hanno partecipato esperti e operatori dell’alta finanza, analisti e studiosi, rappresentanti del settore bancario e delle autorità di vigilanza.

Importante e atteso l’intervento di Salvatore Rossi, direttore di Bankitalia. Il fine era quello del confronto su tematiche che hanno affrontato lo stato dei mutamenti, in ambito giuridico, aziendale ed economico, che la ‘troika’ europea, tramite l’ordinamento bancario e le sue riforme, ha espresso nel sistema del credito, nel campo dell’attività propria delle imprese, e tramite il ventaglio di interventi a tutela dei risparmiatori.

Dunque luci e ombre di queste trasformazioni, risultato di un conflitto contro l’ultima crisi che ha attanagliato l’Europa.

E di crisi, inevitabilmente, si è parlato nel corso del convegno, il direttore generale di Banca d’Italia, a questo riguardo ha fatto osservare:

“L’economia italiana non andava a gonfie vele neppure prima che fosse interessata dalla crisi finanziaria globale del 2008, sul piano strutturale il sistema produttivo era fragile, non in grado d’incrementare lo sviluppo, generare innovazione ed efficienza. A tutto questo si aggiungeva la vulnerabilità di un sistema sbilanciato verso le banche”.

Ha poi definito ‘foresta pietrificata’ il sistema creditizio italiano, già affetto da problemi gestionali e di governance. Le inefficienze si alimentavano tra loro, producendo incertezza e instabilità, secondo il direttore generale di Bankitalia. Le soluzioni apparivano lontane, di non facile approdo. E poi il resto fa parte delle vicissitudini economiche travagliate degli anni della crisi, fino al 2014, anno in cui l’Italia ha ricominciato a sperare, a lasciare lentamente quel pantano che aveva condotto alla soglia della recessione economica.

Gli esperti nel convegno di Courmayeur  hanno messo in rilievo le trasformazioni dell’ordinamento bancario negli ultimi cinque anni, le implicazioni riconducibili all’integrazione europea, che hanno segnato profondamente i ‘distretti’ più peculiari del settore, dunque la vigilanza, la crisi bancaria e la corporate governance.

In Italia il guado è stato attraversato, con tutte le difficoltà e le lotte degli ultimi anni, dove il cittadino è stato tutt’altro che immune, eppure, nonostante i progressi e la maggiore solidità del settore bancario, persistono le incertezze, ci sono ancora margini di esposizione al rischio, e per questa ragione, la vigilanza non deve venire meno.
Così si è espresso al riguardo il direttore generale di Bankitalia:

“Quando si prende un malessere virulento, avendo l’organismo più fragile, si corrono seri rischi: l’Italia li ha corsi. Solo ora ne sta venendo fuori, con tendenze incoraggianti, anche se ancora non decisive”.

BCE. NELL’ULTIMO BOLLETTINO LE CONCLUSIONI DEGLI ESPERTI SULL’ECONOMIA DELL’EUROZONA

DI VIRGINIA MURRU

L’ultimo bollettino della Bce (n. 6 – 2017), conferma le conclusioni alle quali è pervenuto il Consiglio Direttivo in data 7 settembre scorso, ossia che è in atto un’espansione economica nei paesi dell’Ue in generale, e in Eurozona in particolare, ma alla crescita del primo semestre dell’anno in corso, non corrisponde ancora una vigorosa dinamica nell’aumento dei prezzi.

Da qui le ragioni della cautela, e la scelta di rimandare le misure di riduzione dello stimolo monetario, attese e quasi date per certe, nei prossimi mesi. La Bce ritiene ancora necessari interventi di acquisto di titoli, e pertanto, considerato anche il tasso d’inflazione, che stenta a raggiungere il target del 2% (le stime per i prossimi anni non sono poi al rialzo), per ora sono stati rinviate le misure di tapering.

Si legge al riguardo nel bollettino diffuso dall’Eurotower:

“Le misure dell’inflazione di fondo hanno registrato un lieve aumento negli ultimi mesi, ma nel complesso rimangono su livelli contenuti.
Di conseguenza, è ancora necessario un grado molto elevato di accomodamento monetario per consentire l’accumularsi graduale di spinte inflazionistiche e sostenere la dinamica dell’inflazione complessiva nel medio periodo. Il Consiglio direttivo ha pertanto mantenuto invariato l’orientamento di politica monetaria e deciderà in autunno riguardo alla calibrazione degli strumenti di politica monetaria nel periodo successivo alla fine dell’anno.”

Le ragioni sono da ricercarsi nel sostegno che gli interventi di politica monetaria esercitano nella domanda interna. Secondo i dati formulati dagli analisti della Banca centrale, l’aumento del Pil in termini reali, in ambito Eurozona, è stato dello 0,6% (rispetto al trimestre precedente che era dello 0,5%).

E’ in definitiva la domanda interna che ‘traina’ il Pil, la quale, a sua volta, come già si è accennato, è sostenuta dagli interventi di Qe. Una serie di variabili dipendenti che, a conti fatti, esprimono lo stato di crescita attuale nell’area euro. Ci sono ovviamente altri fattori in gioco, come la spinta esercitata dai consumi privati sul tasso di occupazione, influenzato anche dalle riforme del mercato del lavoro e dal maggiore benessere delle famiglie.

La Bce fa anche rilevare la ripresa degli investimenti, incoraggiati da favorevoli tassi di finanziamento, e da un incremento del reddito d’impresa. Nel breve periodo, secondo le analisi della Banca centrale europea, la tendenza alla crescita e le buone condizioni congiunturali, si consolideranno, esportazioni comprese, dato che a livello globale si registra una ripresa generalizzata dell’economia, che favorirà l’export in Eurozona.

Secondo gli esperti dell’Eurotower, le stime macroeconomiche dell’area euro, formulate nel mese in corso, prevedono un incremento del Pil in termini reali pari al 2,2% (per il 2017), e dell’1,8% per il 2018, mentre andranno all’1,7% nel 2019. Gli analisti dell’Eurosistema hanno pertanto rivisto al rialzo le stime per il 2017, mentre per i prossimi anni le previsioni restano pressoché invariate. I rischi al ribasso sulla crescita sono da attribuire a fattori ‘esogeni’ di carattere internazionale, e alle dinamiche dei mercati valutari.

L’inflazione nel mese di agosto, secondo la stima preliminare dell’Eurostat, e in base alle misure sullo IAPC (ovvero Indice Armonizzato dei Prezzi al Consumo), si è attestata all’1,5%, in aumento dello 0,2% rispetto al mese precedente. Sono le risultanze degli aumenti dei beni energetici, e dei prodotti alimentari ‘trasformati’. L’andamento dei prezzi correnti del petrolio, ed energetici in generale, si rifletterà sull’inflazione, inevitabilmente.

Nell’ultimo trimestre le misure dell’inflazione di fondo hanno messo in rilievo un esiguo aumento, ma dovrebbero riflettere un trend al rialzo più convincente. Secondo le stime preliminari di Eurostat, l’inflazione, al netto di alimentari ed energetici, si attestava all’1,2% ad agosto, senza rilievi rispetto al mese precedente, ma con un incremento pari allo 0,4% rispetto alla media dell’ultimo trimestre 2016.

Nel medio termine, secondo il bollettino della Bce, l’inflazione di fondo nell’area euro aumenterà in modo costante, perché incentivata dalle misure di stimolo monetario, e dalle dinamiche prodotte dall’espansione economica in atto, la quale, a sua volta, implica un aumento dei salari.

Il bollettino mette anche in evidenza che, lo stato di disavanzo di bilancio nell’area, andrà a ridursi nell’’orizzonte temporale’ che riguarda il triennio 2017/19. Le ragioni di questo importante miglioramento sono legate alle favorevoli condizioni cicliche, e al contenimento della spesa per interessi.

Secondo le stime formulate dagli esperti della Banca centrale, a settembre “il rapporto fra disavanzo pubblico e PIL nell’area dovrebbe scendere dall’1,5 per cento del 2016 allo 0,9 per cento nel 2019. I disavanzi strutturali non sono tuttavia in calo, nonostante dinamiche di crescita positive.”

Considerando i risultati delle analisi, il Consiglio direttivo della Bce è pervenuto alla conclusione che è necessario perseverare nelle misure di accomodamento monetario, quale garanzia durevole dei tassi d’inflazione, che siano almeno prossimi al 2%. Resteranno quindi invariati i tassi d’interesse, e si prevede che restino tali anche oltre ‘gli acquisti netti di attività’.

In Italia risulta in calo il tasso di disoccupazione, ma al momento non può essere considerato ‘significativo’, anche perché non rientra in una linea di coerenza con i tre parametri di riferimento della Bce, ossia:

‘calo del tasso di disoccupazione in 3 anni’ – ‘la percentuale della diminuzione della disoccupazione nel periodo considerato’ – ‘la persistenza, dopo 5 anni, del tasso di disoccupazione, che deve risultare più basso di quello iniziale’.

Criteri non soddisfacenti per i dati riguardanti l’Italia, e invece favorevoli per paesi come Irlanda, Slovacchia, Spagna e Portogallo.
Il bollettino sottolinea l’importanza dell’immigrazione e le sue implicanze sulla forza lavoro. Si tratta, secondo la Banca centrale, di un ‘effetto considerevole’, uno stimolo positivo riscontrato in particolar modo in due paesi dell’area: Italia e Germania.

L’immigrazione, secondo le conclusioni della Bce, nel corso della ripresa, ha dato un ampio contributo positivo alla popolazione in età lavorativa’. Importante l’afflusso di forza lavoro dai nuovi stati membri dell’Ue, provenienti dall’Europa orientale. Il riflesso positivo è stato piuttosto evidente in Germania e Italia, ma anche in altre economie minori dell’area.

Il bollettino sottolinea quindi il contributo positivo di immigrati e donne, ‘protagonisti’ della crescita economica in Eurozona. Il fenomeno dell’immigrazione, secondo gli analisti Bce, sorregge la spinta del mercato lavoro; è necessario anche mettere in rilievo il fattore involutivo legato all’invecchiamento della popolazione europea, realtà che rischia di diventare critica soprattutto in Germania, nel volgere di pochi decenni.

Si controllano gli squilibri derivanti dall’invecchiamento della popolazione europea, anche con l’accoglienza di nuove energie nel campo del lavoro, ed è in virtù di queste dinamiche che cresce il tasso di popolazione occupabile.
L’universo femminile ha, a sua volta, svolto un ottimo ruolo nella ripresa. C’è un maggiore impiego di donne nel mercato del lavoro, la causa è singolare, ma non poi tanto, e in ogni caso si tratta di dati statistici:

la specializzazione delle donne e la maggiore facilità d’impiego, dipende anche dal fatto che l’istruzione risulta più alta in termini percentuali, rispetto a quella rappresentata dall’altro genere.

 

WEB TAX . FINE DEI PRIVILEGI FISCALI PER LE MULTINAZIONALI DELL’E-COMMERCE

DI VIRGINIA MURRU

 

‘L’unione fa la forza’, sulla scia del vecchio adagio comincia la sfida ai comportamenti elusivi delle web company, ovvero i colossi dell’economia digitale che fanno affari d’oro con le transazioni on line, ‘dribblando’ il fisco dei paesi europei in cui operano, e trasferendo gli utili nei cosiddetti paradisi fiscali.

Ormai queste multinazionali sono conosciute da tutti, perché si avvalgono della rete per i loro traffici commerciali. Si allude a Google, Facebook, Amazon, Airbnb, Apple, Booking, Ebay, tanto per citare le più note, ma l’elenco va oltre. Ora sono nel mirino dell’Unione Europea e dell’Ocse, e c’è da scommettere (che sia la volta buona..) che si riuscirà finalmente ad inchiodarle alle loro responsabilità nei confronti del fisco.

Intanto i paesi più forti dell’Eurozona, hanno preso accordi recentemente per indurre l’Ue ad approvare un disegno di legge sulla web tax, che non lasci scampo o vie di fuga alle multinazionali americane fedifraghe (la maggior parte sono proprio targate Usa), così che i loro profitti non transitino altrove, dopo avere realizzato ingenti fatturati nei paesi dell’Unione europea (ma non solo, ovviamente).

Con il preciso intento di bloccare l’evasione fiscale di questi colossi, Italia, Francia, Germania e Spagna hanno programmato un incontro nella capitale dell’Estonia, a Tallinn, il 15 e 16 settembre prossimi, per discutere delle strategie che saranno messe in atto per porre fine all’’impunità fiscale’ di cui le multinazionali hanno finora goduto.

Il ministro dell’Economia Piercarlo Padoan, insieme ai colleghi Le Maire (francese), Wolfgang Schaeuble (tedesco), Luis de Guindos (spagnolo), hanno sottoscritto un accordo congiunto, un paper comune, al fine d’intraprendere i provvedimenti necessari per obbligare le grandi web company a corrispondere il dovuto al fisco nei paesi europei in cui fatturano miliardi.

Seguendo anche l’esempio della Francia, che ha presentato un conto salato a Google alcuni mesi fa, e ora a Microsoft, per gli incassi sulla pubblicità on line. Conti che vanno dai 600 mln al miliardo.

Il Mef, che proprio in questo periodo cerca di reperire ovunque risorse per fare fronte all’aggiustamento strutturale dei conti – in vista degli impegni assunti con l’Ue, dalla quale ha ottenuto il dimezzamento della correzione richiesta, ossia lo 0,3 punti (l’Ue chiedeva lo 0,6) di saldo strutturale del Pil nel 2018 (con la prossima legge di bilancio, in autunno) – potrebbe trarne vantaggio.

Padoan, sta pensando già di tassare gli utili sulla pubblicità delle multinazionali, attraverso un intervento fiscale che ha qualche attinenza con la ‘cedolare secca’.

In definitiva, le quattro principali economie dell’Eurozona, chiedono di equiparare sul piano fiscale il fatturato di competenza di ciascuno di questi stati, evitando le fughe rocambolesche dei profitti con espedienti illegali, tramite le società del gruppo. E basterebbe calcolare anche un’aliquota minima sul fatturato per rendere più equo il ritorno verso l’erario, certamente oltre gli importi quasi simbolici versati finora.

In gioco c’è la regolare residenza fiscale, visto che finora le multinazionali hanno contato proprio su questo stratagemma. Per questo i quattro ministri insistono sul fatto che si è transatto fin troppo sui loro adempimenti fiscali, veramente irrisori. Padoan sostiene che “non è più possibile la tolleranza, dato che le web company compromettono con i loro comportamenti iniqui i principi di sostenibilità ed equità fiscale dell’Ue”.

I ministri hanno provveduto a trasmettere una copia del documento al Commissario per la Fiscalità dell’Unione, ossia Moscovici, il più agguerrito nella lotta contro l’evasione.
Non siamo indietro solo in Italia in materia di lotta contro l’evasione, è un problema che attanaglia un po’ tutti i paesi europei, e non solo. Gli Usa, infatti, con la nuova amministrazione, vocata al protezionismo esasperato, non collaborerà con l’Ue per le misure fiscali in dirittura d’arrivo contro le “over the top” americane.

Hanno cominciato gli inglesi nel 2015 ‘aggredendo’ Google (la Google tax), alla quale hanno imposto il 25% sul fatturato superiore ai 10 mln. Ma anche l’Italia ha reagito, sui fatturati originati dalla pubblicità on line che superano i 50 mln.

Attraverso gli accordi comuni, i 4 principali paesi dell’Ue, intendono esercitare una maggiore pressione fiscale, e rendere più efficaci i provvedimenti legislativi che saranno adottati a breve. In fondo si tratterebbe di responsabilizzare questi colossi, e indurli ad una compliance spontanea, senza necessità di interventi coattivi, che andrebbero poi a scapito delle società stesse, le quali incorrerebbero in sanzioni non più soft, come finora è accaduto, ma piuttosto pesanti.

Tuttavia il 7 giugno scorso è stata firmata la convenzione multilaterale tra più di 60 paesi Ocse sulla web tax. La convenzione ha il fine di contenere l’evasione fiscale delle big web company, con iniziative giuridiche di carattere internazionale e accordi multilaterali, volti a rendere più efficace anche la normativa esistente.

Gli accordi presi a giugno (e firmati a Parigi), definiti con la sigla Beps, ossia ‘Base erotion and profit shifting’, stabiliscono che gli stati firmatari potranno avvalersi della loro autorità per indurre le multinazionali a versare le tasse nel paese in cui si generano i profitti derivanti dalle transazioni on line e relativa fatturazione.

Con la convenzione esiste già un argine per contenere gli slalom fiscali di questi colossi che finora hanno consentito di mettere al riparo miliardi su miliardi in paesi con una normativa compiacente. Come già si sapeva, gli Usa non hanno firmato.

Quello che conta per la convenzione è il trasferimento sul piano multilaterale, di un insieme di accordi che si propongono di combattere lo ‘shopping fiscale’ dei grandi gruppi nel web, e dunque la tendenza di tradurre altrove la base imponibile, nonché gli utili societari, dai paesi in cui si originano a quelli che hanno una normativa fiscale bassissima, quando non nulla.

Il fatto è che questo genere di elusione causa danni enormi agli stati di ‘competenza’ e alle loro finanze pubbliche. Secondo le stime dell’Ocse, i danni globali si aggirerebbero intorno ai 200 mld di dollari.
In Italia, paladino della webtax è stato, nel 2013, un esponente politico del PD, Francesco Boccia, che ha voluto la sua introduzione per obbligare le big web company a versare le imposte indirette sui loro profitti derivanti dai traffici commerciali nel nostro paese, e che  non fanno regolare uso di partita Iva.

Cos’è dunque la web tax di cui si parla spesso negli ultimi mesi?

Semplicemente è un’iniziativa di carattere giuridico-fiscale che mira a regolamentare la tassazione sulle multinazionali che operano nel web, al fine di garantire ‘equità fiscale e concorrenza leale’.
E infatti la proposta di legge mira alla ‘ratio nel contrastare l’evasione delle transazioni on line, non registrate secondo le regole del paese di competenza dell’e-commerce, diretto o indiretto, e che pertanto sfugge al regolare regime di tassazione’.

E non è che queste ‘big’ non possano permetterselo. Si stima che grandi colossi come Facebook, Nintendo, Yahoo, eBay, Amazon, Expedia e tanti altri, nel complesso, capitalizzino circa 3mila miliardi di euro. Tanto per avere un’idea, si tratta di un importo sei volte superiore alla capitalizzazione della Borsa di Milano, del cui listino fanno parte circa 400 società..

POCA TRASPARENZA PER MOODY'S, MA UNA MULTA NON BASTA

DI PIERLUIGI PENNATI
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Che Moody’s si appresti a pagare una multa per aver gonfiato i rating fa certamente scalpore, sia per l’entità della cifra, 864 milioni di dollari, sia per il fatto che un’agenzia dalla quale dipende l’economia americana ed in parte quella mondiale possa aver agito in cattiva fede.
Il tema dovrebbe essere quindi chi controlla i controllori, ma questo farebbe passare in secondo piano il fatto che i rating gonfiati hanno provocato la crisi dei subprime ed il collasso del mercato immobiliare americano, che a cascata innescò il più grande terremoto finanziario ed economico del dopoguerra con ripercussioni in tutto il mondo ed è costata alle famiglie americane colpite dalla recessione circa 11 mila miliardi di dollari.
Davanti a questa cifra irrecuperabile 864 milioni di dollari sono certamente ben poca cosa, anche perché distribuiti tra il Dipartimento di giustizia, per 437,5 milioni di dollari, e le autorità giudiziarie di 21 stati Usa più il District of Columbia, in più la multa sembra costituire solo un terzo dei 2,5 miliardi di dollari guadagnati dall’agenzia negli anni precedenti alla crisi.
Creo la catastrofe, sopravvivo e tengo parte del malloppo, non male.
Ma Moody’s non è sola e nemmeno la prima, un anno fa Standard & Poor’s fu costretta a pagare 1,5 miliardi di dollari e le grandi banche di Wall Street in totale hanno già versato allo stato americano circa 162 miliardi di dollari in multe e sanzioni per la vendita di prodotti finanziari rischiosi ed il loro contribuito al caos scatenato sui mercati.
Ma se secondo l’accusa “Moody’s ha fallito nell’osservanza dei suoi standard di rating e ha tradito la missione della trasparenza” e l’agenzia riconosce “in parte” la colpa, la domanda è come controllare: chi controlla i mercati, banche comprese?
Se volto lo sguardo un poco più indietro, tutto sembra essere cominciato quando Bill Clinton, si quello che costruì anche il muro tra USA e Messico, nel 1999, come ultimo atto formale prima di lasciare la Casa Bianca, promulgò una legge chiamata Gramm-Leach-Bliley Act con la quale abrogò le disposizioni della Legge Glass-Steagall, detta anche “legge della separazione bancaria”, che imponeva la divisione delle banche ‘universali’ in due grandi gruppi: le banche commerciali e le banche d’affari.La differenza è grande, perché dal giugno 1933, per volere dell’allora Presidente degli Stati Uniti F.D. Roosevelt, con la Legge Glass-Steagall da lui promulgata le banche non potevano perdere il denaro dei correntisti, a meno che questi non si assumessero direttamente il rischio, infatti le banche commerciali erano dedicate solo al credito per famiglie e imprese, mentre le banche che giocavano in borsa con i soldi degli investitori privati, che si assumono il rischio di poter perdere tutti i propri soldi, non avevano alcuna possibilità di salvataggio dello Stato.
Negli anni successivi all’iniziativa americana del 1933, praticamente in tutto il mondo, si era sviluppata questa barriera la cui abrogazione ha favorito la costituzione di gruppi bancari che esercitano entrambe le attività e la trasformazione delle banche in generale che, svolgendo sia l’attività bancaria tradizionale che quella di banca d’investimento e assicurativa, hanno portato alla modifica del mercato globale delle valute del quale oggi siamo prigionieri.
Ma gli usa non furono i primi, in Italia Mario Draghi anticipò Clinton nel 1993 con il Testo Unico Bancario che, di fatto, apriva già alla commistione fra banche commerciali e banche d’affari in quanto aboliva la Legge bancaria italiana del 1936 che introdusse nel nostro paese lo standard americano della Legge Glass-Steagall.
Oggi ci stupiamo dei rating gonfiati e la soluzione pare essere una maggiore trasparenza e controllo, ma sappiamo bene che quando il saggio indica la luna lo stolto guarda il dito ed i grandi gruppi finanziari sanno bene come rendere molto interessante il dito del saggio.