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Argomento del primo dialogo e Dialogo Primo

De l’Infinito, Universo e Mondi

Argomento del primo dialogo e Dialogo Primo

ARGOMENTO DEL PRIMO DIALOGO

Avete dumque nel primo dialogo: prima, che l’incon­stanza del senso mostra che quello non è principio di certezza, e non fa quella se non per certa comparazione e conferenza d’un sensibile a l’altro, et un senso a l’al­tro; e s’inferisce come la verità sia in diversi soggetti.

Secondo, si comincia a dimostrar l’infinitudine de l’universo e si porta il primo argumento tolto da quel, che non si sa finire il mondo da quei che con l’opra de la fantasia vogliono fabricargli le muraglia. Terzo, da che è inconveniente dire che il mondo sia finito, e che sia in se stesso: perché questo conviene al solo immenso, si prende il secondo argumento. Appresso si prende il ter­zo argumento dall’inconeniente et impossibile imagi­nazione del mondo come sia in nessun loco; perché ad ogni modo seguitarrebe che non abbia essere: atteso che ogni cosa, o corporale o incorporal che sia, o corporale o incorporalmente è in loco. Il quarto argumento si to­glie da una demostrazione o questione molto urgente che fanno gli Epicurei:

Nimirum si iam finitum constituatur
omne quod est spacium: si quis procurrat ad oras
ultimus extremas, iaciatque volatile telum,
invalidis utrum contortum viribus ire
quo fuerit missum mavis, longeque volare;
an prohibere aliquid censes obstareque posse
Nam sive est aliquid quod prohibeat officiatque,
quominu’ quo missum est, veniat, finique locet se;
sive foras fertur, non est ea fini’ profecto.

Quinto, da che la definizion del loco che poneva Ari­stotele non conviene al primo, massimo e comunissi­mo loco, e che non val prendere la superfice prossima et immediata al contenuto, et altre levitadi, che fanno il loco cosa matematica, e non fisica: lascio che tra la superficie del continente e contenuto che si muove en­tro quella, sempre è necessario spacio tramezante a cui conviene più tosto esser loco; e se vogliamo del spacio prendere la sola superficie, bisogna che si vada cercando in infinito un loco finito. Sesto, da che non si può fug­gir il vacuo ponendo il mondo finito, se vacuo è quello nel quale è niente.

Settimo, da che sicome questo spacio nel quale è que­sto mondo, se questo mondo non vi si trovasse, se inten­derebbe vacuo; cossì dove non è questo mondo se v’in­tende vacuo. Citra il mondo dumque, è indifferente questo spacio da quello: dumque l’attitudine ch’ha que­sto, ha quello; dumque ha l’atto, perché nessuna attitu­dine è eterna senz’atto; e però eviternamente ha l’atto gionto; anzi essalei è atto, perché nell’eterno non è diffe­rente l’essere e posser essere. Ottavo, da quel che nes­sun senso nega l’infinito:’4 atteso che non lo possiamo negare per questo, che non lo comprendiamo col senso; ma da quel, che il senso viene compreso da quello, e la raggione viene a confirmarlo, lo doviamo ponere. Anzi se oltre ben consideriamo, il senso lo pone infinito: per­ché sempre veggiamo cosa compresa da cosa, e mai sen­tiamo, né con esterno né con interno senso, cosa non compresa da altra o simile.

Ante oculos etenim rem res finire videtur.
Aer dissepit colleis, atque aëra montes,
terra mare, et contra mare terras terminat omneis:
omne quidem vero nibil est quod finiat extra;
usque adeo passim patet ingens copia rebus,
finibus exemptis in cunctas undique parteis.

Per quel dumque che veggiamo, più tosto doviamo argumentar infinito, perché non ne occorre cosa che non sia terminata ad altro, e nessuna esperimentiamo che sia terminata da se stessa. Nono, da che non si può negare il spacio infinito se non con la voce, come fanno gli pertinaci, avendo considerato che il resto del spacio dove non è mondo e che si chiama vacuo, o si finge etiam niente, non si può intendere senza attitudine a contenere non minor di questa che contiene. Decimo, da quel che, sì come è bene che sia questo mondo, non è men bene che sia ciascuno de infiniti altri. Undecimo, da che la bontà di questo mondo non è comunicabile ad altro mondo che esser possa, come il mio essere non è comunicabile al di questo e quello. Duodecimo, da che non è raggione né senso che, come si pone un infinito, individuo, semplicissimo e complicante, non permetta che sia un infinito corporeo et esplicato. Terzodecimo, da che questo spacio del mondo che a noi par tanto grande, non è parte e non è tutto a riguardo dell’infini­to; e non può esser suggetto de infinita operazione, et a quella è un non ente quello che dalla nostra imbecillità si può comprendere. E si risponde a certa instanza, che noi non ponemo l’infinito per la dignità del spacio, ma per la dignità de le nature; perché per la raggione da la quale è questo, deve essere ogn’altro che può essere, la cui potenza non è attuata per l’essere di questo: come la potenza de l’essere di Elpino non è attuata per l’atto dell’essere di Fracastorio. Quartodecimo, da che se la potenza infinita attiva attua l’esser corporale e dimen­sionale, questo deve necessariamente essere infinito: al­trimente si deroga alla natura e dignitade di chi può fare e di chi può essere fatto. Quintodecimo, da quel che questo universo conceputo volgarmente non si può dir che comprende la perfezzion di tutte cose altrimente che come io comprendo la perfezzione di tutti gli miei membri, e ciascun globo tutto quello che è in esso: come è dire, ogn’uno è ricco a cui non manca nulla di quel ch’ha. Sestodecimo, da quel che in ogni modo l’effi­ciente infinito sarrebe deficiente senza l’effetto, e non possiamo capir che tale effetto solo sia lui medesimo. Al che si aggiunge che per questo se fusse, o se è, niente si toglie di quel che deve essere in quello che è veramen­te effetto, dove gli teologi nominano azzione ad extra e transeunte, oltre la immanente: perché cossì conviene che sia infinita l’una, come l’altra.

Decimo settimo, da quel che dicendo il mondo inter­minato, nel modo nostro séguita quiete nell’intelletto; e dal contrario sempre innumerabilmente difficultadi et inconvenienti. Oltre si replica quel ch’è detto nel secon­do e terzo. Decimo ottavo, da quel che se il mondo è sfe­rico, è figurato, è terminato; e quel termine che è oltre questo terminato e figurato (ancor che ti piaccia chiamar­lo niente) è anco figurato di sorte che il suo concavo è gionto al di costui convesso: perché onde comincia quel tuo niente è una concavità indifferente almeno dalla con­vessitudinale superficie di questo mondo. Decimo no­no, s’aggiunge a quel che è stato detto nel secondo. Ven­tesimo, si replica quel che è stato detto nel decimo.

Nella seconda parte di questo dialogo, quello ch’è di­mostrato per la potenza passiva de l’universo si mostra per l’attiva potenza de l’efficiente, con più raggioni: de le quali la prima si toglie da quel che la divina efficacia non deve essere ociosa; e tanto più ponendo effetto extra la propria sustanza (se pur cosa gli può esser extra), e che non meno è ociosa et invidiosa producendo effetto finito, che producendo nulla. La seconda, da la prattica; per­ché per il contrario si toglie la raggione della bontade e grandezza divina, e da questo non séguita inconveniente alcuno contra qualsivoglia legge e sustanza di teologia. La terza è conversiva con la duodecima de la prima par­te; e si apporta la differenza tra il tutto infinito, e total­mente infinito. La quarta, da che non meno per non vole­re che per non possere, la omnipotenza vien biasimata d’aver fatto il mondo finito, e di essere agente infinito cir­ca suggetto finito. La quinta induce che se non fa il mondo infinito, non lo può fare; e se non ha potenza di farlo infinito, non può aver vigore di conservarlo in infi­nito; e che se lui secondo una raggione è finito, viene ad essere finito secondo tutte le raggioni; perché in lui ogni modo è cosa: et ogni cosa e modo è uno e medesimo con l’altra e l’altro. La sesta è conversiva de la decima de la prima parte: e s’apporta la causa per la quale gli teologi defendeno il contrario, non senza espediente raggione; e de l’amicizia tra questi dotti e gli dotti filosofi.

La settima, dal proponere la raggione che distingue la potenza attiva da l’azzioni diverse, e sciòrre tale argu­mento. Oltre, si mostra la potenza infinita intensiva et estensivamente più altamente che la comunità di teologi abbia giamai fatto. La ottava, da onde si mostra che il moto di mondi infiniti non è da motore estrinseco, ma da la propria anima; e come con tutto ciò sia un motore infi­nito. La nona, da che si mostra come il moto infinito in­tensivamente si verifica in ciascun de mondi. Al che si deve aggiongere che da quel che un mobile insieme insie­me si muove et è mosso, séguita che si possa vedere in ogni punto del circolo che fa col proprio centro; et altre volte sciorremo questa obiezzione, quando sarà lecito d’apportar la dottrina più diffusa.

DIALOGO PRIMO

INTERLOCUTORI: Elpino, Filoteo, Fracastorio, Burchio.

ELPINO Come è possibile che l’universo sia infinito?

FILOTEO Come è possibile che l’universo sia finito?

ELPINO Volete voi che si possa dimostrar questa in­finitudine?

FILOTEO Volete voi che si possa dimostrar questa fi­nitudine?

ELPINO Che dilatazione è questa?

FILOTEO Che margine è questa?

FRACASTORIO Ad rem, ad rem, si iuvat; troppo a lungo ne avete tenuto suspesi.

BURCHIO Venite presto a qualche raggione, Filoteo, perché io mi prenderò spasso de ascoltar questa favola o fantasia.

FRACASTORIO Modestius, Burchio: che dirai se la verità ti convincesse alfine?

BURCHIO Questo ancor che sia vero, io non lo vo­glio credere: perché questo infinito non è possibile che possa esser capito dal mio capo, né digerito dal mio sto­maco; benché, per dirla, pure vorrei che fusse cossì co­me dice Filoteo, per che se per mala sorte avenesse che io cascasse da questo mondo, sempre trovarei di paese.

ELPINO Certo, o Filoteo, se noi vogliamo far il senso giudice, o pur donargli quella prima che gli conviene, per quel che ogni notizia prende origine da lui, trovare­mo forse che non è facile di trovar mezzo per conchiu­dere quel che tu dici, più tosto che il contrario. Or pia­cendovi cominciate a farmi intendere.

FILOTEO Non è senso che vegga l’infinito, non è senso da cui si richieda questa conchiusione: per che l’infinito non può essere oggetto del senso; e però chi di-manda di conoscere questo per via di senso, è simile a colui che volesse veder con gli occhi la sustanza e l’es­senza: e chi negasse per questo la cosa, per che non è sensibile o visibile, verebe a negar la propria sustanza et essere. Però deve esser modo circa il dimandar testi­monio del senso: a cui non doniamo luogo in altro che in cose sensibili, anco non senza suspizione, se non entra in giudizio gionto alla raggione. A l’intelletto conviene giudicare e render raggione de le cose absenti e divise per distanza di tempo et intervallo di luoghi. Et in que­sto assai ne basta, et assai sufficiente testimonio abbia­mo dal senso, per quel, che non è potente a contradir­ne, e che oltre fa evidente e confessa la sua imbecillità et insufficienza per l’apparenza de la finitudine che cag­giona per il suo orizonte, in formar della quale ancora si vede quanto sia incostante. Or come abbiamo per esperienza che ne inganna nella superficie di questo glo­bo in cui ne ritroviamo, molto maggiormente doviamo averlo suspetto quanto a quel termine che nella stellifera concavità ne fa comprendere.

ELPINO A che dumque ne serveno gli sensi? dite.

FILOTEO Ad eccitar la raggione solamente, ad accu­sare, ad indicare e testificare in parte: non a testificare in tutto; né meno a giudicare, né a condannare. Perché giamai (quantumque perfetti) son senza qualche pertur­bazione. Onde la verità come da un debile principio è da gli sensi in picciola parte: ma non è nelli sensi.

FILOTEO Ne l’ogetto sensibile come in un specchio. Nella raggione per modo di argumentazione e discorso. Nell’intelletto per modo di principio, o di conclusione. Nella mente in propria e viva forma.

ELPINO Su dumque, fate vostre raggioni.

FILOTEO Cossì farò. Se il mondo è finito, et estra il mondo è nulla, vi dimando: ove è il mondo? ove è l’uni­verso? Risponde Aristotele: è in se stesso. Il convesso del primo cielo è loco universale; e quello, come primo continente, non è in altro continente: per che il loco non è altro che superficie et estremità di corpo continente; onde chi non ha corpo continente, non ha loco. Or che vuoi dir tu, Aristotele, per questo che «il luogo è in se stesso»? che mi conchiuderai per «cosa estra il mon­do»? Se tu dici che non v’è nulla, il cielo, il mondo, cer­to non sarà in parte alcuna:…

FRACASTORIO Nullibi ergo erit mundus. Omne erit in nihilo.

FILOTEO … il mondo sarà qualcosa che non si trova. Se dici (come certo mi par che vogli dir qualche cosa, per fuggir il vacuo et il niente) che estra il mondo è uno ente intellettuale e divino, di sorte che Dio venga ad essere luogo di tutte le cose, tu medesimo sarai molto impacciato per farne intendere come una cosa incorpo­rea, intelligibile e senza dimensione, possa esser luogo di cosa dimensionata. Che se dici quello comprendere come una forma, et al modo con cui l’anima comprende il corpo, non rispondi alla questione dell’estra, et al­la dimanda di ciò che si trova oltre e fuor de l’universo. E se te vuoi escusare con dire, che dove è nulla e dove non è cosa alcuna, non è anco luogo, non è oltre, né ex­tra, per questo non mi contentarai: perché queste sono paroli et iscuse che non possono entrare in pensiero. Perché è a fatto impossibile che con qualche senso o fantasia (anco se si ritrovassero altri sensi et altre fanta­sie) possi farmi affirmare con vera intenzione che si tro­ve tal superficie, tal margine, tal estremità, extra la quale non sia o corpo o vacuo: anco essendovi Dio; perché la divinità non è per impire il vacuo, e per conseguenza non è in raggione di quella in modo alcuno di terminare il corpo; perché tutto lo che se dice terminare, o è forma esteriore, o è corpo continente. Et in tutti modi che lo volessi dire, sareste stimato pregiudicatore alla dignità della natura divina et universale.

BURCHIO Certo credo che bisognarebe dire a costui, che se uno stendesse la mano oltre quel convesso, che quella non verrebe essere in loco; e non sarebe in parte alcuna: e per consequenza non arebe l’essere.

FILOTEO Giongo a questo qualmente non è ingegno che non concepa questo dir peripatetico come una im­plicata contradizzione. Aristotele ha definito il loco, non come corpo continente, non come certo spacio, ma co­me una superficie di continente corpo; e poi il primo e principal e massimo luogo è quello, a cui meno et a fatto niente conviene tal diffinizione. Quello è la superficie convessa del primo cielo, la quale è superficie di corpo: e di tal corpo, il quale contiene solamente e non è conte­nuto. Or a far che quella superficie sia luogo, non si ri­chiede che sia di corpo contenuto, ma che sia di corpo continente. Se è superficie di corpo continente, e non è gionta e continuata a corpo contenuto, è un luogo senza locato: atteso che al primo cielo non conviene esser luo­go se non per la sua superficie concava, la qual tocca la convessa del secondo. Ecco dumque come quella defi­nizione è vana, è confusa et interemptiva di se stessa: alla qual confusione si viene per aver quell’inconvenien­te, che vuoi che estra il cielo sia posto nulla.

ELPINO Diranno i Peripatetici che il primo cielo è corpo continente per la superficie concava, e non per la convessa: e secondo quella è luogo.

FRACASTORIO Et io soggiongo: che dumque si trova superficie di corpo continente la quale non è loco.

FIL0TEO In somma per venir direttamente al pro­posito: mi par cosa ridicola il dire che estra il cielo sia nulla, e che il cielo sia in se stesso, e locato per acciden­te, e loco per accidente, id est per le sue parti. Et inten­dasi quel che si voglia per il suo “per accidente”; che non può fuggir che non faccia de uno doi: per che sem­pre è altro et altro quel che è continente e quel che è contenuto; e talmente altro et altro che (secondo lui me­desimo) il continente è incorporeo et il contenuto è cor­po; il continente è inmobile, il contenuto è mobile; il continente matematico, il contenuto fisico. Or sia che si voglia di quella superficie; constantemente diman­darò: che cosa è oltre quella? Se si risponde che è nulla, questo dirò io esser vacuo, essere inane: e tal vacuo e tale inane, che non ha modo, né termine alcuno olte­riore; terminato però citeriormente: e questo è più difficile ad imaginare, che il pensar l’universo essere in­finito et immenso. Perché non possiamo fuggire il va­cuo, se vogliamo ponere l’universo finito. Veggiamo adesso se conviene che sia tal spacio, in cui sia nulla. In questo spacio infinito si trova questo universo (o sia per caso, o per necessità, o per providenza, per ora non me impaccio): dimando se questo spacio che contiene il mondo, ha maggiore aptitudine di contenere un mondo, che altro spacio che sia oltre.

FRACASTORIO Certo mi par che non: per che dove è“nulla”, non è differenza alcuna; dove non è differenza, non è altra et altra aptitudine: e forse manco è attitudine alcuna dove non è cosa alcuna.

ELPINO Né tampoco inepzia alcuna: e de le due più tosto quella, che questa.

FILOTEO Voi dite bene. Cossì dico io che come il vacuo et inane (che si pone necessariamente con questo peripatetico dire) non ha aptitudine alcuna a ricevere, assai meno la deve avere a ributtare il mondo. Ma di queste due attitudini noi ne veggiamo una in atto, e l’al­tra non la possiamo vedere a fatto, se non con l’occhio della raggione. Come dumque in questo spacio equale alla grandezza del mondo (il quale da Platonici è detto “materia”) è questo mondo, cossì un altro può essere in quel spacio, et in innumerabili spacii oltre questo, equali a questo.

FRACASTORIO Certo più sicuramente possiamo giu­dicar in similitudine di quel che veggiamo e conoscemo, che in modo contrario di quel che veggiamo e conosce-mo. Onde per che per il nostro vedere et esperimenta­re, l’universo non si finisce né termina a vacuo et inane, e di quello non è nuova alcuna, raggionevolmente dovia­mo conchiuder cossì; perché quando tutte l’altre raggio­ni fussero equali, noi veggiamo che l’esperimento è con­trario al vacuo, e non al pieno. Con dir questo saremo sempre iscusati: ma con dir altrimente non facilmente fugiremo mille accusazioni et inconvenienti. Seguitate, Filoteo.

FIL0TEO Dumque dal canto del spacio infinito co­nosciamo certo che è attitudine alla recepzione di cor­po, e non sappiamo altrimente: tutta volta mi bastarà avere che non ripugna a quella; almeno per questa cag­gione che dove è nulla, nulla oltraggia. Resta ora vedere se è cosa conveniente che tutto il spacio sia pieno, o non. E qua se noi consideriamo tanto in quello che può essere, quanto in quello che può fare, trovaremo sempre non sol raggionevole, ma ancora necessario, che sia. Questo acciò sia manifesto, vi dimando se è bene che questo mondo sia.

ELPINO Molto bene.

FILOTEO Dumque è bene che questo spacio che èequale alla dimension del mondo (il quale voglio chia­mar vacuo, simile et indifferente al spacio che tu direste esser niente oltre la convessitudine del primo cielo) sia talmente ripieno.

ELPINO Cossì è.

FILOTEO Oltre te dimando: credi tu che sicome in questo spacio si trova questa machina detta mondo, che la medesima arebe possuto o potrebe essere in altro spa­cio di questo inane?

ELPINO Dirò de sì; benché non veggio come nel niente e vacuo possiamo dire differenza di altro et altro.

FRACASTORTO Io son certo che vedi, ma non ardi­sci di affirmare, perché ti accorgi dove ti vuoi menare.

ELPINO Affirmatelo pur sicuramente; perché è ne­cessario dire et intendere, che questo mondo è in un spacio: il quale, se il mondo non fusse, sarebe indiffe­rente da quello che è oltre il primo vostro mobile.

FRACASTORIO Seguitate.

FILOTEO Dumque sicome può et ha possuto, et ènecessariamente perfetto questo spacio per la continen­za di questo corpo universale, come dici, niente meno può et ha possuto esser perfetto tutto l’altro spacio.

ELPINO Il concedo; che per questo? Può essere, può avere: dumque è? dumque ha?

FILOTEO Io farò che (se vuoi ingenuamente confes­sare) che tu dica che può essere, e che deve essere, e che è. Perché come sarebe male che questo spacio non fusse pieno, ciò è che questo mondo non fusse; non meno, per la indifferenza, è male che tutto il spacio non sia pieno; e per consequenza l’universo sarà di dimensione infinita, e gli mondi saranno innumerabii.

ELPINO La causa perché denno essere tanti e non basta uno?

FILOTEO Perché se è male che questo mondo non sia, o che questo pieno non si ritrove, è al riguardo di questo spacio, o di altro spacio equale a questo?

ELPINO Io dico che è male al riguardo di quel che èin questo spacio; che indifferentemente si potrebe ritro­vare in altro spacio equale a questo.

FILOTEO Questo, se ben consideri, viene tutto ad uno; perché la bontà di questo esser corporeo che è in questo spacio, o potrebe essere in altro equale a questo, rende raggione e riguarda ad quella bontà conveniente e perfezzione che può esser in tale e tanto spacfo, quanto è questo, o altro equale a questo; e non a quella che può essere in innumerabii altri spacii simili a questo. Tanto più che seè raggione che sia un buono finito, un perfet­to terminato; improporzionalmente è raggione che sia un buono infinito; perché dove il finito bene è per con­venienza e raggione, l’infinito è per absoluta necessità.

ELPINO L’infinito buono certamente è: ma è incor­poreo.

FILOTEO In questo siamo concordanti quanto a l’in­finito incorporeo. Ma che cosa fa che non sia convenien­tissimo il buono, ente, corporeo infinito? O che repugna che l’infinito inplicato nel simplicissimo et individuo primo principio, non venga esplicato più tosto in questo suo simulacro infinito et interminato, capacissimo de in­numerabili mondi, che venga esplicato in sì anguste margini: di sorte che par vituperio il non pensare che questo corpo che a noi par vasto e grandissimo, al ri­guardo della divina presenza non sia che un punto, anzi un nulla?

ELPINO Come la grandezza de Dio non consiste nel­la dimensione corporale in modo alcuno (lascio che non gli aggionge nulla il mondo), cossì la grandezza del suo simulacro non doviamo pensare che consista nella mag­giore e minore mole di dimensioni.

FILOTEO Assai bene dite: ma non rispondete al ner­vo della raggione; perché io non richiedo il spacio infini­to, e la natura non ha spacio infinito, per la dignità della dimensione o della mole corporea: ma per la dignità del­le nature e specie corporee; perché incomparabilmente meglio in innumerabili individui si presenta l’eccellenza infinita, che in quelli che sono numerabii e finiti. Però bisogna che di un inaccesso volto divino, sia uno infi­nito simulacro nel quale come infiniti membri poi si tro­vino mondi innumerabili, quali sono gli altri. Però per la raggione de innumerabili gradi di perfezzione che den­no esplicare la eccellenza divina incorporea per modo corporeo, derino essere innumerabili individui che son questi grandi animali (de quali uno è questa terra, diva madre che ne ha parturiti et alimenta e che oltre ne ri­prenderà) per la continenza di questi innumerabili si richiede un spacio infinito. Nientemeno dumque è be­ne che siano (come possono essere) innumerabili mondi simili a questo: come ha possuto, e può essere, et è bene che sia questo.

ELPINO Diremo che questo mondo finito, con que­sti finiti astri, comprende la perfezzione de tutte cose.

FILOTEO Possete dirlo, ma non già provarlo: per che il mondo che è in questo spacio finito, comprende la perfezzionedi tutte quelle cose finite che son in questo spacio; ma non già dell’infinite che possono essere, in al­tri spacii innumerabii.

FRACASTORIO Di grazia fermiamoci; e non facciamo come i sofisti li quali disputano per vencere: e mentre rimirano alla lor palma, impediscono che essi et altri non comprendano il vero. Or io credo che non sia perfi­dioso tanto pertinace che voglia oltre calumniare, che per la raggion del spacio che può infinitamente com­prendere, e per la raggione della bontà individuale e nu­merale de infiniti mondi che possono esser compresi sia, o che questo pieno non si ritrove, è al riguardo di questo spacio, o di altro spacio equale a questo?

ELPINO Io dico che è male al riguardo di quel che èin questo spacio; che indifferentemente si potrebe ritro­vare in altro spacio equale a questo.

FILOTEO Questo, se ben consideri, viene tutto ad uno; perché la bontà di questo esser corporeo che è in questo spacio, o potrebe essere in altro equale a questo, rende raggione e riguarda ad quella bontà conveniente e perfezzione che può esser in tale e tanto spacio, quanto è questo, o altro equale a questo; e non a quella che può essere in innumerabili altri spacii simili a questo. Tanto più che se è raggione che sia un buono finito, un perfet­to terminato; improporzionalmente è raggione che sia un buono infinito; perché dove il finito bene è per con­venienza e raggione, l’infinito è per absoluta necessità.

ELPINO L’infinito buono certamente è: ma è incor­poreo.

FILOTEO In questo siamo concordanti quanto a l’in­finito incorporeo. Ma che cosa fa che non sia convenien­tissimo il buono, ente, corporeo infinito? O che repugna che l’infinito inplicato nel simplicissimo et individuo primo principio, non venga esplicato più tosto in questo suo simulacro infinito et interminato, capacissimo de in­numerabili mondi, che venga esplicato in sì anguste margini: di sorte che par vituperio il non pensare che questo corpo che a noi par vasto e grandissimo, al ri­guardo della divina presenza non sia che un punto, anzi un nulla?

ELPINO Come la grandezza de Dio non consiste nel­la dimensione corporale in modo alcuno (lascio che non gli aggionge nulla il mondo), cossì la grandezza del suo simulacro non doviamo pensare che consista nella mag­giore e minore mole di dimensioni.

FILOTEO Assai bene dite: ma non rispondete al ner­vo della raggione; perché io non richiedo il spacio infini­to, e la natura non ha spacio infinito, per la dignità della dimensione o della mole corporea: ma per la dignità del­le nature e specie corporee; perché incomparabilmente meglio in innumerabii individui si presenta l’eccellenza infinita, che in quelli che sono numerabili e finiti. Però bisogna che di un inaccesso volto divino, sia uno infi­nito simulacro nel quale come infiniti membri poi si tro­vino mondi innumerabili, quali sono gli altri. Però per la raggione de innumerabili gradi di perfezzione che den­no esplicare la eccellenza divina incorporea per modo corporeo, denno essere innumerabili individui che son questi grandi animali (de quali uno è questa terra, diva madre che ne ha parturiti et alimenta e che oltre ne ri­prenderà) per la continenza di questi innumerabili si richiede un spacio infinito. Nientemeno dumque è be­ne che siano (come possono essere) innumerabili mondi simili a questo: come ha possuto, e può essere, et è bene che sia questo.

ELPINO Diremo che questo mondo finito, con que­sti finiti astri, comprende la perfezzione de tutte cose.

FILOTEO Possete dirlo, ma non già provarlo: per che il mondo che è in questo spacio finito, comprende la perfezzione di tutte quelle cose finite che son in questo spacio; ma non già dell’infinite che possono essere, in al-tri spacii innumerabili.

FRACASTORIO Di grazia fermiamoci; e non facciamo come i sofisti li quali disputano per vencere: e mentre rimirano alla lor palma, impediscono che essi et altri non comprendano il vero. Or io credo che non sia perfi­dioso tanto pertinace che voglia oltre calumniare, che per la raggion del spacio che può infinitamente com­prendere, e per la raggione della bontà individuale e nu­merale de infiniti mondi che possono esser compresi niente meno che questo uno che noi conosciamo, hanno ciascuno di essi raggione di convenientemente essere. Perché infinito spacio ha infinita attitudine, et in quella infinita attitudine si loda infinito atto di existenza; per cui l’efficiente infinito non è stimato deficiente, e per cui l’attitudine non è vana. Contèntati dumque, Elpino, di ascoltar altre raggioni, se altre occorreno al Fioteo.

ELPINO Io veggio bene, a dire il vero, che dire il mondo (come dite voi l’universo) interminato, non por­ta seco inconveniente alcuno, e ne viene a liberar da innumerabili angustie: nelle quali siamo aviluppati dal contrario dire. Conosco particolarmente che ne bisogna con i Peripatetici tal volta dir cosa, che nella nostra in­tenzione non tiene fondamento alcuno: come dopo aver negato il vacuo tanto fuori quanto dentro l’universo, vo­gliamo pur rispondere alla questione che cerca dove sia l’universo: e dire quello essere ne le sue parti, per tema di dire che lo non sia in loco alcuno; come è dire, nulli­bi nusquam. Ma non si può togliere che in quel modo è bisogno di dire, le parti ritrovarsi in qualche loco; e l’universo non essere in loco alcuno, né in spacio: il qual dire (come ogn’un vede), non può essere fondato sopra intenzione alcuna; ma significa espressamente una perti­nace fuga, per non confessar la verità con ponere il mondo et universo infinito, o con ponere il spacio infini­to: da le quali ambe posizioni séguita gemina confusione a chi le tiene. Affermo dumque che, se il tutto è un corpo, e corpo sferico, e per consequenza figurato e ter­minato, bisogna che sia terminato in spacio infinito; nel quale se vogliam dire che sia nulla, è necessario conce­dere che sia il vero vacuo: il quale se è, non ha minor raggione in tutto, che in questa parte che qua veggia­mo capace di questo mondo; se non è, deve essere il pie­no, e consequentemente l’universo infinito. E non meno insipidamente siegue il mondo essere alicubi, avendo detto che estra quello è nulla, e che vi è nelle sue parti, che se uno dicesse Elpino essere alicubi perché la sua mano è nel suo braccio, l’occhio nel suo volto, il piè nel­la gamba, il capo nel suo busto. Ma per venire alla con­clusione, e per non portarmi da sofista fissando il piè su l’apparente difficoltadi, e spendere il tempo in ciancie, affermo quel che non posso negare: cioè, che nel spacio infinito o potrebono essere infiniti mondi simili a que­sto, o che questo universo stendesse la sua capacità e comprensione di molti corpi come son questi, nomati astri; et ancora che (o simili o dissimili che sieno questi mondi) non con minor raggione sarebe bene a l’uno l’es­sere, che a l’altro: perché l’essere de l’altro non ha minor raggione che l’essere de l’uno, e l’essere di molti non mi­nor che de l’uno e l’altro, e l’essere de infiniti, che di molti. Là onde come sarebe male la abolizione et il non essere di questo mondo, cossì non sarebe buono il non essere de innumerabii altri.

FRACASTORIO Vi esplicate molto bene, e mostrate di comprender bene le raggioni, e non esser sofista: per che accettate quel che non si può negare.

ELPINO Pure vorei udire quel che resta di raggione del principio, e causa efficiente eterna: se a quella convegna questo effetto di tal sorte infinito, e se per tan­to in fatto tale effetto sia.

FILOTEO Questo è quel ch’io dovevo aggiongere. Perché dopo aver detto l’universo dover essere infinito per la capacità et attitudine del spacio infinito, e per la possibilità e convenienza dell’essere di innumerabii mondi come questo: resta ora provarlo e dalle circostan­ze dell’efficiente che deve averlo produtto tale, o (per parlar meglio) produrlo sempre tale, e dalla condizione del modo nostro de intendere. Possiamo [più] facil­mente argumentare che infinito spacio sia simile a questo che veggiamo, che argumentare che sia tale quale non lo veggiamo né per essempio, né per similitudine, né per proporzione, né anco per imaginazione alcuna, la quale al fine non destrugga se medesima. Ora per cominciarla: per che vogliamo o possiamo noi pensare che la divina ef­ficacia sia ociosa? Per che vogliamo dire che la divina bontà la quale si può communicare alle cose infinite, e si può infinitamente diffondere, che voglia essere scarsa et astrengersi in niente (atteso che ogni cosa finita al ri­guardo de l’infinito è niente)? Perché volete che quel centro della divinità, che può infinitamente in una sfera (se cossì si potesse dire) infinita amplificarse, come invi­dioso, rimaner più tosto sterile che farsi comunicabile, padre fecondo, ornato e bello? voler più tosto comuni­carsi diminutamente e (per dir meglio) non comunicarsi, che secondo la raggione della gloriosa potenza et esser suo? Per che deve esser frustrata la capacità infinita, de­fraudata la possibilità de infiniti mondi che possono esse­re, pregiudicata la eccellenza della divina imagine, che deverebe più risplendere in un specchio incontratto, e se­condo il suo modo di essere, infinito, imenso? Perché doviamo affirmar questo che posto mena seco tanti in­convenienti, e senza faurir leggi, religioni, fede o moralità in modo alcuno, destrugge tanti principii di filosofia? Come vuoi tu che Dio, e quanto alla potenza, e quanto a l’operazione, e quanto a l’effetto (che in lui son medesima cosa), sia determinato, e come termino della convessitu­dine di una sfera: più tosto che (come dir si può) termino interminato di cosa interminata? Termino dico senza termine: per esser differente la infinità dell’uno da l’infi­nità dell’altro; perché lui è tutto l’infinito complicata­mente e totalmente: ma l’universo è tutto in tutto (se pur in modo alcuno si può dir totalità dove non è parte né fi­ne) explicatamente, e non totalmente; per il che l’uno ha raggion di termine, l’altro ha raggion di terminato, non per differenza di finito et infinito, ma perché l’uno è infi­nito e l’altro è finiente secondo la raggione del totale e to­talmente essere in tutto quello che, benché sia tutto infi­nito, non è però totalmente infinito: perché questo ripu­gna alla infinità dimensionale.

ELPINO Io vorrei meglio intender questo; però mi farete piacere di esplicarvi alquanto: per quel che dite essere tutto in tutto totalmente, e tutto in tutto l’infinito, e totalmente infinito.

FILOTEO Io dico l’universo “tutto infinito” perché non ha margine, termino, né superficie; dico l’universo non essere “totalmente infinito” perché ciascuna parte che di quello possiamo prendere è finita, e de mondi in­numerabii che contiene, ciascuno è finito. Io dico Dio “tutto infinito” perché da sé esclude ogni termine, et ogni suo attributo è uno et infinito; e dico Dio “total­mente infinito” perché tutto lui è in tutto il mondo, et in ciascuna sua parte infinitamente e totalmente; al contra­rio dell’infinità de l’universo, la quale è totalmente in tutto, e non in queste parti (se pur referendosi all’infini­to possono esser chiamate parti), che noi possiamo com­prendere in quello.96

ELPINO Io intendo. Or seguite il vostro proposito.

FILOTEO Per tutte le raggioni dumque per le quali se dice esser conveniente, buono, necessario questo mondo compreso come finito, deve dirse esserno convenienti e buoni tutti gli altri innumerabii; a li quali per medesima raggione l’omnipotenza non invidia l’essere; e senza li quali quella, o per non volere o per non possere, verrebe ad esser biasimata: per lasciar un vacuo o (se non vuoi dir vacuo) un spacio infinito, per cui non solamente verrebe suttratta infinita perfezzione dello ente, ma anco infinita maestà attuale allo efficiente nelle cose fatte se son fatte, o dependenti se sono eterne. Qual raggione vuole che vogliamo credere che l’agente che può fare un buono in­finito lo fa finito? e se lo fa finito, perché doviamo noi credere che possa farlo infinito, essendo in lui il possere et il fare tutto uno? Perché è inmutabile, non ha conti­genzia nell’operazione, né nella efficacia, ma da deter­minata e certa efficacia depende determinato e certo ef­fetto inmutabimente: onde non può essere altro che quello che è; non può esser tale quale non è; non può pos­ser altro che quel che può; non può voler altro che quel che vuole; e necessariamente non può far altro che quel che fa: atteso che l’aver potenza distinta da l’atto convie­ne solamente a cose mutabili.

FRACASTORIO Certo non è soggetto di possibilità o di potenza quello che giamai fu, non è, e già mai sarà; e veramente se il primo efficiente non può voler altro che quel che vuole, non può far altro che quel che fa. E non veggo come alcuni intendano quel che dicono della potenza attiva infinita, a cui non corrisponda potenza passiva infinita; e che quello faccia uno e finito, che può far innumerabili ne l’infinito et inmenso: essendo l’azzion sua necessaria, perché procede da tal volontà, quale per essere inmutabilissima, anzi la immutabilità istessa, è ancora la istessa necessità; onde sono a fatto medesima cosa libertà, volontà, necessità, et oltre il fare col volere, possere et essere.

FILOTEO Voi consentite, e dite molto bene. Adun­que bisogna dir una de due: o che l’efficiente, possendo dependere da lui l’effetto infinito, sia riconosciuto come causa e principio d’uno inmenso universo che contiene mondi innumerabili; e da questo non siegue inconve­niente alcuno, anzi tutti convenienti e secondo la scienza e secondo le leggi e fede; o che, dependendo da lui un fi­nito universo, con questi mondi (che son gli astri) di nu­mero determinato, sia conosciuto di potenza attiva finita e determinata, come l’atto è finito e determinato: perché quale è l’atto, tale è la volontà, tale è la potenza.

FRACASTORTO Io completto et ordino un paio di sil­logismi in questa maniera. Il primo efficiente se volesse far altro che quel che vuol fare, potrebe far altro che quel che fa; ma non può voler far altro che quel che vuoi fare: dumque non può far altro che quel che fa. Dum­que chi dice l’effetto finito, pone l’operazione e la po­tenza finita. Oltre (che viene al medesimo): il primo effi­ciente non può far se non quel che vuoi fare; non vuoi fare se non quel che fa: dumque non può fare se non quel che fa. Dumque chi nega l’effetto infinito nega la potenza infinita.

FILOTE0 Questi se non son semplici, sono demo­strativi sillogismi. Tutta volta lodo che alcuni degni teo­logi non le admettano: per che providamente conside­rando, sanno che gli rozzi popoili et ignoranti, con questa necessità vegnono a non posser concipere come possa star la elezzione e dignità e meriti di giusticia; on­de confidati o desperati sotto certo fato, sono necessa­riamente sceleratissimi. Come talvolta certi corrottori dileggi, fede e religione, volendo parer savii, hanno in­fettato tanti popoli facendoli dovenir più barbari e sce­lerati che non eran prima, dispreggiatori dei ben fare et assicuratissimi ad ogni vizio e ribaldaria, per le conclu­sioni che tirano da simili premisse. Però non tanto il contrario dire appresso gli sapienti è scandaloso, e de-trae alla grandezza et eccellenza divina, quanto quel che è vero, è pernicioso alla civile conversazione, e contrario alfine delle leggi, non per esser vero, ma per esser male inteso, tanto per quei che malignamente il trattano, quanto per quei che non son capaci de intenderlo senza iattura di costumi

FRACASTORIO Vero. Non si è trovato giamai filo­sofo, dotto et uomo da bene che sotto specie o pretesto alcuno, da tal proposizione avesse voluto tirar la neces­sità delli effetti umani, e destruggere l’elezzione. Co­me tra gli altri Platone et Aristotele, con ponere la ne­cessità et immutabilità in Dio, non poneno meno la libertà morale e facultà della nostra elezzione: perché sanno bene e possono capire come siano compossibili quella necessità e questa libertà. Però alcuni di veri padri e pastori di popoli toglieno forse questo dire et altro simile per non donare comodità a scelerati e sedut­tori nemici della civilità e profitto generale, di tirar le noiose conclusioni abusando della semplicità et igno­ranza di quei che difficilmente possono capire il vero, e prontissimamente sono inclinati al male. E facilmente condonaranno a noi di usar le vere proposizioni, dalle quali non vogliamo inferir altro che la verità della natura e dell’eccellenza de l’autor di quella; e le quali non son proposte da noi al volgo, ma a sapienti soli che possono aver accesso all’intelligenza di nostri discorsi. Da que­sto principio depende che gli non men dotti che religio­si teologi giamai han pregiudicato alla libertà de filosofi; e gli veri, civili e bene accostumati filosofi sempre hanno faurito le religioni: perché gli uni e gli altri sanno che la fede si richiede per l’instituzione di rozzi popoli, che denno esser governati; e la demostrazione per gli con­templativi, che sanno governar sé et altri.

ELPINO Quanto a questa protestazione è detto assai; ritornate ora al proposito.

FILOTEO Per venir dumque ad inferir quel che vo­gliamo: dico che se nel primo efficiente è potenza infinita, è ancora operazion da la quale depende l’universo di grandezza infinita, e mondi di numero infinito.

ELPINO Quel che dite contiene in sé gran persuasio­ne, se non contiene la verità. Ma questo che mi par mol­to verisimile io lo affermarò per vero: se mi potrete risol­vere di uno importantissimo argomento per il quale è stato ridutto Aristotele a negar la divina potenza infinita intensivamente, benché la concedesse estensivamente. Dove la raggione della negazione sua era che essendo in Dio cosa medesima potenza et atto, possendo cossì mo­vere infinitamente, moverebe infinitamente con vigore infinito; il che se fusse vero, verrebe il cielo mosso in istante: perché se il motor più forte muove più veloce­mente, il fortissimo muove velocissimamente, l’infinita­mente forte muove istantaneamente. La raggione del­la affirmazione era che lui eternamente e regolatamente muove il primo mobile, secondo quella raggione e misu­ra con la quale il muove. Vedi dumque per che raggione li attribuisce infinità estensiva, ma non infinità absoluta, et intensivamente ancora: per il che voglio conchiudere che sì come la sua potenza motiva infinita è contratta all’atto di moto secondo velocità finita, cossì la medesi­ma potenza di far l’inmenso et innumerabili è limitata dalla sua voluntà al finito e numerabili. Quasi il mede­simo vogliono alcuni teologi, i quali oltre che concedeno la infinità estensiva, con la quale successivamente perpe­tua il moto dell’universo, richiedeno ancora la infinità intensiva, con la quale può far mondi innumerabili, muovere mondi innumerabili, e ciascuno di quelli e tutti quelli insieme muovere in uno istante: tutta volta cossì ha temprato con la sua voluntà la quantità della moltitu­dine di mondi innumerabili, come la qualità del moto intensissimo. Dove, come questo moto, che procede pu­re da potenza infinita, nulla obstante, è conosciuto fini­to, cossì facilmente il numero di corpi mondani potrà esser creduto determinato.

FILOTEO L’argumento in vero è di maggior persua­sione et apparenza che altro possa essere; circa il quale è detto già a bastanza, per quel che si vuole che la volontà divina sia regolatrice, modificatrice e terminatrice della divina potenza. Onde seguitano innumerabili incon­venienti, secondo la filosofia al meno: lascio i principii teologali, i quali con tutto ciò non admetteranno che la divina potenza sia più che la divina volontà o bontà; e generalmente che uno attributo secondo maggior rag­gione convegna alla divinità, che un altro.’24

ELPINO Or perché dumque hanno quel modo di di­re, se non hanno questo modo di intendere?

FILOTEO Per penuria di termini et efficaci resolu­zioni.

ELPINO Or dumque voi, che avete particular princi­pii con gli quali affermate l’uno, cioè che la potenza di­vina è infinita intensiva ed estensivamente; e che l’atto non è distinto dalla potenza, e che per questo l’universo è infinito e gli mondi sono innumerabili; e non negate l’altro, che in fatto ciascuno de li astri o orbi (come ti piace dire) vien mosso in tempo e non in instante: mo­strate con quai termini e con che risoluzione venete a salvar la vostra o togliere l’altrui persuasioni, per le qua­li giudicano in conclusione il contrario di quel che giu­dicate voi.

FILOTEO Per la risoluzion di quel che cercate dove­te avertire: prima, che essendo l’universo infinito et im­mobile, non bisogna cercare il motor di quello. Secon­do, che essendo infiniti gli mondi contenuti in quello, quali sono le terre, li fuochi et altre specie di corpi chia­mati astri, tutti se muoveno dal principio interno che èla propria anima, come in altro loco abbiamo provato: e però è vano andar investigando i lor motore estrinseco. Terzo, che questi corpi mondani si muoveno nella ete­rea regione non affisi, o inchiodati in corpo alcuno, più che questa terra (che è un di quelli) è affissa: la qual però proviamo che dall’interno animale instinto circui­sce il proprio centro in più maniere, et il sole. Prepo­sti cotali avertimenti, secondo gli nostri principii non siamo forzati a dimostrar moto attivo né passivo di vertù infinita intensivamente: perché il mobile et il motore èinfinito, e l’anima movente et il corpo moto concorreno in un finito soggetto; in ciascuno dico di detti mondani astri. Tanto che il primo principio non è quello che muove; ma quieto et immobile dà il posser muoversi a infiniti et innumerabili mondi, grandi e piccoli animali posti nell’amplissima reggione de l’universo, de quali ciascuno secondo la condizione della propria virtù ha la raggione di mobilità, motività et altri accidenti.

ELPINO Voi siete fortificato molto; ma non già per questo gittate la machina delle contrarie opinioni le quali tutte hanno per famoso e come presupposto che l’Op­timo Massimo muove il tutto: tu dici che dona il muover­si al tutto che si muove; e però il moto accade secondo la virtù del prossimo motore. Certo mi pare più tosto raggionevole di vantaggio, che meno conveniente, questo tuo dire, che il comune determinare. Tutta volta, per quel che solete dire circa l’anima del mondo e circa l’essenza divina, che è tutta in tutto, empie tutto, et è più intrinseca alle cose che la essenzia propria di quelle, perché è la es­senzia de le essenzie, vita de le vite, anima de le anime; però non meno mi par che possiamo dire lui movere il tutto, che dare al tutto il muoversi. Onde il dubio già fatto par che anco stia su li suoi piedi.

FILOTEO Et in questo facilmente posso satisfarvi. Dico dumque che nelle cose è da contemplare (se cossì volete) doi principii attivi di moto: l’uno finito, secondo la raggione del finito soggetto, e questo muove in tem­po; l’altro infinito, secondo la raggione dell’anima del mondo, overo della divinità, che è come anima de l’ani­ma, la quale è tutta in tutto e fa esser l’anima tutta in tut­to; e questo muove in istante. La terra dumque ha dui moti; cossì tutti gli corpi che si muoveno hanno dui principii di moto: de quali il principio infinito è quello che insieme insieme muove et ha mosso; onde secondo quella raggione il corpo mobile non meno è stabilissimo che mobilissimo. Come appare nella presente figura, che voglio significhe la terra: che è mossa in instante, in quanto che ha motore di virtù infinita. Quella movendosi con il centro da A in E, e tornando da E in A, e questo essendo in uno instante, insieme insieme è in A et in E et in tutti gli luoghi tramezzanti; e però insieme insieme è partita e ritornata: e questo essendo sempre cossì, aviene che sempre sia stabilissima. Similmente quanto al suo moto circa il centro, dove è il suo oriente I, il mezo gior­no V, l’occidente K, il merinozzio O; ciascuno di que­sti punti circuisce per virtù di polso infinito: e però ciascuno di quelli insieme insieme è partito et è ritorna­to; per consequenza è fisso sempre et è dove era. Tanto che in conclusione questi corpi essere mossi da virtù in­finita, è medesimo che non esser mossi; per che movere in instante e non movere, è tutto medesimo et uno. Ri­mane dumque l’altro principio attivo del moto: il quale è dalla virtù intrinseca, e per conseguenza è in tempo e certa successione; e questo moto è distinto dalla quiete. Ecco dumque come possiamo dire Dio muovere il tutto; e come doviamo intendere che dà il muoversi al tutto che si muove.

ELPINO Or che tanto alta et efficacemente mi hai tolta e risoluta questa difficoltà, io cedo a fatto al vostro giudizio, e spero oltre sempre da voi ricevere simili reso­luzioni; perché, benché in poco sin ora io n’abbia pratti­cato e tentato, ho pur ricevuto e conceputo assai; e spe­ro di gran vantaggio più: perché, benché a pieno non vegga l’animo vostro, dal raggio che diffonde scorgo che dentro si rinchiude o un sole o pur un luminar maggio­re. E da oggi in poi, non con speranza di superar la vostra sufficienza, ma con dissegno di porgere occasione a vostre elucidazioni, ritornarò a proporvi, se vi dignare­te di farvi ritrovar per tanti giorni alla medesima ora in questo loco, quanti bastaranno ad udir et intender tanto che mi quiete a fatto la mente.

FILOTEO Cossì farò.

FRACASTORIO Sarai gratissimo, e vi saremo attentis­simi auditori.

BURCHIO Et io quantumque poco intendente, se non intenderò li sentimenti, ascoltarò le paroli; se non ascoltarò le paroli, udirò la voce. Adio.