Argomento del quinto dialogo e Dialogo Quinto

De l’Infinito, Universo e Mondi

Argomento del quinto dialogo e Dialogo Quinto

ARGOMENTO DEL QUINTO DIALOGO

Nel principio del quinto dialogo si presenta uno dotato di più felice ingegno; il qual quantumque nodrito incontraria per aver potenza di giudicar sopra quello ch’have udito e visto, può far differenza tra una et un’altra disciplina, e facilmente si rimette e corregge. Si dice chi sieno quei a’ quali Aristotele pare un miraco­lo di natura, atteso che coloro che malamente l’inten­deno, et hanno l’ingegno basso, magnificamente sente­no di lui: perché doviamo compatire a simili, e fuggir la lor disputazione, percioché con essi non vi è altro che da perdere.

Qua Albertino nuovo interlocutore apporta tredici argumenti, ne li quali consiste tutta la persuasione con­traria alla pluralità e moltitudine di mondi. Il primo si prende da quel che estra il mondo non s’intende loco, né tempo, né vacuo, né corpo semplice, né composto. Il secondo, da l’unità del motore. Il terzo, da luoghi de corpi mobili. Il quarto, dalla distanza de gli orizon­ti dal mezzo. Il quinto, dalla contiguità de più mondi or­biculari.” Il sesto, da spacii triangulari che causano con il suo Il settimo, dall’infinito in atto che non è; e da un determinato numero, che non è più raggio­nevole che l’altro. Da la qual raggione noi possiamo non solo equabmente ma e di gran vantaggio inferire che per ciò il numero non deve essere determinato, ma infinito. Il nono, dalla determinazione di cose na­turali; e dalla potenza passiva de le cose, la quale alla di­vina efficacia et attiva potenza non risponde. Ma qua èda considerare che è cosa inconvenientissima, che il pri­mo et altissimo sia simile ad uno ch’ha virtù di citariza­re, e per difetto di citara, non e sia un che può fare, ma non fa, perché quella cosa che può fare non può esser fatta da lui: il che pone una più che aper­ta contradizzione, la quale non può essere non cono­sciuta, eccetto che da quei che conoscono niente. Il decimo, dalla bontà civile che consiste nella conversa­zione. L’undecimo, da quel che per la contiguità d’un mondo con l’altro séguita che il moto de l’uno impedi­sca il moto de l’altro. Il terzodecimo, da quel che se questo mondo è compìto e perfetto, non è dovero che altro o altri se gli aggiunga o aggiungano.

Questi son que’ dubii e motivi, nella soluzion delli quali consiste tanta dottrina quanta sola basta a scuoprir gl’intimi e radicali errori de la filosofia volgare, et il pon­do e momento de la nostra. Ecco qua la raggione per cui non doviam temere che cosa alcuna diffluisca, che particolar veruno o si disperda, o veramente inanisca, o si diffonda in vacuo che lo dismembre in adnihilazione. Ecco la raggion della mutazion vicissitudinale del tutto; per cui cosa non è di male da cui non s’esca, cosa non è di buono a cui non s’incorra: mentre per l’infinito campo, per la perpetua mutazione, tutta la sustanza persevera medesima et una) Dalla qual contemplazione (se vi sar­remo attenti) avverrà che nullo strano accidente ne di-smetta per doglia o timore, e nessuna fortuna per pia­cere o speranza ne estoglia: onde aremo la via vera alla vera moralità, saremo magnanimi, spreggiatori di quel che fanciulleschi pensieri stimano, e verremo certa­mente più grandi che que’ dèi che il cieco volgo adora, perché dovenerremo veri contemplatori dell’istoria de la natura, la quale è scritta in noi medesimi, e regolati exe­cutori delle divine leggi che nel centro del nostro core son inscolpite. Conosceremo che non è altro volare da qua al cielo, che dal cielo qua; non altro ascendere da là qua, che da qua là: né è altro descendere da l’uno e l’altro termine. Noi non siamo più circonferenziali a essi, che essi a noi; loro non sono più centro a noi, che noi a lo­ro: non altrimente calcamo la stella, e siamo compresi noi dal cielo, che essi loro.

Eccone dumque fuor d’invidia, eccone liberi da vana ansia e stolta cura di bramar lontano quel tanto bene che possedemo vicino e gionto. Eccone più liberi dal maggior timore che loro caschino sopra di noi, che mes­si in speranza che noi caschiamo sopra di loro; perché cossì infinito aria sustiene questo globo, come quelli: cossì questo animale libero per il suo spacio discorre, et ottiene la sua reggione, come ciascuno di quegli altri per il suo. Il che considerato e compreso che arremo, oh a quanto più considerare e comprendere ne diporta­remo! Onde per mezzo di questa scienza otteneremo certo quel bene, che per l’altre vanamente si cerca.

Questa è quella filosofia che apre gli sensi, contenta il spirto, magnifica l’intelletto, e riduce l’uomo alla vera beatitudine, che può aver come uomo, e consistente in questa e tale composizione: perché lo libera dalla sollecita cura di piaceri e cieco sentimento di dolori; lo fa godere dell’essere presente, e non più temere che spe­rare del futuro; perché la providenza, o fato, o sorte, che dispone della vicissitudine del nostro essere particolare, non vuole né permette che più sappiamo dell’uno, che ignoriamo dell’altro: alla prima vista e primo rancon­tro rendendoci dubii e perplessi. Ma mentre conside­ramo più profondamente l’essere e sustanza di quello in cui siamo inmutabili, trovaremo non esser morte, non solo per noi, ma né per veruna sustanza: mentre nulla sustanzialmente si sminuisce, ma tutto per infinito spa­cio discorrendo cangia il volto. E perché tutti sotto­giacemo ad ottimo efficiente, non doviamo credere, sti­mare e sperare altro, eccetto che come tutto è da buono, cossì tutto è buono, per buono et a buono; da bene, per bene, a bene. Del che il contrario non appare se non a chi non apprende altro che l’esser presente; come la bel­tade dell’edificio non è manifesta a chi scorge una mini­ma parte di quello, come un sasso, un cemento affisso, un mezzo parete: ma massime a colui che può vedere l’intiero, e che ha facultà di far conferenza di parti a parti. Non temiamo che quello che è accumulato in que­sto mondo, per la vehemenza di qualche spirto erran­te, o per il sdegno di qualche fulmineo Giove, si di­sperga fuor di questa tomba o cupola del cielo, o si scuota et effluisca come in polvere fuor di questo manto stellifere e la natura de le cose non altrimente possa venire ad inanirsi in sustanza, che alla apparen­za di nostri occhi quell’aria ch’era compreso entro la concavitade di una bolla va in casso: perché ne è noto un mondo in cui sempre cosa succede a cosa; senza che sia ultimo profondo, da onde come da la mano del fa­bro irreparabilmente effluiscano in nulla. Non sono fini, termini, margini, muraglia che ne defrodino e suttragano la infinita copia de le cose. Indi feconda è la terra et il suo mare; indi perpetuo è il vampo del sole: sumministrandosi eternamente esca a gli voraci fuochi, et umori a gli attenuati mari; perché dall’infinito sem­pre nova copia di materia sottonasce. Di maniera che megliormente intese Democrito et Epicuro, che voglio­no tutto per infinito rinovarsi e restituirsi: che chi si for­za di salvare eterno la costanza de l’universo, perché me­desimo numero a medesimo numero sempre succeda, e medesime parti di materia con le medesime sempre si convertano. Or provedete, signori astrologi, con li vostri pedissequi fisici, per que’ vostri cerchi che vi di­scriveno le fantasiate nove sfere mobili con le quali venete ad impriggionarvi il cervello di sorte che me vi presentate non altrimente che come tanti papagalli in gabbia, mentre raminghi vi veggio ir saltellando, ver­sando e girando entro quelli. Conoscemo che sì grande imperatore non ha sedia sì angusta, sì misero solio, sì arto tribunale, sì poco numerosa corte, sì picciolo et imbecille simulacro, che un fantasma parturisca, un so­gno fracasse, una mania ripare, una chimera disperda, una sciagura sminuisca, un misfatto ne toglia, un pensie­ro ne restituisca; che con un soffio si colme e con un sorso si svode: ma è un grandissimo ritratto, mirabile imagine, figura eccelsa, vestigio altissimo, infinito ripre­sentante di ripresentato infinito, e spettacolo con­veniente all’eccellenza et eminenza di chi non può esser capito, compreso, appreso. Cossì si magnifica l’eccel­lenza de Dio, si manifesta la grandezza de l’imperio suo:

non si glorifica in uno, ma in soli innumerabili; non in una terra, un mondo, ma in diececento mila, dico in infi­niti. Di sorte che non è vana questa potenza d’intellet­to, che sempre vuole e puote aggiungere spacio a spacio, mole a mole, unitade ad unitade, numero a numero: per quella scienza che ne discioglie da le catene di uno angustissimo, e ne promove alla libertà d’un augustissi­mo imperio; che ne toglie dall’opinata povertà et angu­stia, alle innumerabii ricchezze di tanto spacio, di sì di­gnissimo campo, di tanti coltissimi mondi: e non fa che circolo d’orizonte mentito da l’occhio in terra, e fin­to da la fantasia nell’etere spacioso, ne possa impriggio­nare il spirto, sotto la custodia d’un Plutone e la mercé d’un Giove. Siamo exempti da la cura d’un tanto ricco possessore, e poi tanto parco, sordido et avaro elargitore; e dalla nutritura di sì feconda e tuttipregnan­te, e poi sì meschina e misera parturiscente natura.

Altri molti sono i degni et onorati frutti, che da questi arbori si raccoglieno; altre le mèsse preciose e desidera­bili, che da questo seme sparso riportar si possono: le quali per non più importunamente sollecitar la cieca in­vidia de gli nostri adversarii, non ameniamo a mente; ma lasciamo comprendere dal giudizio di quei che pos­sono comprendere e giudicare, li quali da per se medesi­mi potranno facilmente a questi posti fondamenti so­praedificar l’intiero edificio de la nostra filosofia: gli cui membri, se cossì piacerà a chi ne governa e muove, e se l’incominciata impresa non ne verrà interrotta, ridurre­mo alla tanto bramata perfezzione; a fine che quello che è seminato ne gli dialogi De la causa, principio et uno, na­to in questi De l’infinito, universo e mondi, per altri ger­moglie, per altri cresca, per altri si mature, per altri mediante una rara mietitura ne addite, e per quanto è possibile ne contente; mentre (avendolo sgombrato de le veccie, de gli lolii e de le raccolte zizanie) di fru­mento meglior che possa produr il terreno de la nostra coltura, verremo ad colmar il magazzino de studiosi in­gegni.

Tra tanto (benché son certo che non è bisogno de lo raccomandarvi) non lasciarò pure, per far parte del de­bito mio, di procurar che vi sia veramente raccomanda­to quello, che non intrattenete tra vostri familiari come uomo di cui avete bisogno, ma come persona che ha bi­sogno di voi per tante e tante caggioni che vedete. Con­siderando che per aver appresso di voi tanti che vi serve-no, non siete differente da plebei, borsieri e mercanti; ma per aver alcunamente degno che da voi sia promos­so, difeso et aggiutato, sète (come sempre vi siete mo­strato e fuste) conforme a’ prÌncipi magnanimi, eroi e dèi: li quali hanno ordinati pari vostri per la difesa de gli loro amici. E vi ricordo quel che so che non bisogna ricordarvi, che non potrete alfine esser tanto stimato dal mondo e gratificato da Dio per esser amato e rispet­tato da prìncipi quantosivoglia grandi de la terra: quan­to per amare, difendere e conservare un di simili. Per­ché non è cosa che quelli che con la fortuna vi son superiori, possono fare a voi, che molti di lor superate con la virtude, lo che possa durare più che gli vostri pa­reti e tapezzarie; ma tal cosa voi possete fare ad altri, che facilmente vegna scritta nel libro dell’eternitade, o sia quello che si vede in terra o sia quell’altro che si crede in cielo: atteso che quanto che ricevete da altri è testimonio de l’altrui virtute, ma il tanto che fate ad altro, è segno et indizio espresso de la vostra.

DIALOGO QUINTO

ALBERTINO (NUOVO INTERLOCUTORE)’ Vorrei sapere che fantasma, che inaudito mostro, che uomo eterocli­to, che cervello estraordinario è questo; quai novelle co­stui di nuovo porta al mondo, o pur che cose absolete e vecchie vegnono a rinuovarsi, che amputate radici vegno­no a repullular in questa nostra etade?

ELPINO Sono amputate radici che germogliano, son cose antique che rivegnono, son veritadi occolte che si scuoprono: è un nuovo lume che dopo lunga notte spunta all’orizonte et emisfero della nostra cognizione, et a poco a poco s’avicina al meridiano della nostra in­teffigenza.

ALBERTINO S’io non conoscesse Elpino, so che direi.

ELPINO Dite pur quel che vi piace; che se voi avete ingegno come io credo averlo, gli consentirete come io gli consento; se l’avete megliore, gli consentirete più to­sto e meglio: come credo che sarà. Atteso che quelli a’ quali è difficile la volgar filosofia et ordinaria scienza, e sono ancor discepoli e mal versati in quella (ancor che non si stimino tali, per quel che sovente esser suole), non sarà facile che si convertano al nostro parere: per­ché in cotali può più la fede universale; et in essi massi­me la fama de gli autori che gli son stati messi per le ma­ni trionfa, per il che admirano la riputazion di espositori e commentatori di quelli. Ma gli altri a’ quali la detta filosofia è aperta, e che son gionti” a quel termine, onde non son più occupati a spendere il rimanente della lor vita ad intendere quel ch’altri dica, ma hanno proprio lume et occhi de l’intelletto vero agente, penetrano ogni ricetto, e qual Argi, con gli occhi de diverse co­gnizioni, la possono contemplar per mille porte ignu­da: potranno, facendosi più appresso, distinguere tra quel che si crede, e s’ha per concesso e vero per mirar da lontano per forza di consuetudine e senso generale, e quel che veramente è, e deve aversi per certo, come con­stante nella verità e sustanza de le cose. Malamente, di­co, potranno approvar questa filosofia color che o non hanno buona felicità d’ingegno naturale, o pur non sono esperti almeno mediocremente in diverse facultadi; e non son potenti sì fattamente nell’atto reflesso de l’intel­letto, che sappiano far differenza da quello ch’è fonda­to su la fede, e ciò che è stabilito su l’evidenza di veri principii: perché tal cosa comunmente s’ha per princi­pio, che ben considerata si trovarà conclusione impossi­bile e contra natura. Lascio quelli sordidi e mercenarii ingegni, che poco e niente solleciti circa la verità, si contentano saper secondo che comunmente è stimato il sapere; amici poco di vera sapienza, bramosi di fama e riputazion di quella: vaghi d’apparire, poco curiosi d’es­sere. Malamente dico potrà eligere tra diverse opinio­ni, et talvolta contradittorie sentenze, chi non ha sodo e retto giudizio circa quelle. Difficilmente varrà giudica­re, chi non è potente a far comparazione tra queste e quelle, l’una e l’altra. A gran pena potrà comparar le di­verse insieme, chi non capisce la differenza che le distin­gue. Assai malagevole è conprendere in che differiscano, e come siano altre queste da quelle, essendo occolta la sustanza di ciascuna et l’essere. Questo non potrà gia­mai essere evidente, se non è aperto per le sue cause e principii ne gli quali ha fondamento. Dopo dumque che arrete mirato con l’occhio de l’intelletto e considerato col regolato senso gli fondamenti, principii e cause, do­ve son piantate queste diverse e contrarie filosofie, vedu­to qual sia la natura, sustanza e proprietà di ciascuna, contrapesato con la lance intellettuale e visto qual dif­ferenza sia tra l’une e l’altre, fatta comparazion tra que­ste e quelle, e rettamente giudicato: senza esitar punto farete elezzion di consentire al vero.

ALBERTINO Contra le opinioni vane e stolte esser sol­lecito, è cosa da vano e stolto, dice il principe Aristotele.

ELPINO Assai ben detto. Ma se ben guardate, questa sentenza e conseglio verrà a pratticarsi contra le sue opi­nioni medesime, quando saranno apertamente stolte e vane. Chi vuol perfettamente giudicare (come ho detto) deve saper spogliarsi dalla consuetudine di credere, de­ve l’una e l’altra contradittoria esistimare equalmente possibile, e dismettere a fatto quella affezzionE di cui è imbibito da natività: tanto quella che ne presenta alla conversazion generale, quanto l’altra per cui mediante la filosofia rinascemo (morendo al volgo) tra gli studiosi sti­mati sapienti dalla moltitudine et in un tempo. Voglio dire, quando accade controversia tra questi et altri stima­ti savii da altre moltitudini et altri tempi, se vogliamo ret­tamente giudicare, doviamo richiamare a mente quel che dice il medesimo Aristotele: che per aver riguardo a poco cose, talvolta facilmente gittamo sentenze; et oltre, che l’opinione talvolta per forza di consuetudine sì fattamen­te s’impadronisce del nostro consentimento, che tal cosa ne par necessaria ch’è impossibile; tal cosa scorgemo et apprendiamo per impossibile ch’è verissima e necessaria. E se questo accade nelle cose per sé manifeste, che deve essere in quelle che son dubie et hanno dependenza da ben posti principii e saldati fondamenti?

ALBERTINO È opinione del commentatore Averroe et altri molti, che non si può sapere quel tanto ch’ha ignorato Aristotele.

ELPINO Questo con tal moltitudine era situato con l’ingegno sì al basso, et erano in sì spesse tenebre, che il più alto e più chiaro che vedevano, gli era Aristotele: però se costui et altri, quando si lasciano cascar simil sentenza, volessero più castigatamente parlare, direbono Aristotele esser un Dio secondo il lor parere; onde non tanto vegna­no a magnificar Aristotele, quanto ad esplicar la propria dapoccagine. Per che non altrimente questo è secondo il lor parere, che secondo il parer della scimia le più belle creature del mondo son gli sui figli, et il più vago maschio de la terra è il suo scimione.

ALBERTINO Parturient montes.

ELPINO Vedrete che non è sorgio quel che nasce.

ALBERTINO Molti hanno balestrato e machinato contra Aristotele, ma son cascati i castegli, son spunta­te le freccie e gli son rotti gli archi.

ELPINO Che fia se una vanità guerreggia contra l’al­tra? l’una è potente contra tutte; non per questo perde l’esser vanità: et al fine non potrà esser discoperta e vin­ta dal vero?

ALBERTINO Dico che è impossibile di contradir demostrativamente ad Aristotele.

ELPINO Questo è un troppo precipitoso dire.

ALBERTINO Io non lo dico se non dopo aver veduto bene et assai meglio considerato quanto dice Aristotele: et in quello tanto manca ch’io vi trove errore alcuno, che niente vi scorgo che non sappia de divinità; e credo che altro non si possa accorgere di quel ch’io non ho possu­to accorgermi.

ELPINO Dumque misurate il stomaco e cervello al­trui secondo il vostro, e credete non esser possibile ad al­tri quel ch’è impossibile a voi. Sono al mondo alcuni tanto infortunati et infelici, che oltre che son privi d’ogni bene, hanno per decreto del fato per compagna eterna ta­le Erinni et infernal furia, che li fa volontariamente con l’atro velo di corrosiva invidia appannarsi gli occhi per non veder la sua nudità, povertà e miseria, e l’altrui ornamenti, ricchezze e felicitadi: voglion più tosto in sporca e superba penuria intisichire, e sotto il lettame di pertinace ignoranza star sepolti, ch’esser veduti conversi a nuova disciplina, parendogli di confessar d’esser stato sin all’ora ignorante, et aver un tal per guida.

ALBERTINO Volete dumque verbi gratia che mi fac­cia discepolo di costui, io che son dottore, approvato da mille academie, e che ho essercitata publica profession de filosofie nelle prime academie del mondo: vegna ora a rinegar Aristotele, e mi faccia insegnar filosofia da simili?

ELPINO Io per me non come dottore, ma come indot­to, vorrei essere insegnato; non come quello che dovrei essere, ma come quello che non sono, vorrei imparare: ac­cettarei per maestro non sol costui, ma qualsivogli’altro che gli dèi hanno ordinato che mi sia, perché gli fanno in­tendere quel ch’io non intendo.

ALBERTINO Dumque mi volete far ripuerascere?

ELPINO Anzi dispuerascere.

ALBERTINO Gran mercé alla vostra cortesia, poi che pretendete d’avanzarmi e pormi in exaltazione, con farmi auditore di questo travagliato, ch’ogni un sa quanto sia odiato nell’ academie, quanto è aversario delle dottrine comuni, lodato da pochi, approvato da nessu­no, perseguitato da tutti.

ELPINO Da tutti sì, ma tali e quali; da pochi sì, ma ottimi et eroi. Aversario de dottrine comuni, non per esser dottrine o per esser comuni, ma perché false. Dall’academie odiato, perché dove è dissimiitudine non è amore. Travagliato, perché la moltitudine è contraria a chi si fa fuor di quella; e chi si pone in alto, si fa versa­glio a molti. E per descrivervi l’animo suo quanto al fatto del trattar cose speculative, vi dico che non è tanto curioso d’ insegnare, quanto d’intendere; e che lui udirà meglior nova, e prenderà maggior piacere, quando sentirà che vogliate insegnarlo (pur ch’abbia speranza de l’effetto), che se gli diceste che volete essere insegnato da lui; per che il suo desio consiste più in imparare che in insegnare, e si stima più atto a quello ch’a questo. Ma eccolo a punto insieme con Fracastorio.

ALBERTINO Siate il molto ben venuto, Filoteo.

FILOTEO E voi il ben trovato.

ALBERTINO S’a la foresta fieno e paglia rumino col bue, monton, becco, asino e cavallo, or per far meglior vita, senza fallo qua me ne vegno a farmi catecumino.

FRACASTORIO Siate il ben venuto.

ALBERTINO Tanto sin al presente ho fatta stima de le vostre posizioni, che le ho credute indegne di essere udite, non che di riposta.

FIL0TE0 Similmente giudicavo ne’ miei primi anni quando ero occupato in Aristotele, sino a certo termine:

ora dopo ch’ho più visto e considerato, e con più matu­ro discorso debbo posser far giudizio de le cose, potrà essere ch’io abbia desimparato e perso il cervello. Or perché questa è una infirmità la quale nessun meno la sente che l’amalato istesso, io più tosto mosso da una su­spizione, promosso dalla dottrina all’ignoranza, molto son contento d’essere incorso in un medico tale, il quale è stimato sufficiente da tutti di liberarmi da tal mania.

ALBERTINO Nol può far la natura, io far nol posso, s’il male è penetrato in sin a l’osso.

FRACASTORIO Di grazia, signor, toccategli prima il polso e vedete l’urina; perché appresso, se non pos­siamo effettuar la cura, staremo sul giudizio.

ALBERTINO La forma di toccar il polso è di veder come vi potrete risolvere et estricar da alcuni argomen­ti ch’or ora vi farò udire, quali necessariamente conchiudeno la impossibilità di più mondi: tanto manca che gli mondi siene infiniti.

FILOTEO Non vi sarò poco ubligato quando m’arre­te insegnato questo; e quantumque il vostro intento non riesca, vi sarò pur debitore per quel, che mi verrete a confirmar nel mio parere: perché certo vi stimo tale che per voi mi potrò accorgere di tutta la forza del contrario; e come quello che siete espertissimo nelle ordinarie scienze, facilmente vi potrete avedere del vigor de fon­damenti et edificii di quelle, per la differenza ch’hanno da nostri principii. Or per che non accada interrozzio­ne di raggionamenti, e ciascuno a bel agio possa espli­carsi tutto, piacciavi di apportar tutte quelle raggioni che stimate più salde e principali, e che vi paiono demo­strativamente conchiudere.

ALBERTINO Cossì farò. — Prima dumque, da quel che estra questo mondo non s’intende essere loco né tempo, per che se dice un primo cielo e primo corpo, il quale è distantissimo da noi, e primo mobile; onde ab­biamo per consuetudine di chiamar cielo quello ch’è sommo orizonte del mondo, dove sono tutte le cose im­mobili, fisse e quiete, che son le intelligenze motrici de gli orbi. Ancora, dividendo il mondo in corpo celeste et elementare, si pone questo terminato e contenuto, quello terminante e continente: et è tal ordine de l’uni­verso che, montando da corpo più crasso a più sottile, quello che è sopra il convesso del fuoco, in cui sono af­fissi il sole, la luna et altre stelle, è una quinta essenza; a cui conviene e che non vada in infinito, perché sarrebe impossibile di giongere al primo mobile; e che non si re­pliche l’occorso d’altri elementi, sì perché questi verre­bono ad essere circonferenziali, sì anco perché il corpo incorrottibile e divino verrebe contenuto e compreso da gli corrottibili: il che è inconveniente; perché a quello ch’è divino, conviene la raggion di forma et atto, e per conseguenza di comprendente, figurante, terminante: non modo di terminata, compresa e figurata materia. Appresso, argomento cossì con Aristotele: se fuor di questo cielo è corpo alcuno, o sarà corpo semplice, o sarà corpo composto; et in qualsivoglia modo che tu di­ca, dimando oltre, o vi è come in loco naturale, o come in loco accidentale e violento. Mostramo che ivi non è corpo semplice: per che non è possibile che corpo sferi­co si cange di loco; perché come è impossibile che muti il centro, cossì non è possibile che cange il sito: atteso che non può esser se non per violenza estra il proprio si­to; e violenza non può essere in lui, tanto attiva quanto passivamente. Similmente non è possibile che fuor del cielo sia corpo semplice mobile di moto retto: o sia gra­ve o sia leve, non vi potrà essere naturalmente, atteso che gli luoghi di questi corpi semplici sono altri da i luo­ghi che si dicono fuor del mondo; né potrete dir che vi sia per accidente: perché averrebe che altri corpi vi sie­no per natura! Or essendo provato che non sono corpi semplici oltre quei che vegnano alla composizion di questo mondo, che son mobili secondo tre specie di mo­to locale, è consequente che fuor del mondo non sia al­tro corpo semplice: se cossì è, è anco impossibile che vi sia composto alcuno; per che questo di quelli si fa et in quelli si risolve. Cossì è cosa manifesta che non son mol­ti mondi, perché il cielo è unico, perfetto e compito, a cui non è, né può essere altro simile. Indi s’inferisce che fuor di questo corpo non può essere loco né pieno né vacuo, né tempo. Non vi è loco, per che se questo sarà pieno, contenerà corpo o semplice o composto: e noi abbiamo detto che fuor del cielo non v’è corpo né semplice né composto; se sarà vacuo, all’ora secondo la raggion del vacuo (che si definisce spacio in cui può es­ser corpo), vi potrà essere: e noi abbiamo mostrato che fuor del cielo non può esser corpo. Non vi è tempo, per­ché il tempo è numero di moto; il moto non è se non di corpo: però dove non è corpo, non è moto, non v’è nu­mero né misura di moto; dove non è questa, non è tem­po. Poi abbiam provato che fuor del mondo non è cor­po; e per consequenza per noi è dimostrato non esservi moto né tempo: se cossì è, non vi è temporeo né mobile; e per consequenza, il mondo è uno. — Secondo, princi­palmente dall’unità del motore s’inferisce l’unità del mondo. E cosa concessa che il moto circulare è vera­mente uno, uniforme, senza principio e fine: s’è uno, è uno effetto, il quale non può essere da altro che da una causa; se dumque è uno il cielo primo, sotto il quale son tutti gl’inferiori, che conspirano tutti in un ordine, biso­gna che sia unico il governante e motore. Questo essen­do inmateriale non è moltiplicabile di numero per la materia: se il motore è uno, e da un motore non è se non un moto, et un moto (o sia complesso o incomplesso) non è se non in un mobile, o semplice o composto, rima­ne che l’universo mobile è uno; dumque non son più mondi. — Terzo, principalmente da’ luoghi de’ corpi mobili si conchiude ch’il mondo è uno. Tre sono le spe­cie di corpi mobili: grave in generale, lieve in generale, e neutro; cioè terra et acqua, aria e fuoco, e cielo. Cossì gli luoghi de mobili son tre: infimo e mezzo, dove va il cor­po gravissimo; supremo massime discosto da quello; e mezzano tra l’infimo et il supremo. Il primo è grave, il secondo è né grave né lieve, il terzo è lieve; il primo ap­partiene al centro, il secondo alla circonferenza, il terzo al spacio ch’è tra questa e quello. E dumque un luogo inferiore a cui si muoveno tutti gli gravi, sieno in qualsi­voglia mondo; è un superiore a cui si referiscono tutti i lievi da qualsivoglia mondo; dumque è un luogo in cui si verse il cielo di qualumque mondo il sia. Or se è un loco, è un mondo, non son più mondi. — Quarto, dico che sieno più mezzi a i quali si muovano gli gravi de diversi mondi, sieno più orizonti a gli quali si muova il lieve; e questi luoghi de diversi mondi non differiscano in spe­cie, ma solamente di numero. Averrà all’ora che il mezzo dal mezzo sarà più distante ch’il mezzo da l’orizonte: ma il mezzo e mezzo convegnono in specie; il mezzo et ori­zonte son contrarii. Dumque sarà più distanza locale tra quei che convegnono in specie, che tra gli contrarii. Questo è contra la natura ditali oppositi: perché quan­do si dice che gli contrarii primi son massimamente di­scosti, questo massime s’intende per distanza locale, la qual deve essere ne gli contrarii sensibili. Vedete dum­que che séguita supponendosi che sieno più mondi. Per tanto tale ipotesi non è solamente falsa, ma ancora im­possibile. — Quinto, se son più mondi simili in specie, deveranno essere o equali o pur (che tutto viene ad uno, per quanto appartiene al proposito) proporzionali in quantità; se cossì è, non potranno più che sei mondi es­sere contigui a questo: perché senza penetrazion di cor­pi, cossì non più che sei sfere possono essere contigue a una, come non più che sei circoli equali, senza intersez­zione de linee, possono tocare un altro. Essendo cossì, accaderà che più orizonti in tanti punti (ne li quali sei mondi esteriori toccano questo nostro mondo o altro) saranno circa un sol mezzo. Ma essendo che la virtù de doi primi contrarii deve essere uguale, e da questo mo­do di ponere ne séguite inequalità, verrete a far gli ele­menti superiori più potenti che gl’inferiori, farrete quel li vittoriosi sopra questi, e verrete a dissolvere questa mole. — Sesto, essendo che gli circoli de mondi non si toccano se non in punto, bisogna necessariamente che rimagna spacio tra il convesso del circolo di una sfera e l’altra; nel qual spacio o vi è qualche cosa che empia, o niente: se vi è qualche cosa, certo non può essere di na­tura d’elemento distante dal convesso de la circonfe­renza; perché (come si vede) cotal spacio è triangulare, terminato da tre linee arcuali, che son parti della circonferenza di tre mondi: e però il mezzo viene ad esser più lontano dalle parti più vicine a gli angoli, e lontanissimo da quelli come apertissimo si vede. Bisogna dumque fingere novi elementi e novo mondo, per empir quel spacio, diversi dalla natura di questi elementi e mon­do. Over è necessario di ponere il vacuo, il quale sup­ponemo impossibile. — Settimo, se son più mondi, o son finiti o son infiniti; se sono infiniti dumque si trova l’infinito in atto: il che con molte raggioni è stimato im­possibile; se sono finiti, bisogna che sieno in qualche de­terminato numero, e sopra di questo andaremo investi­gando: perché son tanti, e non son più né meno? per che non ve n’è ancor un altro? che vi fa questo o quell’altro di più? Se son pari o impari, perché più tosto de l’una che de l’altra differenza? o pur per che tutta quella ma­teria che è divisa in più mondi, non s’è agglobata in un mondo, essendo che la unità è meglior che la moltitudi­ne, trovandosi l’altre cose pari? per che la materia che è divisa in quattro o sei o diece terre, non è più tosto un globo grande, perfetto e singulare? Come dumque de il possibile et impossibile si trova il numero finito più pre­sto che infinito, cossì tra il conveniente e disconvenien­te, è più raggionevole e secondo la natura l’unità che la moltitudine o pluralità. — Ottavo, in tutte le cose veg­giamo la natura fermarsi in compendio; perché come non è difettuosa in cose necessarie, cossì non abonda in cose soverchie: possendo dumque essa ponere in effetto il tutto per quell’opre che son in questo mondo, non è raggione, ancor che si voglia fengere, che sieno altri. —Nono, se fussero mondi infiniti o più che uno, massime sarebbono per questo, che Dio può farle, o pur da Dio possono dependere; ma quantumque questo sia verissi­mo, per tanto non séguita che sieno: perché oltre la po­tenza attiva de Dio, se richiede la potenza passiva de le cose; perché dalla absoluta potenza divina non dipende quel tanto che può esser fatto nella natura: atteso che non ogni potenza attiva si converte in passiva, ma quella sola la quale ha paziente proporzionato, cioè soggetto tale, che possa ricevere tutto l’atto dell’efficiente; et in cotal modo non ha corrispondenza cosa alcuna causata alla prima causa. Per quanto dumque appartiene alla natura del mondo, non possono essere più che uno, benché Dio ne possa far più che uno. — Decimo, è cosa fuor di raggione la pluralità di mondi, perché in quelli non sarrebe bontà civile, la quale consiste nella civile conversazione; e non arrebono fatto bene gli dèi crea­tori de diversi mondi, di non far che gli cittadini di quelli avessero reciproco commercio. — Undecimo, con la pluralità di mondi viene a caggionarsi impedimento nel lavoro di ciascun motore o dio; perché essendo necessa­rio che le sfere si toccano in punto, averrà che l’uno non si potrà muovere contra de l’altro, e sarà cosa difficile che il mondo sia governato da gli dèi per il moto. —Duodecimo, da uno non può provenire pluralità d’indi­vidui, se non per tal atto per cui la natura si moltiplica per division della materia; e questo non è altro atto che di generazione. Questo dice Aristotele con tutti Peripatetici. Non si fa moltitudine d’individui sotto una spe­cie, se non per l’atto della generazione. Ma quelli che dicono più mondi di medesima materia e forma in spe­cie, non dicono che l’uno si converte nell’altro, né si ge­nere dell’altro. — Terzodecimo, al perfetto non si fa addizione: se dumque questo mondo è perfetto, certa­mente non richiede ch’altro se gli aggionga. Il mondo è perfetto: prima come specie di continuo che non si ter­mina ad altra specie di continuo; perché il punto indivi­sibile matematicamente corre in linea, che è una specie di continuo; la linea in superficie, che è la seconda spe­cie di continuo; la superficie in corpo, che è la terza spe­cie di continuo. Il corpo non migra o discorre in altra specie di continuo; ma se è parte dell’universo, si termi­na ad altro corpo; se è universo, è perfetto e non si ter­mina se non da se medesimo. Dumque il mondo et universo è uno, se deve essere perfetto. Queste sono le tredici raggioni le quali voglio per ora aver prodotte: se voi mi satisfarrete in queste, voglio tenermi satisfatto in tutte.

FILOTEO Bisogna, Albertin mio, che uno che si pro­pone a defendere una conclusione, prima (se non è al tutto pazzo) abbia essaminate le contrarie raggioni: co­me sciocco sarrebe un soldato che prendesse assunto de difendere una rocca, senza aver considerato le circonstanze e luoghi onde quella può essere assalita. Le raggioni che voi apportate (se pur son raggioni) sono as­sai communi e repetite più volte da molti. Alle quali tutte sarà efficacissimamente risposto, solo con aver considerato il fondamento di quelle da un canto, e dall’altro il modo della nostra asserzione. L’uno e l’al­tro vi sarà chiaro per l’ordine che terrò nel rispondere; il quale consisterà in breve paroli: perché se altro biso­gnarà dire et esplicare, io vi lasciarò al pensiero di Elpi­no, il quale vi replicarà quello che ha udito da me.

ALBERTINO Fate prima che io mi accorga che ciò possa essere con qualche frutto, e non senza satisfazzio­ne d’un che desidera sapere: che certo non mi rincre­scerà d’udir prima voi, e poi lui.

FIL0TE0 A gli uomini savii e giudiciosi, tra’ quali vi connumero, basta sol mostrare il loco della considera­zione; per che da per essi medesimi poi profondano sul giudicio de gli mezzi per quali si discende all’una e l’al­tra contradittoria o contraria posizione. Quanto al pri­mo dubio dumque diciamo che tutta quella machina va per terra, posto che non sono quelle distinzioni di orbi e cieli, e che gli astri in questo spacio inmenso etereo si muoveno da principio intrinseco e circa il proprio cen­tro e circa qualch’altro mezzo. Non è primo mobile che rapisca realmente tanti corpi circa questo mezzo; ma più presto questo uno globo causa l’apparenza di cotal rapto: e le raggioni di questo ve le dirà Elpino.

ALBERTINO Le udirò volentiera.

FILOTEO Quando udirete e concepirete che quel di­re è contra natura, e questo è secondo ogni raggione, senso e natural verificazione, non direte oltre essere una margine, uno ultimo del corpo e moto dell’universo; e che non è che una vana fantasia l’esistimare che sia tal primo mobile, tal cielo supremo e continente: più tosto che un seno generale, in cui non altrimente subsidano gli altri mondi che questo globo terreste in questo spa­cio dove vien circondato da questo aria, senza che sia in­chiodato et affisso in qualch’altro corpo et abbia altra base ch’il proprio centro. E se si vedrà che questo non si può provare d’altra condizione e natura, per non mo­strar altri accidenti da quei che mostrano gli astri circon­stanti, non deve esser stimato più tosto lui in mezzo dell’universo che ciascuno di quelli, e lui più tosto fisso che queffi, e lui più tosto apparir esser circuito da quelli che quelli da lui: onde al fine conchiudendosi tale indifferenza di natura, si conchiuda la vanità de gli orbi deferenti, la virtù dell’anima motrice e natura interna essagitatrice di questi globi, la indifferenza de l’ampio spa­cio dell’universo, la irrazionalità della margine e figura esterna di quello.

ALBERTINO Cose in vero che non repugnano alla na­tura, possono aver maggior convenienza; ma son de dif­ficilissima prova, e richiedeno grandissimo ingegno per estricarse dal contrario senso e raggioni.

FILOTEO Trovato che sarà il capo, faciissimamente si sbrogliarà tutto l’intrico; perché la difficultà proce­de da un modo e da uno inconveniente supposto: e questo è la gravità della terra, la immobilità di quella, la posizione del primo mobile, con altri sette, otto o nove o più: nelli quali sono piantati, ingravati, inpiastrati, inchiodati, annodati, incollati, sculpiti o depinti gli astri; e non residenti in un medesimo spacio con questo astro, che è la terra nominata da noi; la quale udirete non esse­re di regione, di figura, di natura più né meno elementa­re che tutti gli altri, meno mobile da principio intrinseco che ciascuno di quegli altri animanti divini.

ALBERTINO Certo, entrato che mi sarà nel capo que­sto pensiero, facilmente succederanno gli altri tutti che voi mi proponete: arrete insieme insieme tolte le radi­ci d’una, e piantate quelle d’un’altra filosofia.

FILOTEO Cossì dispreggiarete per raggione oltre prendere quel senso comune, con cui volgarmente si di­ce un sommo orizonte, altissimo e nobilissimo, confine alle sustanze divine inmobii e motrici di questi finiti or­bi; ma confessarete almeno essere equalmente credibile che cossì come questa terra è un animale mobile e con­vertibile da principio intrinseco, sieno quelli altri tutti medesimamente: e non mobili secondo il moto e dela­zione d’un corpo, che non ha tenacità né resistenza alcu­na, più raro e più sottile che esser possa questa aria in cui spiramo. Considerarete questo dire consistere in pura fantasia, e non potersi demostrare al senso; et il no­stro essere secondo ogni regolato senso e ben fondata raggione. Affirmarete non essere più verisimile che le sfere imaginate di concava e convessa superficie sieno mosse, e seco amenino le stelle, che vero e conforme al nostro intelletto e convenienza naturale che, senza teme­re di cascare infinito al basso o montare ad alto (atteso che nell’immenso spacio non è differenza di alto, basso, destro, sinistro, avanti et addietro), gli uni circa e verso gli altri facciano gli lor circoli, per la raggione della lor vita e consistenza nel modo che udirete nel suo loco. Vedrete come estra questa imaginata circonferenza di cielo possa essere corpo semplice o composto, mobile di moto retto; perché, come di moto retto si muoveno le parti di questo globo, cossì possono muoversi le parti de gli altri e niente meno: perché non è fatto e composto d’altro questo che gli altri circa questo e circa gli altri, non appare meno questo aggirarsi circa gli altri, che gli altri circa questo.

ALBERTINO Ora più che mai mi accorgo che picciolis­simo errore nel principio, causa massima differenza e di­scrime de errore in fine; uno e semplice inconveniente a poco a poco se moltiplica ramificandosi in infiniti altri, come da picciola radice machine grandi e rami innume­rabii. Per mia vita, Filoteo, io son molto bramoso che questo che mi proponi, da te mi vegna provato, e da quel che lo stimo degno e verisimile, mi sia aperto come vero.

FILOTEO Farrò quanto mi permetterà l’occasion del tempo, rimettendo molte cose al vostro giudicio, le qua­li sin ora non per incapacità ma per inadvertenza vi sono state occolte.

ALBERTINO Dite pur per modo di articolo e di con­clusione il tutto, perché so che prima che voi entraste in questo parere, avete possuto molto bene essaminare le forze del contrario; essendo che son certo che non meno a voi che a me sono aperti gli secreti della filosofia com­mune. Seguitate.

FILOTEO Non bisogna dumque cercare se estra il cie­lo sia loco, vacuo, o tempo; perché uno è il loco generale, uno il spacio inmenso che chiamar possiamo liberamente vacuo: in cui sono innumerabili et infiniti globi, come vi è questo in cui vivemo e vegetamo noi. Cotal spacio lo di­ciamo infinito, perché non è raggione, convenienza, pos­sibilità, senso o natura che debba finirlo: in esso sono in­finiti mondi simili a questo, e non differenti in geno da questo; perché non è raggione né difetto di facultà natu­rale, dico tanto potenza passiva quanto attiva, per la qua­le, come in questo spacio circa noi ne sono, medesima-mente non ne sieno in tutto l’altro spacio che di natura non è differente et altro da questo.

ALBERTINO Se quel ch’avete prima detto è vero (co­me sin ora non è men verisimile che ‘l suo contraditto­rio), questo è necessario.

FILOTEO Estra dumque l’imaginata circonferenza e convesso del mondo, è tempo: per che vi è la misura e raggione di moto, per che vi sono de simili corpi mobili. E questo sia parte supposto, parte proposto circa quello ch’avete detto come per prima raggione dell’unità del mondo. — Quanto a quello che secondariamente dice­vate, vi dico che veramente è un primo e prencipe motore; ma non talmente primo e prencipe, che per certa scala, peri secondo, terzo et altri, da quello si possa discendere, numerando, al mezzano et ultimo: atteso che tali motori non sono, né possono essere; perché dove è numero infi­nito, ivi non è grado né ordine numerale, benché sia grado et ordine secondo la raggione e dignità o de diverse specie e geni, o de diversi gradi in medesimo geno e medesima specie.”3 Sono dumque infiniti motori cossì come sono anime infinite di queste infinite sfere: le quali perché sono forme et atti intrinseci, in rispetto de quali tutti è un pren­cipe da cui tutti dipendeno, è un primo il quale dona la virtù della motività a gli spirti, anime, dèi, numi, motori; e dona la mobilità alla materia, al corpo, all’animato, alla natura inferiore, al mobile. Son dumque infiniti mobili e motori, li quali tutti se riducono a un principio passivo et un principio attivo, come ogni numero se riduce all’unità; e l’infinito numero e l’unità coincideno; et il summo agen­te e potente farei tutto, coni possibile esser fatto i tutto, coincideno in uno: come è mostrato nel fine del libro Del­la causa, principio et uno. In numero dumque e moltitu­dine è infinito mobile et infinito movente; ma nell’unità e singularità è infinito immobile motore, infinito immobile universo: e questo infinito numero e magnitudine, e quel­la infinita unità e semplicità, coincideno in uno semplicis­simo et individuo principio, vero, ente. Cossì non è un primo mobile, al quale con certo ordine succeda il secon­do in sino a l’ultimo, opur in infinito; ma tutti gli mobili sono equalmente prossimi e lontani al primo e dal pri­mo et universal motore: come (logicamente parlando) tutte le specie hanno equal raggione al medesimo geno, tutti gli individui alla medesima specie. Cossì da un moto­re universale infinito, in un spacio infinito, è un moto uni­versale infinito da cui dependeno infiniti mobili et infiniti motori, de quali ciascuno è finito di mole et efficacia. — Quanto al terzo argumento, dico che nell’etereo campo non è qualche determinato punto a cui come al mezzo si muovano le cose gravi, e da cui come verso la circonferen­za se discostano le cose lievi; perché nell’universo non è mezzo né circonferenza: ma (se vuoi) in tutto è mezzo, et in ogni punto si può prendere parte di qualche circonfe­renza, a rispetto di qualche altro mezzo o centro. Or quanto a noi, respettivamente si dice grave quello che dal­la circonferenza di questo globo si muove verso il mezzo; lieve quello che secondo il contrario modo, verso il con­trario sito: e vedremo che niente è grave, che medesimo non sia lieve; perché tutte le parti de la terra successiva­mente si cangiano di sito, luogo e temperamento; mentre per longo corso di secoli, non è parte centrale che non si faccia circonferenziale, né parte circonferenziale che non si faccia del centro o verso quello. Vedremo che gravità e levità non è altro che appulso de le parti de corpi al pro­prio continente e conservante, ovumque il sia; però non sono differenze situali che tirano a sé tali parti, né che le mandano da sé: ma è il desio di conservarsi, il quale spenge ogni cosa come principio intrinseco, e (se non gli obsta impedimento alcuno) la perduce ove meglio fug­ga il contrario e s’aggionga al conveniente. Cossì dumque non meno dalla circonferenza della luna et altri mondi si­mili a questo in specie o in geno, verso il mezzo del globo vanno ad unirsi le parti come per forza di gravità; e verso la circonferenza se diportano le parti assottigliate come per forza di levità. E non è perché fuggano la circonfe­renza, o si appiglino alla circonferenza; per che se questo fusse, quanto più a quella s’avicinano, più velocemente e rapidamente vi correrebono; e quanto più da quella s’al­lontanano, più fortemente si aventarebono al contrario si­to: del che il contrario veggiamo, atteso che se mosse sa­ranno oltre la region terrestre, rimarranno librate nel aria, e non montaranno in alto né descenderanno al basso, sin tanto che o acquistando per apposizion di parti o per inspessazione dal freddo gravità maggiore, per cui dividen­do l’aria sottoposto rivegnano al suo continente, over dis­solute dal caldo et attenuate si dispergano in atomi.

ALBERTINO Oh quanto mi sederà nell’animo questo, quando più pianamente m’arrete fatto vedere la indif­ferenza de gli astri da questo globo terrestre.

FILOTEO Questo facilmente vi potrà replicare Elpi­no, nel modo con cui l’ha possuto udire da me: e lui vi farà più distintamente udire come grave e lieve non è corpo alcuno a rispetto della region dell’universo, ma delle parti a rispetto del suo tutto, proprio continente o conservante. Perché quelle, per desiderio di conser­varsi nell’esser presente, si moveno ad ogni differenza locale, si astrengeno insieme come fanno i mari e goc­cie, e se disgregano, come fanno tutti liquori dalla faccia del sole o altri fuochi. Perché ogni moto naturale che èda principio intrinseco, non è se non per fuggir il disconveniente e contrario, e seguitare l’amico e conve­niente. Però niente si muove dal suo loco, se non discac­ciato dal contrario; niente nel suo loco è grave né lieve; ma la terra sullevata all’aria, mentre si forza al suo loco, è grave e si sente grave: cossì l’acqua suspesa a l’aria è grave; non è grave nel proprio loco. Però a gli som­mersi tutta l’acqua non è grave, e picciolo vase pieno d’acqua sopra l’aria, fuor della superficie dell’arida, ag­grava. I1 capo al proprio busto non è grave; ma il capo d’un altro sarà grave se ne sarà sopra posto: la raggion del che è il non essere nel suo loco naturale. Se dumque gravità e levità è appulso al loco conservante, e fuga dal contrario, niente naturalmente constituito è grave o lie­ve: e niente ha gravità o levità molto discosto dal pro­prio conservante, e molto rimosso dal contrario, sin che non senta l’utile dell’uno e la noia dell’altro; ma se sen­tendo la noia dell’uno despera et è perplesso et irresolu­to del contrario, a quello viene ad esser vinto.

ALBERTINO Promettete, et in gran parte ponete in effetto, gran cose.

FILOTE0 Per non recitar due volte il medesimo, commetto ad Elpino che vi dica il restante.

ALBERTINO Mi par intender tutto, perché un dubio eccita l’altro, una verità dimostra l’altra et io comincio ad intendere più che non posso esplicare; e sin ora mol­te cose avevo per certe, che comincio a tenerle per du­bie. Onde mi sento a poco a poco facile a potervi con­sentire.

FILOTEO Quando m’arrete pienamente inteso, pie­namente mi consentirete. Ma per ora retinete questo; o al meno non siate risoluto come vi mostravate nel con­trario parere, come eravate prima che vi si ponesse in controversia: perché a poco a poco e per diverse occa­sioni verremo ad esplicar pienamente tutto che può far al proposito; il qual depende da più principii e cause: perché come uno errore s’aggionge all’altro, cossì a una discoperta verità succede l’altra. — Circa il quarto argu­mento, diceamo che quantumque sieno tanti mezzi quanti sono individui, di globi, di sfere, di mondi, non per questo séguita che le parti di ciascuno si referiscano ad altro mezzo che al proprio, né s’allontanino verso al­tra circonferenza che della propria regione: cossì le parti di questa terra non remirano altro centro, né vanno ad unirsi ad altro globo che questo; come li umori e parti de gli animali hanno flusso e reflusso nel proprio suppo­sito, e non hanno appartenenza ad altro distinto di numero. Quanto a quello che apportate per inconve­niente, cioè che il mezzo che conviene in specie con l’al­tro mezzo verrà ad esser più distante da quello, che il mezzo e la circonferenza che sono contrarii naturalmen­te, e però sono e denno essere massime discosti; vi ri­spondo: prima, che li contrarii non denno essere massi­me discosti, ma tanto che l’uno possa aver azzione nell’altro e possa esser paziente dall’altro; come veggia­mo esser disposto il sole a noi prossimo in rispetto de le sue terre che son circa quello: atteso che l’ordine della natura apporta questo, che l’uno contrario sussista, viva e si nutrisca per l’altro, mentre l’uno viene affetto, alte­rato, vinto e si converte nell’altro. Oltre poco fa ab­biamo discorso con Elpino della disposizione di quattro elementi, li quali tutti concorreno alla composizione di ciascun globo, come parti: de quali l’una è insita dentro l’altra, e l’una è mista con l’altra; e non sono distinti e di­versi come contenuto e continente: perché ovumque è l’arida, vi è l’acqua, l’aria et il fuoco, o aperto o latente; e che la distinzione che facciamo di globi, de quali altri sono fuochi come il sole, altri sono acqui come la luna e terra, procede non da questo, che costano di semplice elemento, ma da quel, che quello predomina in tale composizione. Oltre è falsissimo che li contrarii mas­sime sieno discosti; perché in tutte le cose questi vegno­no naturalmente congionti et uniti; e l’universo, tanto secondo le parti principali, quanto secondo le altre con­seguenti, non consiste se non per tal congionzione et unione: atteso che non è parte di terra che non abbia in sé unitissima l’acqua, senza la quale non ha densità, unione d’atomi e solidità. Oltre, qual corpo terrestre è tanto spesso, che non abbia gli suoi insensibili pori? li quali se non vi fussero, non sarrebono tai corpi divisibili e penetrabili dal foco o dal calor di quello, che pur è co­sa sensibile che si parte da tal sustanza. Ove dumque è parte di questo tuo corpo freddo e secco, che non ab­bia gionto di quest’altro tuo corpo umido e caldo? Non è dumque naturale, ma logica questa distinzione di ele­menti; e se il sole è nella sua regione lontano dalla regio­ne della terra, non è però da lui più lontano l’aria, l’arida et acqua, che da questo corpo: per che cossì quello ècorpo composto, come questo, benché di quattro detti elementi altro predomine in quello, altro in questo. Ol­tre, se vogliamo che la natura sia conforme a questa logi­ca che vuole la massima distanza a gli contra­rii, bisognarà che tra il tuo foco che è lieve, e la terra che è grave, sia interposto il tuo cielo i quale non è grave né lieve. O se pur ti vuoi strengere con dir che intendi questo ordine nelli chiamati elementi, sarà de bisogno pure che altrimente le venghi ad ordinare. Voglio dire che tocca a l’acqua di essere nel centro e luogo del gra­vissimo, se il foco è nella circonferenza e luogo del levis­simo nella regione elementare; perché l’acqua, che èfredda et umida, contraria al foco secondo ambe due le qualitadi, deve essere massime lontana dal caldo e secco elemento; e l’aria, che dite caldo et umido, devrebe es­sere lontanissimo dalla fredda e secca Vedete dumque quanto è inconstante questa peripatetica pro­posizione, o la essaminate secondo la verità della na­tura, o la misurate secondo gli proprii principii e fon­damenti?

ALBERTINO Lo vedo, e molto apertamente.

FIL0TE0 Vedete ancora che non è contra raggione la nostra filosofia, che reduce ad un principio e referisce ad un fine e fa concidere insieme gli contrarii, di sorte che è un soggetto primo dell’uno e l’altro; dalla qual coincidenza stimiamo ch’al fine è divinamente detto e considerato che li contrarii son ne gli contrarii, onde non sia difficile di pervenire a tanto, che si sappia come ogni cosa è in ogni cosa: quel che non poté capire Ari­stotele et altri sofisti.

ALBERTINO Volentieri vi ascolto: so che tante cose e sì diverse conclusioni non si possono insieme e con una occasione provare; ma da quel, che mi scuoprite inconve­nienti le cose che io stimava necessarie, in tutte l’altre, che con medesima e simil raggione stimo necessarie, dovegno suspetto. Però con silenzio et attenzion mi apparecchio ad ascoltar i fondamenti, principii e discorsi vostri.

ELPINO Vedrete che non è secol d’oro quello ch’ha apportato Aristotele alla filosofia. Per ora espedi­scansi gli dubii da voi proposti.

ALBERTINO Io non son molto curioso circa quelli al­tri: perché bramo d’intendere quella dottrina di princi­pii, da quali questi et altri dubbi iuxta la filosofia vo­stra si risolveno.

FILOTEO Di quelli ne raggionaremo poi. — Quanto al quinto argomento, dovete avertire che se noi imagi­niamo gli molti et infiniti mondi secondo quella raggione di composizione che solete voi imaginare, quasi che oltre un composto di quattro elementi secondo l’ordine volgarmente riferito, et otto, nove o diece altri cieli fatti d’un’altra materia e di diversa natura che le contegnano, e con rapido moto circulare se gli raggireno intorno; et oltre cotal mondo cossì ordinato e sferico, ne inten­diamo altri et altri similmente sferici e parimente mobili: all’ora noi deremmo donar raggione, e fengere in qual modo l’uno verrebe continuato o contiguo all’altro; all’ora andremmo fantasticando in quanti punti circon­ferenziali possa esser tocco dalla circonferenza di cir­constanti mondi; all’ora vedreste che quantumque fusse­ro più orizonti circa un mondo, non sarebono però d’un mondo, ma arrebe quella relatione quest’uno a questo mezzo, ch’ha ciascuno al suo, perché là hanno la in­fluenza, dove e circa dove si raggirano e versano: come, se più animali fussero ristretti insieme e contigui l’uno a l’altro, non per questo seguitarebe che gli mem­bri de l’uno potessero appartenere a gli membri dell’al­tro, di sorte che a uno et a ciascun d’essi potessero ap­partener più capi o busti. Ma noi per la grazia de dèi siamo liberi da questo impaccio di mendicare tale iscu­sazione; perché in loco di tanti cieli e di tanti mobili ra­pidi e renitenti, retti et obliqui, orientali et occidenta­li, su d’asse del mondo et asse del zodiaco, in tanta e quanta, in molta e poca declinazione, abbiamo un sol cielo, un sol spacio, per il quale e questo astro in cui sia­mo e tutti gli altri fanno gli proprii giri e discorsi: questi sono gl’infiniti mondi, cioè gli astri innumerabii; quello è l’infinito spacio, cioè i cielo continente e pervagato da quelli. Tolta è la fantasia della general conversion di tut­ti circa questo mezzo: da quel, che conoscemo aperto la conversion di questo, che versandosi circa il proprio centro, s’espedisce alla vista de lumi circonstanti in ore vinti e quattro. Onde viene a fatto tolta quella continen­za de gli orbi deferenti gli lor astri affissi circa la nostra regione; ma rimane attribuito a ciascuno, sol quel pro­prio moto che chiamano “epiciclico”, con le sue dif­ferenze da gli altri mobili astri, mentre non da altro mo­tore che dalla propria anima essagitati, cossì come questo circa i proprio centro e circa l’elemento del fuo­co, a lunghi secoli (se non eternamente) discorreno. Ec­co dumque quali son gli mondi e quale è il cielo. Il cielo è quale lo veggiamo circa questo globo, il quale non me­no che gli altri è astro luminoso et eccellente. Gli mondi son quali con lucida e risplendente faccia ne si mostrano distinti, et a certi intervalli seposti gli uni da gli altri; do­ve in nessuna parte l’uno è più vicino a l’altro, che esser possa la luna a questa terra, queste terre a questo sole: a fin che l’un contrario non destrugga ma alimente l’altro; et un simile non impedisca, ma doni spacio a l’altro. Cossì a raggione a raggione, a misura a misura, a tempi a tempi, questo freddissimo globo, or da questo, or da quel verso, ora con questa, ora con quella faccia si scal­da al sole; e con certa vicissitudine or cede, or si fa cede­re alla vicina terra, che chiamiamo luna, facendosi or l’una or l’altra o più lontana dal sole, o più vicina a quel­lo: per i che “antictona terra” è chiamata dal Timeo et altri Pitagorici. Or questi sono gli mondi abitati e colti tutti da gli animali suoi, oltre che essi son gli principalissimi e più divini animali dell’universo; e ciascun d’essi non è meno composto di quattro elementi che questo in cui ne ritroviamo; benché in altri predomine una qualità attiva, in altri l’altra; onde altri son sen­sibili per l’acqui, altri son sensibili per il foco. Oltre gli quai quattro elementi che vegnono in composizion di questi, è una eterea regione, come abbiam detto, im­mensa, nella qual si muove, vive et vegeta il tutto: questo è l’etere che contiene e penetra ogni cosa; il quale, in quanto che si trova dentro la composizione (in quanto dico si fa parte del composto), è comunmente nomato “aria”, quale è questo vaporoso circa l’acqui et entro il terrestre continente, rinchiuso tra gli altissimi monti, ca­pace di spesse nubi e tempestosi Austri et Aquiloni; in quanto poi che è puro e non si fa parte di composto, ma luogo e continente per cui quello si muove e discorre, si noma propriamente “etere”, che dal corso prende deno­minazione. Questo benché in sustanza sia medesimo con quello che viene essagitato entro le viscere de la terra, porta nulla di meno altra appellazione; come oltre si chiama “aria” quello circostante a noi; ma come in certo modo fia parte di noi, o pur concorrente nella no­stra composizione, ritrovato nel pulmone, nelle arte­rie et altre cavitadi e pori, si chiama “spirto”: il me­desimo circa il freddo corpo si fa concreto in vapore, e circa i caldissimo astro viene attenuato come in fiamma; la qual non è sensibile se non gionta a corpo spesso, che vegna acceso dall’ardor intenso di quella. Di sorte che l’etere, quanto a sé e propria natura, non conosce determinata qualità, ma tutte porgiute da vicini corpi riceve, e le medesime col suo moto alla lunghez­za dell’orizonte dell’efficacia di tai principii attivi tran­sporta. Or eccovi mostrato quali son gli mondi e qua­le è il cielo; onde non solo potrai essere risoluto quanto al presente dubio, ma e quanto ad altri innumerabili; et aver puoi principio a molte vere fisiche conclusioni. E se sin ora parrà qualche proposizione supposta e non provata, quella per il presente lascio alla vostra discrezzio­ne; la quale se è senza perturbazione, prima che vegna a discuoprirla verissima, la stimarà molto più probabile che la contraria.

ALBERTINO Dimmi, Filoteo, ch’io ti ascolto.

FILOTEO Cossì abbiamo risoluto ancora i sesto argumento: i quale, per i contatto di mondi in punto, dimanda che cosa ritrovarsi possa in que’ spacii triangulari, che non sia di natura di cielo né di elementi. Perché noi abbiamo un cielo nel quale hanno gli lor spacii, regioni e distanze competenti gli mondi; e che si diffonde per tut­to, penetra il tutto et è continente, contiguo e continuo al tutto, e che non lascia vacuo alcuno: eccetto se quello me­desimo, come in sito e luogo in cui tutto si muove, e spa­cio in cui tutto discorre, ti piacesse chiamar vacuo, come molti chiamorno; o pur primo suggetto che s’intenda in esso vacuo, per non gli far aver in parte alcuna loco, se ti piacesse privativa e logicamente porlo come cosa distinta per raggione e non per natura e susistenza, da lo ente e corpo. Di sorte che niente se intende essere che non sia in loco o finito o infinito, o corporea o incorporeamente, o secondo tutto o secondo le parti: i qual loco infine non sia altro che spacio, il qual spacio non sia altro che vacuo, il quale se vogliamo intendere come cosa persistente, di­ciamo essere l’etereo campo che contiene gli mondi; se vogliamo concipere come cosa consistente, diciamo esse­re il spacio in cui è l’etereo campo e mondi, e che non si può intendere essere in altro. Ecco come non abbiamo necessità di fengere nuovi elementi e mondi, al contrario di coloro che per levissima occasione cominciorno a nominare orbi deferenti, materie divine, parti più rare e dense di natura celeste, quinte essenze et altre fantasie e nomi privi d’ogni suggetto e veritade. — Al settimo argo­mento diciamo uno essere l’universo infinito, come un continuo e composto di eteree regioni e mondi; infiniti essere gli mondi che in diverse regioni di quello per me­desima raggione si denno intendere et essere che questo in cui abitiamo noi, questo spacio e regione s’intende et è: come ne gli prossimi giorni ho raggionato con Elpino, ap­provando e confirmando quello che disse Democrito, Epicuro et altri molti, che con gli occhi più aperti han contemplata la natura, e non si sono presentati sordi alle importune voci di quella:

Desine quapropter, novitate exterritus ipsa,
expuere ex animo rationem: sed magis acri iudicio perpende, et si tibi vera videtur,
dede manus: aut si falsa est, accingere contra.
Quaerit enim rationem animus, cum summa loci sit
infinita foris haec extra maenia mundi;
quid sit ibi porro, quo prospicere usque velit mens,
atque animi tractus liber quo pervolet ipse.
Principio nobis in cunctas undique partes,
et latere ex utroque, mira supraque per omne
nulla est finis, uti docui res ipsaque per se
vociferatur, et elucet natura profundi.

— Crida contro l’ottavo argumento, che vuole la natu­ra fermarsi in un compendio: perché, benché questo esperimentiamo in ciascuno ne’ mondi grandi e piccioli, non si vede però in tutti; perché l’ochio del nostro sen­so, senza veder fine, è vinto dal spacio inmenso che si presenta; e viene confuso e superato dal numero de le stelle che sempre oltre et oltre si va moltiplicando: di sorte che lascia indeterminato il senso, e costrenge la raggione di sempre giongere spacio a spacio, regione a regione, mondo a mondo:

Nullo iam pacto verisimile esse putandum’st,
undique cum vorsum spacium vacet infinitum,
semina que innumero numero, summaque profunda
multimodis volitent aeterno percita motu,
hunc unum terrarum orbem, caelumque creatum.
Quare etiam atque etiam talesfateare necesse est
esse alios alibi congressus materiei:
qualis hic est avido complexu quem tenet aether.

— Mormora contra il nono argumento, che suppone e non prova che alla potenza infinita attiva non risponda infinita potenza passiva, e non possa esser soggetto infi­nita materia, e farsi campo spacio infinito: e per con­sequenza non possa proporzionarsi l’atto e b’azzione a l’agente; e l’agente possa comunicar tutto l’atto, senza che esser possa tutto l’atto comunicato (che non può imaginarsi più aperta contradizzione di questa). E dum­que assai ben detto:

Praeterea cum materies est multa parata,
cum locus est presto, nec res nec causa moratur
ulla, geri debent nimirum et confieri res
Nunc ex seminibus si tanta est copia, quantam
enumerare aetas animantum non queat omnis:
visque eadem et natura manet, quae semina rerum
coniicere in loca quaeque queat, simili ratione
atque huc sunt coniecta: necesse’st confiteare
esse alios aliis terrarum in partibus orbes,
et varias hominum genteis, et secla ferarum.

— Diciamo al altro argumento che non bisogna questo buono, civile e tal conmercio de diversi mondi, più che tutti gli uomini sieno un uomo, tutti gli animali sieno un animale. Lascio che per esperienza veggiamo essere per il meglio de gli animanti di questo mondo, che la natura per mari e monti abbia distinte le generazioni; a le quali essendo per umano artificio accaduto il commercio, non gli è per tanto aggionta cosa di buono più tosto che tol­ta: atteso che per la communicazione più tosto si radop­piano gli vizii, che prender possano aumento le virtu­di. Però ben si lamenta i Tragico:

Bene dissepti faedera mundi
traxit in unum Thessala pinus,
iussitque pati verbera pontum,
pamtemque metus fieri nostri mare sepositum.

— All’undecimo si risponde come al quinto: perché cossì ciascuno de mondi nell’etereo campo ottiene il suo spa­cio, che l’uno non si tocca o urta con l’altro; ma discor­reno, et son situati con distanza tale, per cui l’un con­trario non si destrugga, ma si fomente per l’altro. — Al duodecimo, che vuole la natura moltiplicata per decisio­ne e division della materia non ponersi in tale atto se non per via di generazione, mentre l’uno individuo co­me parente produce l’altro come figlio; diciamo che questo non è universalmente vero: perché da una massa per opra del solo efficiente si producono molti e diversi vasi di varie forme e figure innumerabii. Lascio che, se fia l’intento e rinovazion di qualche mondo, la pro­duzzione de gli animali, tanto perfetti quanto imperfetti, senza atto di generazione nel principio viene effettuata dalla forza e virtù della natura. — Al terzodecimo et ulti­mo, che da quel, che questo o un altro mondo è perfet­to, vuol che non si richiedano altri mondi, dico che cer­to non si richiedeno per la perfezzione e sussistenza di quel mondo: ma per la propria sussistenza e perfezzion dell’universo è necessario che sieno infiniti. Dalla per­fezzion dumque di questo o quelli, non séguita che quel­li o questo sieno manco perfetti: perché cossì questo co­me quelli, e quelli come questo, constano de le sue parti, e sono per gli suoi membri, intieri.

ALBERTINO Non sarà, o Filoteo, voce di plebe, indi­gnazion di volgari, murmurazion di sciocchi, dispreggio di tai satrapi, stoltizia d’insensati, sciocchezza di scìo­li, informazion di mentitori, querele di maligni e de­trazzion d’invidiosi, che mi defraudino la tua nobil vista e mi ritardino dalla tua divina conversazione. Perseve­ra, mio Filoteo, persevera; non dismetter l’animo e non ti far addietro per quel, che con molte machine et artifici, il grande e grave senato della stolta ignoranza minaccia e tenta distruggere la tua divina impresa et alto lavoro. Et assicurati ch’al fine tutti vedranno quel ch’io veggo; e conosceranno che cossì ad ogn’uno è facile di lodarti, come a tutti è difficile d’insegnarti. Tutti (se non sono perversi a fatto) cossì da buona conscienza riportaranno favorevole sentenza dite, come dal dome­stico magistero dell’animo ciascuno al fine viene in-strutto: perché gli beni de la mente non altronde che dall’istessa mente nostra riportiamo. E per che ne gli animi di tutti è una certa natural santità che assisa

nell’alto tribunal de l’intelletto essercita il giudicio del bene e male, de la luce e tenebre: avverrà che da le proprie cogitazioni di ciascuno sieno in tua causa susci­tati fidelissimi et intieri testimoni e defensori. Talmente se non te si faranno amici, ma vorranno neghittosamen­te in defensione de la turbida ignoranza et approvati sofisti perseverar ostinati adversarii tuoi, sentiranno in se stessi il boia e manigoldo tuo vendicatore: che quanto più l’occoltaranno entro i profondo pensiero, tanto più le tormente. Cossì il verme infernale tolto da la rigida chioma de le Eumenedi, veggendo casso il proprio dissegno contra dite, sdegnoso si converterà alla mano o al petto del suo iniquo attore, e gli darà tal morte qual può chi sparge il stigio veleno, ove di tal angue gli aguzzati denti han morso. Séguita a farne conoscere che cosa sia veramente il cielo, che sieno veramente gli pia­neti et astri tutti; come sono distinti gli uni da gli altri gl’infiniti mondi; come non è impossibile ma necessario un infinito spacio; come convegna tal infinito effetto all’infinita causa; qual sia la vera sustanza, materia, atto et efficiente del tutto; qualmente de medesimi principii et elementi ogni cosa sensibile e composta vien for­mata. Convinci la cognizion dell’universo infinito. Straccia le superficie concave e convesse che termina­no entro e fuori tanti elementi e cieli. Fànne ridicoli gli orbi deferenti e stelle fisse. Rompi e gitta per terra col bombo e turbine de vivaci raggioni queste stimate dal cieco volgo le adamantine muraglia di primo mobile et ultimo convesso. Struggasi l’esser unico e propria­mente centro a questa terra. Togli via di quella quinta essenza l’ignobil fede. Donane la scienza di pare com­posizione di questo astro nostro e mondo, con quella di quanti altri astri e mondi possiamo vedere. Pasca e ri­pasca parimente con le sue successioni et ordini cia­scuno de gl’infiniti grandi e spaciosi mondi, altri infiniti minori. Cassa gli estrinseci motori, insieme con le margini di questi cieli. Aprine la porta per la qual veg­giamo l’indifferenza di questo astro da gli altri. Mostra la consistenza de gli altri mondi nell’etere, tal quale è di questo. Fà chiaro il moto di tutti provenir dall’ani­ma interiore: a fine che con il lume di tal contempla­zione, con più sicuri passi procediamo alla cognizion della natura.

FILOTEO Che vuol dire, o Elpino, che il dottor Bur­chio né sì tosto, né mai ha possuto consentirne?

ELPINO È proprio di non addormentato ingegno, da poco vedere et udire, posser considerare e compren­der molto.

ALBERTINO Benché sin ora non mi sia dato di veder tutto il corpo del lucido pianeta, posso pur scorgere pe’ raggi che diffonde per gli stretti forami de chiuse fe­nestre dell’intelletto mio, che questo non è splendor d’artificiosa e sofistica lucerna, non di luna o di altra stella minore. Però a maggior apprension per l’avenire m’apparecchio.

FILOTEO Gratissima sarà la vostra familiarità.

ELPINO Or andiamo a cena.