De l’Infinito, Universo e Mondi

Poesie

Mio pàssar solitario, a quelle parti,
a quai drizzaste già l’alto pensiero,
poggia infinito: poi che fia mestiero
a l’ogget’agguagliar l’industrie e l’arti.
Rinasci là; là su vogli allevarti
gli tuoi vaghi pulcini, omai ch’il fiero
destino hav’ispedito il corso intiero
contra l’impresa, onde solea ritrarti.
Vanne da me, che più nobil ricetto
bramo ti godi; e arrai per guida un dio,
che da chi nulla vede è cieco detto.
Il ciel ti scampi, e ti sia sempre pio
Ogni nume di questo ampio architetto:
e non tornar a me, se non sei mio.

Uscito de priggione angusta e nera,
ove tant’anni error stretto m’avinse,
qua lascio la catena, che mi cinse
la man di mia nemica invid’e fera.
Presentarmi a la notte fosca sera
oltre non mi potrà: perché chi vinse
il gran Piton, e del suo sangue tinse
l’acqui del mar, ha spinta mia Megera.
A te mi volgo e assorgo, alma mia voce;
ti ringrazio, mio sol, mia diva luce;
ti consacro il mio cor, eccelsa mano:
che m’avocaste da quel graffio atroce,
ch’a meglior stanze a me ti festi duce,
ch’il cor attrito mi rendeste sano.

E chi mi impenna, e chi mi scald’il core?
Chi non mi fa temer fortuna o morte?
Chi le catene ruppe e quelle porte,
onde rari son sciolti et escon fore?
L’etadi, gli anni, i mesi, i giorni e l’ore
Figlie et armi del tempo, e quella corte
A cui né ferro né diamante è forte,
assicurato m’han dal suo furore.
Quindi l’ali sicure a l’aria porgo,
né tempo intoppo di cristall’o vetro;
ma fendo i cieli, e a l’infinito m’ergo.
E mentre dal mio globo a gli altri sorgo,
e per l’eterio campo oltre penetro;
quel ch’altri lungi vede, lascio al tergo.