LA CENA DE LE CENERI

DESCRITTA IN CINQUE DIALOGI, PER QUATTRO INTERLOCUTORI, CON TRE CONSIDERAZIONI, CIRCA DOI SUGGETTI

All’unico refugio de le Muse

l’illustrissimo

MICHEL DI CASTELNOVO

Signor di Mauvissier, Concressalto e di Ionvilla, Cavalier de l’ordine del Re Cristianissimo e Conseglier nel suo privato Conseglio, Capitano di 50 uomini d’arme, Governator e Capitano di S. Desiderio ed Ambasciator alla Serenissima Regina d’Inghilterra.

L’universale intenzione è dechiarata nel proemio.

1584

AL MAL CONTENTO

Se dal cinico dente sei trafitto,
lamentati di te, barbaro perro;
ch’invan mi mostri il tuo baston e ferro,
se non ti guardi da farmi despitto.
Perché col torto mi venesti a dritto,
però tua pelle straccio, e ti disserro:
e s’indi accade ch’il mio corpo atterro,
tuo vituperio è nel diamante scritto.
Non andar nudo a tôrre a l’api il mele;
non morder, se non sai s’è pietra o pane;
non gir discalzo a seminar le spine.
Non spreggiar, mosca, d’aragne le tele;
se sorce sei, non seguitar le rane;
fuggi le volpi, o sangue di galline.
E credi a l’Evangelo,
che dice di buon zelo:
dal nostro campo miete penitenza
chi vi gettò d’errori la semenza.

PROEMIALE EPISTOLA

SCRITTA ALL’ILLUSTRISSIMO ED ECCELLENTISSIMO

SIGNOR DI MAUVISSIERO

CAVALIER DE L’ORDINE DEL RE E CONSEGLIER DEL SUO PRIVATO CONSEGLIO, CAPITANO DI CINQUANT’UOMINI D’ARMA, GOVERNATOR GENERALE DI S. DESIDERIO ED AMBASCIATOR DI FRANCIA IN INGHILTERRA

Or eccovi, Signor, presente, non un convito nettareo de l’Altitoante, per una maestà; non un protoplastico, per una umana desolazione; non quel d’Assuero, per un misterio; non di Lucullo, per una ricchezza; non di Licaone, per un sacrilegio; non di Tieste, per una tragedia; non di Tantalo, per un supplicio; non di Platone, per una filosofia; non di Diogene, per una miseria; non de le sanguisughe, per una bagattella; non d’un arciprete di Pogliano, per una bernesca; non d’un Bonifacio candelaio, per una comedia; ma un convito sì grande, sì picciolo; sì maestrale, sì disciplinale; sì sacrilego, sì religioso; sì allegro, sì colerico; sì aspro, sì giocondo; sì magro fiorentino, sì grasso bolognese; sì cinico, sì sardanapalesco; sì bagattelliero, sì serioso; sì grave, sì mattacinesco; sì tragico, sì comico; che, certo, credo che non vi sarà poco occasione da dovenir eroico, dismesso; maestro, discepolo; credente, mescredente; gaio, triste; saturnino, gioviale leggiero, ponderoso; canino, liberale; simico, consulare; sofista con Aristotele, filosofo con Pitagora; ridente con Democrito, piangente con Eraclito. Voglio dire: dopo ch’arrete odorato con i peripatetici, mangiato con i pitagorici, bevuto con stoici, potrete aver ancora da succhiare con quello che, mostrando i denti, avea un riso sì gentile, che con la bocca toccava l’una e l’altra orecchia. Perché, rompendo l’ossa e cavandone le midolla, trovarete cosa da far dissoluto san Colombino, patriarca de gli Gesuati, far impetrar qualsivoglia mercato, smascellar le simie e romper silenzio e qualsivoglia cemiterio.

Mi dimandarete: che simposio, che convito è questo? È una cena. Che cena? De le ceneri. Che vuol dir cena de le ceneri? Fuvi posto forse questo pasto innante? Potrassi forse dir qua: cinerem tamquam panem manducabam? Non, ma è un convito fatto dopo il tramontar del sole, nel primo giorno de la quarantana, detto da’ nostri preti dies cinerum, e talvolta giorno del memento. In che versa questo convito, questa cena? Non già in considerar l’animo ed effetti del molto nobile e ben creato sig. Folco Grivello, alla cui onorata stanza si convenne; non circa gli onorati costumi di que’ signori civilissimi, che, per esser spettatori ed auditori, vi furono presenti; ma circa un voler veder quantunque può natura in far due fantastiche befane, doi sogni, due ombre e due febbri quartane; del che, mentre si va crivellando il senso istoriale, e poi si gusta e mastica, si tirano a proposito topografie, altre geografice, altre raziocinali, altre morali; speculazioni ancora, altre metafisiche, altre matematiche, altre naturali.