IL POTERE LOGORA CHI NON CE L’HA

DI PIERLUIGI PENNATI ©
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Sembra di leggere in un libro di storia sulla rivoluzione industriale: padroni e dirigenti che insultano i dipendenti ed arrivano persino a picchiarli fisicamente. 54 denunce lo scorso febbraio e chissà quanti altri che non hanno ancora parlato per paura di perdere il posto di lavoro.
Mentre al governo si inventano metodi per far emergere il lavoro nero, ma soprattutto far pagare le tasse, dove le tasse si pagano spesso la situazione non è dignitosa, con buona pace di chi vuole abolire anche le tutele di base dei lavoratori.
Alla Gilardoni Raggi X di Mandello del Lario, in provincia di Lecco, le tasse si pagano da sempre e l’azienda è fiorente, dato anche il prodotto di nicchia, chiunque sia stato in un aeroporto, tribunale è passato sotto un metal detector costruito qui, ma anche TAC, radiografie e medicina nucleare, salute, sicurezza pubblica e non solo.
Contratti con le istituzioni, contatti con le autorità, tutto in regola, tranne la dignità e la tutela psicofisica dei lavoratori, così in un’azienda definita “realtà fondamentale per tutto il territorio e strategica per la sicurezza nazionale e non solo” dalla Procura di Lecco, sei persone sono attualmente indagate a vario titolo per reati impensabili nemmeno nelle imprese dove si parla di sfruttamento dei lavoratori.
Il dirigente della squadra mobile di Lecco, Marco Cadeddu, dice che sono state raccolte «direttamente e tramite i dipendenti prove video e audio di concrete violenze psicologiche e fisiche subite dai lavoratori, come morsi, lanci di oggetti, insulti. A essi si aggiungono documentazioni mediche e le risultanze dei controlli del dipartimento di igiene e prevenzione dell’ATS e della Direzione Territoriale del Lavoro».
Lesioni e maltrattamenti riferiti ad episodi verificatisi a partire dal 2012 è il reato ipotizzato a carico della signora Cristina Gilardoni e per l’ex direttore del personale Roberto Redaelli. Il procuratore di Lecco dott. Chiappani aggiunge che «i fatti sono abbastanza evidenti, ma andavano inquadrati in una visione complessiva, di sistematicità. Non essendo il reato di mobbing codificato abbiamo dovuto far riferimento alla giurisprudenza e inquadrare la vicenda come un allargamento al luogo di lavoro dei maltrattamenti in famiglia».
Ma proprietaria e direttore non sono soli , altri quattro gli indagati: il socio di minoranza Andrea Ascani Orsini, nipote della titolare e per il quale viene ipotizzata culpa in vigilando per carenze sulla legge antinfortunistica, Alberto Comi, consulente esterno dell’azienda che non sarebbe iscrizione nell’albo dei consulenti del lavoro ed i medici dell’azienda Stefano Marton e Maria Papagianni per i quali vi sarebbe “inosservanza degli obblighi inerenti alla funzione di medico” in relazione alla tutela della salute dei dipendenti.
La situazione era tanto grave che persino il figlio, Marco Taccani Gilardoni, era in dissenso con i metodi della madre e della dirigenza e che, sulla base delle indagini condotte dalla Procura di Lecco, si era fatto nominare in ottobre dal Tribunale di Milano commissario aziendale, azzerandone il CDA, vista la “complessiva negligente irragionevolezza dell’organo gestorio”.
«Un’indagine delicata, che ha richiesto tatto e sensibilità», secondo il dott. Chiappani, sono stati gli elementi essenziali dell’inchiesta sul “Caso Gilardoni Raggi X” alla quale hanno partecipato Polizia di Stato, il dipartimento igiene e prevenzione ATS Brianza e l’ispettorato del lavoro: «Persone provate, alcune devastate, dalla vita stravolta, senza più percezione di sè», aggiunge Marco Cadeddu che ha coordinato «un costante monitoraggio, calibrando gli interventi in modo da attutire gli attriti».
Nonostante i 22 casi accertati di lesioni, la Procura ha scelto di non ricorrere comunque alla custodia cautelare degli indagati a causa degli interessi in gioco: «La Gilardoni è un’azienda strategica, un intervento traumatico sulla direzione avrebbe condotto al collasso della situazione, ad un black out bancario. Era necessario dare continuità reputazionale e aziendale, garantire i posti di lavoro».
La perfetta sinergia degli organismi, tra i quali il Tribunale delle Imprese di Milano, unico in potere di commissariare la ditta, ed il Prefetto di Lecco, ha permesso di «far cessare la situazione di illegalità diffusa che si era creata».
Pochi tra i dipendenti se ne erano andati, quasi nessuno in questi tempi di crisi e diminuzione delle tutele sul lavoro se lo poteva permettere e così maltrattamenti e soprusi crescevano in un’escalation senza apparente fine in un’azienda modello, fiore all’occhiello della ricerca e della tecnologia italiana, che ha pochi concorrenti al mondo e che tutti ci invidiano. Se così stanno le cose in un’azienda avanzata e sotto la lente di ingrandimento delle istituzioni non oso pensare a cosa possa succedere in realtà meno tutelate o meno esposte.

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