COME IN TUTTA LA VITA DAVANTI: L'INFERNO DEL LAVORO PRECARIO

DI PIERLUIGI PENNATI

Qualche volta si dice di mettere tutto se stessi nel lavoro e di portarselo persino a casa, a Roma, invece, i dirigenti di un call center andavano proprio a casa, o quasi con i dipendenti.

Era forse per ottenere maggior efficienza, o solamente per soddisfazione personale, che Rosa Fiorini e Cesare Porrà, dirigenti di un call center, avrebbero imposto ai dipendenti regole non scritte ed oggi classificate come atti persecutori dalla procura della repubblica di Roma.

L’azienda Euro Contatc srl, operativa insieme alla consorella Fenice srl tra i cui clienti c’è anche l’Eni, è stata chiamata a giudizio da una ex dipendente, per ora sola, che ha raccontato di essere stata cacciata dal posto di lavoro per aver intrecciato nel giugno 2016 una relazione con uno dei team leader, a propria volta licenziato.

Quanto succedeva sul posto di lavoro è ora sotto inchiesta e secondo l’accusa esisterebbe un vero e proprio «metodo della Fenice», dal nome del secondo call center dove avverrebbero i soprusi, tra questi, il divieto di relazioni sentimentali tra colleghi, alla base della prima accusa contro i dirigenti, ma anche la proibizione di aiutare i compagni di lavoro in difficoltà, anzi lasciarli sbagliare e persino “soffiare” le lacune del vicino di scrivania sarebbero richieste previste per permettere di farli umiliare dai superiori, inoltre mai prestare denaro a qualsiasi titolo ad altri dipendenti, il divieto assoluto di tenere nella propria rubrica personale i numeri di telefono del personale licenziato e persino il divieto categorico di frequentare i colleghi in gruppo fuori dal lavoro senza la presenza dei capi.

Negli atti di inquisizione la PM Antonella Nespola scrive addirittura che «le comunicazioni possono avvenire soltanto nel gruppo di Whatsapp aziendale» per poterne probabilmente controllare le opinioni.

Un altro ex dipendente, sentito dalla PM circa le relazioni personali tra dipendenti, ha dichiarato che «Secondo la Fiorini, portano alla creazione di un nucleo troppo compatto», ovvero che il personale si può coalizzare contro di lei e smettere di sottostare ai suoi soprusi, la punizione: il licenziamento in tronco.

Le stringenti regole aziendali, comunicate oralmente ai nuovi assunti, sarebbero state valide 24 ore su 24 ed in qualsiasi luogo i dipendenti si fossero trovati, ma il legale degli inquisiti, Elio Bellino Panza, contesterebbe i fatti e replica: «Non esiste alcun “metodo Fenice”, in azienda tutti possono avere relazioni sentimentali».

La prima udienza del processo sarà celebrata a maggio e per adesso vede solo una ex dipendente a promuovere l’azione legale costituendosi parte civile assistita dal suo avvocato Graziella Zingarelli, anche se tante sarebbero le testimonianze concordi raccolte durante le indagini che confermerebbero l’esistenza delle prescrizioni vessatorie.

Pur assurda, la storia, riportata per prima dal Corriere, non è così incredibile e ricorda da vicino l’ambiente descritto nel film del 2008 «Tutta la vita davanti», diretto da Paolo Virzì e liberamente ispirato al libro “Il mondo deve sapere” di Michela Murgia, che si sviluppa nel call center Multiple Italia: una pellicola di denuncia degli effetti deleteri e perversi sull’ambiente di lavoro del precariato, segno che il problema non emerge solo ora, ma viene da lontano.

Secondo uno dei testimoni che ha lavorato nel centro tra il 2012 ed il 2016, l’ideatrice del «metodo della Fenice», sarebbe Rosa Fiorini, «una che considera l’ufficio come casa sua», invasata come Daniela, la capo telefonista del film di Virzì e che quando ha una delazione «va da chi è in difficoltà dandogli del fallito».

Altre due ex impiegate, che dichiarano di essere scappate per il troppo stress cui erano sottoposte, aggiungono benzina sul fuoco, una aggiungendo che «noi ragazze ci vedevano il venerdì, ma solo se c’era la Fiorini, mentre i maschi uscivano con Porrà, senza di loro non potevamo organizzare nulla» ed un’altra di essere scappata quando la Fiorini l’aveva accusata di avere una relazione con un altro dipendente: «Mi diede della poco di buono, non volli nemmeno il TFR».

Ci raccontano da anni che serve elasticità nelle assunzioni, che i lazzaroni devono poter essere licenziati e che le regole troppo ferree per le assunzioni non favoriscono l’economia, ma la precarizzazione del posto di lavoro ha ormai portato non solo a questi fenomeni, ma addirittura all’impossibilità di pianificare la propria vita presente e futura perché i datori di lavoro pretendono ormai di controllare anche la nostra vita privata e le istituzioni non forniscono più alcuna garanzia di sopravvivenza a chi non ha un lavoro stabile, assurda contraddizione in termini.

Si parla tanto di riforma dell’articolo 18 della legge 300/70, ma nessuno si ricorda che quella legge contiene altri 40 articoli mai riformati e che i primi 13 sono contenuti nel Titolo I, denominato “Della libertà e dignità del lavoratore”, tra queste sono specificate la libertà di opinione (Art. 1), il divieto di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori e tanto meno di quello diretto sulle sue cose personali (Art. 4), la tutela e la prevenzione della salute e dell’integrità fisica dei dipendenti (Art. 9), la tutela delle mansioni del lavoratore (Art. 13), anche se quest’ultimo è stato minato dalle norme introdotte con il Jobs Act.

La legge 300/70 è stata approvata dopo tumulti e proteste, era e rimane una legge di progresso e civiltà di cui l’Italia si è potuta dotare a seguito del sacrificio di migliaia di lavoratori, alla fine sarebbe già sufficiente far rispettare le norme che esistono, anche se molte di quelle modificate dovrebbe essere oggi recuperate.

L’Italia non ha un salario minimo stabilito per legge e non ha una vera legge che sanzioni duramente chi non rispetta le norme esistenti, anzi, alla fine non fa nemmeno rispettare le leggi che esistono tramite una giurisprudenza che mischiando interpretazioni di norme vecchie e nuove, alla luce delle aperture dei mercati in ambito internazionale per favorire il mero computo finanziario degli stati, ha già di fatto annullato quasi completamente il titolo del Titolo I della legge 300/70: “la libertà e dignità del lavoratore”.

Il caos del Call center romano non è certamente isolato e non si svolge solamente in quel tipo di ambiente, tutti i luoghi di lavoro dove si impiega personale precario sono a rischio se non già affetti della malattia del sopruso e dell’annientamento della dignità della persona.

È Tempo di smettere di stupirci di situazioni del genere, non per abitudine lasciando che tutto accada passivamente, ma è tempo di ribellarci civilmente, l’unico strumento democratico ancora nelle mani dei cittadini sono le elezioni.

Paolo Borsellino ha detto: ”La Rivoluzione si fa nelle piazze con il popolo, ma il cambiamento si fa dentro la cabina elettorale con la matita in mano. Quella matita, più forte di qualsiasi arma, più pericolosa di una lupara e più affilata di un coltello”.

Se pensiamo che Paolo Borsellino non sia morto invano seguiamo il suo insegnamento in massa, l’occasione è vicina e sarà l’unica per altri cinque anni.