DPCM. CONFINDUSTRIA: TENERE APERTE LE ATTIVITA’ FUNZIONALI A QUELLE ESSENZIALI

DI VIRGINIA MURRU

 

Confindustria è in allarme ed è comprensibile. L’emergenza sanitaria è diventata ben presto anche economica, se si tiene conto poi che il Paese cercava una svolta all’inizio del nuovo anno, reduce da oltre un anno di contrazione nella crescita, le preoccupazioni del mondo produttivo hanno una logica.

Ma qui è in gioco la tutela di un valore ben più grande del profitto: la vita umana, ed è questo il senso della lotta in questa emergenza.

Intanto ieri sera è approdato il nuovo decreto governativo (Dpcm), con il quale il premier Giuseppe Conte conferma l’ulteriore fase di ‘austerity’ annunciata nei giorni scorsi, ossia la chiusura di tutte quelle attività produttive e servizi non essenziali fino al 3 aprile.

Questo decreto però è come un sasso scagliato su una distesa di acque già agitate dalla congiuntura in atto, mette contro le parti sociali perché per ovvie ragioni hanno priorità diverse. Sulla chiusura delle attività produttive non essenziali è in atto un dibattito serrato tra sindacati e Associazione degli industriali, mentre al Governo resta l’onere della mediazione, non semplice in un momento in cui tutto il sistema sembra sospeso ad un filo, tenace ma vulnerabile. Il fatto è che questa condizione d’instabilità ed emergenza sanitaria ha creato troppe contingenze.

L’economia è il bersaglio più diretto, non vi sono settori o aree che possano essere circondati dal ‘filo spinato’, ogni processo produttivo è legato all’altro, e non si potrebbe isolarne una parte senza creare disagi o blocchi in filiere trasversali. Lo ha spiegato il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia in un’intervista concessa al Corriere:

“Attenzione alle chiusure perché le filiere sono trasversali. A titolo di esempio prendiamo le aziende dell’automotive che stanno producendo valvole per i respiratori: nemmeno queste sono comprese nei Codici Ateco, quelle che possono continuare la produzione. Bisogna quindi prestare attenzione alla rigidità, e usare il buon senso.”

Sulla prospettiva di un’agitazione sindacale, come risposta alla decisione di tenere operative aziende la cui produzione non è in questo momento propriamente indispensabile, Boccia risponde perplesso ‘che non ne comprende le ragioni’. Secondo il presidente di Confindustria sarebbe un pessimo messaggio al Paese, che ha necessità di stimoli e compattezza, impegno e sforzi che convergano verso una sinergia d’intenti volta a riportare l’Italia quanto prima su una buona base di ripartenza.

E non manca di rimarcare che si stanno lasciando sul campo circa 100 miliardi di perdite al mese, conseguenti al blocco delle attività non essenziali, in seguito alle direttive contenute nel nuovo decreto. “Dall’emergenza economica entriamo nell’economia di guerra, chiuderà il 70% del tessuto produttivo italiano” – puntualizza Boccia.

Osservazione sulla quale riflettere, ma il premier Conte replica che in ogni caso prima di ogni altra considerazione c’è quella della tutela della vita umana.

Il leader degli industriali ha inviato una lettera a Conte per sottolineare la posizione di Confindustria sulle nuove direttive dell’esecutivo. Tra le varie considerazioni egli invita il Governo a tutelare le imprese sui mercati finanziari. Sottolinea al riguardo: “E’ importante valutare i provvedimenti necessari sull’operatività della Borsa e del Mercato finanziario, al fine di evitare impatti negativi sulle società quotate.”

Ma le Confederazioni sindacali, di fronte ai rischi legati all’emergenza sanitaria, non sono disposte a sorvolare. Nei loro comunicati congiunti si legge:

“A differenza di quanto indicato ieri dal Governo alle parti sociali ed al Paese, in queste ore sembrerebbe avanzare l’ipotesi che, nel decreto in discussione, l’Esecutivo intenda aggiungere all’elenco dei settori e delle attività da considerare essenziali nelle prossime due settimane per contenere e combattere il virus Covid-19, attività produttive di ogni genere”..

Se tali notizie fossero confermate, a difesa della salute dei lavoratori e di tutti i cittadini, Cgil, Cisl e Uil, sono pronte a proclamare in tutte le categorie d’impresa che non svolgono attività essenziali lo stato di mobilitazione e la conseguente richiesta del ricorso alla cassa integrazione, fino ad arrivare allo sciopero generale”.

Confindustria, affidando le sue istanze alla lettera trasmessa da Vincenzo Boccia a Palazzo Chigi,  insiste sul fatto che già gli industriali stanno affrontando con senso di responsabilità la decisione del Governo di sospendere le attività produttive non essenziali, offrendo tutto il supporto possibile in termini di collaborazione. E tuttavia la stretta decisa nelle ultime ore deve essere ‘contemperata’ con esigenze prioritarie del mondo produttivo.

Boccia ribadisce la volontà dell’industria italiana di continuare a collaborare affinché siano assicurate le forniture quotidiane di alimentari, prodotti farmaceutici e servizi essenziali, tramite le più efficaci soluzioni operative.

Nella missiva trasmessa al premier Conte, si sottolinea tuttavia che è altresì necessario ‘proseguire le attività non espressamente in lista, ma funzionali a quelle essenziali’. E’ nondimeno necessaria, puntualizza ancora Boccia, che vi siano disposizioni atte a permettere la continuazione delle attività che non possono essere interrotte per ragioni tecniche, che sono funzionali a quelle essenziali, e tale continuità possa essere garantita con procedure amministrative semplificate. Tra le varie attività vi sono anche quelle relative alla manutenzione, ossia quelle volte alla tenuta in efficienza di macchinari e impianti produttivi.

Uno degli aspetti che rendono questo periodo di emergenza precario per le aziende, è la carenza di liquidità, e Boccia non ha mancato di farlo osservare a Conte, precisando che l’operatività di molte imprese facenti parte di  filiere internazionali è legata alla disponibilità di liquidità,

Gli ultimi giorni sono stati caratterizzati da  intenso lavoro e confronto al Ministero dello Sviluppo economico, dove si sono definite le linee prioritarie sulle attività essenziali che continueranno ad essere operative, anche quando il decreto Conte (Dpcm) entrerà in vigore. Di fatto dovrebbe avvenire giovedì 26 marzo, ed è stato firmato ieri in prima serata, intorno alle 19.

Il decreto ha messo a punto, in 80 voci, la lista delle attività che resteranno aperte, perché considerate essenziali alla vita del Paese in questo drammatico momento. In funzione resterà tutta la filiera alimentare, bevande e alimenti, quelle legate alla produzione di dispositivi medico sanitari, nonché dei prodotti farmaceutici. Per quel che concerne i servizi si preservano i call center, ma è stato precisato che la lista è suscettibile di aggiornamenti tramite decreto del Mise, dopo la consultazione col Mef.

Le attività funzionali che garantiscono la continuità delle filiere autorizzate resteranno aperte, ma dietro espressa comunicazione al Prefetto della provincia competente. E’ discrezione di quest’ultimo sospendere le attività che non ritiene abbiano le prerogative per l’operatività.

Il decreto consente l’attività degli impianti a ciclo continuo relative alla Difesa e aerospazio, sempre previa comunicazione al Prefetto, ove sia dimostrabile che dall’interruzione derivi serio danno all’impianto o pericolo d’incendio. Il Prefetto ha la facoltà di sospendere le attività che non presentino le condizioni di operatività necessarie per le esigenze di questo periodo di emergenza.

La sospensione dell’attività operativa è stata fissata per il 25 marzo, anche se di fatto inizierà il 26, c’è dunque  il tempo utile alle aziende per compiere le operazioni necessarie alla sospensione degli impianti, e la spedizione di eventuali merci in giacenza. L’attività può continuare qualora vi sia un’organizzazione di lavoro a distanza, o lavoro agile.

Le regole del Dpcm restano valide fino al 3 aprile, uniformandole pertanto alle ordinanze e Dpcm già emanati per questo lasso di tempo.

Il decreto Conte sancisce inoltre il divieto di trasferimento dal Comune in cui ci si trova, la disposizione è in vigore già da domenica 22 marzo, in forza di un’ordinanza congiunta del Ministero della Salute e Interno, e si riferisce sia a mezzi di trasporto privato che pubblico. Insomma l’intercalare fissa di questa emergenza è quella di stare a casa, e muoversi solo per ragioni di urgenza o se strettamente indispensabile.

Dopo tante polemiche il decreto ha espressamente vietato gli spostamenti tra Nord e Sud del Paese, in considerazione del fatto che al momento il Nord presenta una situazione di contagi drammatica, e gli spostamenti favorirebbero l’espansione dell’epidemia anche in regioni nelle quali finora si è riuscita a contenere la diffusione del virus.

 

 

CDM. APPROVATO IL DECRETONE E ANNUNCIATO IL NUOVO WELFARE STATE

DI VIRGINIA MURRU

 

Entra in azione il programma di politica economica sociale con due provvedimenti che sono stati i vessilli della campagna elettorale dell’attuale coalizione di governo, ossia la cosiddetta ‘quota 100’ e il reddito di cittadinanza.

Secondo le dichiarazioni dello stesso vicepremier Luigi Di Maio, il decreto legge è stato approvato in circa venti minuti, il che presuppone il fatto che le idee fossero già chiare, ma del resto le due misure sono state oggetto di dibattiti politici intensi già all’indomani dell’investitura dell’attuale coalizione politica.

A fine riunione c’è stata una conferenza stampa, nella quale il premier Giuseppe Conte e i due vicepremier hanno rilasciato dichiarazioni che aprono alla fiducia e all’ottimismo. Con la consueta pacatezza, così ha commentato il presidente del Consiglio:

“l’approvazione delle due misure – definite da Luigi Di Maio centrali nel programma di governo – è una tappa fondamentale per il governo, non si tratta semplicemente di realizzare le promesse della campagna elettorale, in modo un po’ improvvido, ma è un preciso progetto del programma di politica economica sociale del quale il governo è fiero.” “I furbi non si facciano illusioni – ha aggiunto poi – verranno puniti.”

Intanto la platea dei beneficiari relativa al reddito di cittadinanza sarà costituita da 1,32 milioni di nuclei familiari, dei quali 164mila stranieri, i dettagli sono nella relazione tecnica dell’ultima bozza del decreto. Tra i 164mila stranieri, tuttavia, 92 mila non potranno accedere al reddito, se non “lungosoggiornanti”, e non residenti da almeno 10 anni nel territorio italiano. Secondo una tabella riportata nella relazione, i nuclei di soli stranieri sarebbero 256mila.

Toni soddisfatti anche da parte del vicepremier Matteo Salvini, il quale, dopo avere riassunto in pochi punti le caratteristiche di ‘quota 100’, ha concluso:

“Quota 100 non prevede nessuna penalizzazione e nessun taglio, saranno tutelati i lavoratori delle forze dell’ordine, del comparto sicurezza; sono orgoglioso dei passi che sono stati fatti, in 7 mesi non si poteva fare di più, sono felice di essere passato dalle parole ai fatti.”

Non meno entusiasta per l’approvazione del decreto legge l’altro vicepremier del M5S, Luigi Di Maio:

“Sono veramente soddisfatto del decreto che è stato approvato, a 32 anni sono felice, da ministro, di avere contribuito a migliorare la condizione di vita di 5 milioni di italiani che sono in difficoltà, tra cui 500mila pensionati minimi; coinvolti anche 255mila diversamente abili.  Dunque contento del fatto che, dopo tanti anni, questo decreto permette di andare in pensione a chi pensava di restare a vita vittima della  legge Fornero.  Con quota 100 mandiamo in pensione in tre anni un milione di persone”.  E prosegue:

“In 7 mesi di governo abbiamo reso disponibili  12 mld di euro all’anno, con i quali finanziamo il reddito di cittadinanza e il superamento della legge Fornero. E’ la risposta  a  quelli che in tutti questi anni hanno detto che non si poteva fare, che non c’erano coperture, ecco che in 7 mesi è stato realizzato il progetto del nuovo Welfare State, approvato in poco più di 20 minuti, un progetto che aiuta le persone in difficoltà, e le mette al centro di una rivoluzione del mondo del lavoro”.

Nel corso della conferenza stampa è stato chiesto se al decreto seguirà una ‘manovra correttiva’,  il premier  Conte ha reagito con prontezza:

“Lasciateci portare avanti le misure predisposte, facciamo avviare l’anno, siamo ai primi di gennaio, poi si vedrà strada facendo.”

Più pacatezza del solito nelle dichiarazioni, ma l’esultanza è evidente nelle parole, e tutti gli italiani in questo momento hanno necessità più che mai di speranze, di fatti da parte di chi governa.

Il presidente Conte rivendica la serietà e il rispetto dell’esecutivo  verso  le istituzioni della Repubblica, in particolare il Parlamento, e riguardo all’ipotesi di ricorrere alla fiducia, sostiene:

“Questo governo non ha mai considerato il voto di fiducia come un gesto di prepotenza nei confronti del Parlamento, vi abbiamo fatto ricorso  quando si è rivelato necessario.”

Il premier e i due vice sono anche fiduciosi sul fatto che non ci sarà ostruzionismo riguardo alle misure appena approvate. Luigi Di Maio dichiara in merito: “Non credo che ci sarà ostruzionismo per provvedimenti che portano nella vita degli italiani lavoro e la possibilità di riscattare in tempi più accettabili la pensione.”

Secondo i criteri stabiliti da ‘quota 100’, un milione di cittadini potranno andare in pensione in anticipo nel triennio.

Il vicepremier Salvini ha poi spiegato che si tratta ‘di soldi veri’, ossia 22 miliardi di euro, questo il valore del decretone. “Un milione di italiani lasceranno in anticipo l’attività lavorativa, mentre le prospettive si aprono per un altro milione di persone che avranno diritto di accesso al mondo del lavoro,  perciò non avranno bisogno di fuggire all’estero”. Salvini ha anche messo l’accento sulla misura riguardante il settore pubblico:

“Si tratta di 30 mila euro ‘cash’ per la liquidazione nel settore pubblico” – ha detto – quota 100 non prevede né penalizzazioni né tagli, ci sarà la libertà di scegliere. Si parla di 62 anni e 38 anni di versamenti senza penalizzazioni, ma è solo una base di partenza, l’obiettivo è quota 41. Siamo ad un passaggio storico.”

Per quel che riguarda il reddito di cittadinanza, le imprese che assumeranno i beneficiari avranno diritto a 18 mesi di sgravi fiscali; ma sono previsti anche 16 mesi di assegno per coloro che intraprenderanno un’attività d’impresa in qualità di beneficiari del reddito di cittadinanza, a titolo di avviamento dell’attività. Un incoraggiamento che dovrebbe fungere da stimolo per i giovani in particolare, e allo stesso tempo favorirà il tasso di occupazione.

La realizzazione di questi punti programmatici sono stati fondamentali per il governo, afferma infatti Luigi Di Maio: “questo decreto è la migliore risposta a coloro che ritenevano fantascientifico un simile risultato. Il reddito di cittadinanza non è stato concepito con la logica dell’assistenzialismo, sono norme “anto-divano”, e a nessuno sarà permesso l’abuso. E’ previsto anche un patto per la formazione, che rientra nelle finalità del ‘patto per l’inclusione sociale’. Il patto per la formazione sarà concordato con Enti di formazione bilaterali, enti interprofessionali o aziende, al fine di favorire la preparazione dei cittadini che intendono entrare nel mondo del lavoro.

La platea che interessa il reddito di cittadinanza, precisa il ministro del Lavoro Di Maio, riguarda per il 50% il Sud e l’altro 50% il Centro-Nord.

 Il ministro del Lavoro ha anche affermato che il prossimo mese andrà online un sito internet nel quale si potranno trovare istruzioni sulla documentazione da presentare, e nel mese di marzo sarà attivo per l’inoltro dei documenti richiesti. Tutto questo per rendere più agevole l’accesso del diritto ai cittadini, senza bisogno di fare code in altri sportelli, come gli uffici postali, che tuttavia potranno essere una via di transito ugualmente valida, così come i Caf.

L’altro step è di pertinenza dell’Inps, che dovrà analizzare la documentazione presentata, e stabilire dopo la verifica, se vi siano i criteri per l’erogazione del reddito a beneficio di chi ne ha fatto richiesta; il tutto è stato semplificato e si potrà percepirlo tramite una carta elettronica emessa da Poste italiane.

Per gli aspiranti alla ‘pensione di cittadinanza’, come misura volta all’inclusione sociale, ci saranno 780 euro se il pensionato è solo, mentre per un nucleo arriverà fino a 1032 euro.

Il premier Conte, già prima della riunione del Consiglio dei Ministri, aveva precisato in un’intervista concessa a La Stampa, che sul reddito di cittadinanza la normativa è severa, e prevede punizioni per i ‘furbi’ che continueranno a lavorare in nero. Le pene inflitte arriveranno fino a 6 anni di reclusione. Sulla Tav il premier ha sottolineato ieri che non c’è sul tavolo un compromesso. Intanto, sempre secondo le sue dichiarazioni, con il via libera al decretone si approvano “le misure più qualificanti sul piano politico e sociale della nostra attività di governo”.

E proprio queste misure saranno la prova del nove dell’efficacia del programma dell’esecutivo nei prossimi anni, è presto per le esultanze, si vedrà anche solo tra un anno, se il reddito di cittadinanza sarà in grado di stimolare i consumi interni, di aumentare realmente l’indice di spesa delle famiglie e il suo aumento potenziale, così come la riduzione del tasso di disooccupazione, soprattutto quello dei giovani, tra i più alti in Europa.

E’ stato avviato questo ‘convoglio’ di misure dirette al popolo, il cui benessere è alla base della crescita economica di ogni Nazione.

 

 

 

DURO INTERVENTO SUGLI NPL IMPOSTO DALLA BCE A MONTEPASCHI

DI VIRGINIA MURRU

 

La terapia d’urto imposta dalla Banca Centrale Europea a Montepaschi, per la riduzione dei crediti deteriorati, potrebbe rivelarsi davvero pesante per l’istituto di credito senese. L’azzeramento degli Npl in sette anni, ossia il tempo previsto dalla Bce per risanare le sofferenze dell’istituto, costeranno oltre 8 miliardi di euro, costi che praticamente graveranno sullo Stato, già abbastanza a rischio con il programma di politica economica dell’asse di governo Movimento 5S-Lega.

E paradossalmente potrebbe essere proprio il forte impatto  dell’intervento della Vigilanza a dare il colpo di grazia a Monte dei Paschi, reduce da altre traversie finanziarie, e dunque piuttosto esposta all’ennesima intemperia. Intanto la decisione della Vigilanza non poteva lasciare indifferenti i mercati, il titolo è andato a fondo ieri a fine seduta: -7,65%.

In buona compagnia con UniCredit, Ubi, Banco Bpm e altri istituti del comparto, ma sicuramente l’epicentro del sisma è da ricercare su Montepaschi. Del resto non si è concluso con un  bilancio incoraggiante il 2018 per il settore bancario, e nemmeno quello precedente, il 2017, e così in prospettiva si presenta il 2019, nonostante i politici negli ultimi anni abbiano sempre rassicurato sulla sua solidità. Secondo un’analisi dei dati relativi al 2018, per le banche italiane è stato quasi un disastro, con decine di miliardi immolati in borsa. Fino al terzo trimestre erano circa 50 i miliardi bruciati nei mercati, caratterizzati, com’è noto da grande instabilità, e dalle pessime performance dello spread, che ha portato danni in tanti settori dell’economia.

Secondo alcuni quotidiani che si occupano di finanza, “MPS potrebbe presto tornare sul mercato obbligazionario, l’istituto senese starebbe organizzando l’emissione di un covered bond da circa 750 milioni di euro”.

Intanto, la ‘profilassi’ della Bce per il gruppo MPS, è come un ciclone di 8 miliardi, che colpirà certamente lo Stato e gli obbligazionisti. Non ci voleva proprio il pungolo della Vigilanza di Francoforte, ma non si è comunque abbattuto solo sull’istituto italiano, la Banca centrale ha imposto interventi di svalutazione degli Npl su tutte le banche europee. Il vicepremier Matteo Salvini, tenta di rivoltarsi, è un momento difficile per lo Stato, ma il settore bancario è un organo ‘vitale’ per l’economia di una nazione, e non si può transigere sulla sua efficienza.

La Bce inoltre deve tutelare l’area euro e l’intero comparto bancario, pertanto gli istituti sono sottoposti a vigilanza continua e tenuti alla compliance delle norme in vigore; per quel che riguarda gli Npl le banche nel rispetto del regolamento, devono garantire le coperture svalutando i crediti deteriorati in portafoglio, considerando un lasso di tempo pluriennale definito, un prospetto di adempienze che arriva fino al 2026, ossia un ‘protocollo di cura’ di 7 anni.

La richiesta, com’è ovvio, non riguarda solo gli istituti italiani, sono ben 120 le banche europee interessate al rispetto delle norme concernenti la svalutazione degli Npl, ma purtroppo quelli italiani presentano la situazione più critica in questo ambito a livello europeo. Un’analisi effettuata alla fine del 2018 metteva in evidenza sofferenze nette per un importo di circa 38 miliardi.

Nei prossimi anni si dovrà pertanto procedere alla graduale svalutazione, ma ci saranno da smaltire anche altri 60 mld di inadempienze probabili nette, un percorso che si presenta accidentato, per nulla semplificato dalla situazione d’incertezza in cui si è inoltrata la politica economica italiana.

Il vice premier Salvini, che ha un rapporto piuttosto conflittuale con le autorità dell’Ue, non intende mandare giù un boccone così amaro, e dichiara che non è accettabile “l’atteggiamento prevaricatore della Bce”.

Per buona parte del 2018 lo spread ha imperversato sui conti pubblici, come una mina vagante, e ora la richiesta della Bce suona come una ‘provocazione’, quando si è appena messo in moto il tanto discusso documento programmatico di bilancio per il 2019. E’ probabile, tuttavia, che la Bce consideri i tempi concernenti la svalutazione degli Npl secondo criteri discrezionali,  concedendo più tempo agli istituti più solidi e stringendo per quelli invece più vulnerabili, che hanno in portafoglio maggiori sofferenze.

Non si tratta di una ‘sortita’ dell’ultima ora, dato che già a luglio scorso la Bce aveva fatto sapere che le analisi sugli istituti di credito sarebbero state di carattere più individuale, ovvero “bank specific”. Le richieste della Banca centrale poi non sarebbero propriamente vincolanti, in quanto le banche potrebbero essere ‘sufficienti’ in termini di margini, e non dare corso a tutti gli accantonamenti. In questo caso ovviamente le scelte devono essere motivate e giustificate.

Nel comparto italiano uno degli istituti meno ‘preoccupati’ dal ‘raid’ della Bce, è Intesa Sanpaolo, la cui solidità patrimoniale è nota, in quanto tra le migliori.

Chi non si rassegna è il vice premier Salvini, che negli ultimi giorni è stato implacabile nelle sue dichiarazioni, in merito alla politica della Bce. “Una simile richiesta – sostiene – potrebbe costare all’Italia 15 miliardi, e un organo indipendente dall’Ue, non politico, non dovrebbe avere autorità così pesanti ed incisive sulla vita economica di un Paese membro”.

 

 

EUROZONA. CALA LA PRODUZIONE INDUSTRIALE A NOVEMBRE: -1,7%

 

DI VIRGINIA MURRU

 

Secondo le ultime stime di Eurostat, a novembre 2018 risulta in calo la produzione industriale, l’output ha registrato una flessione mensile (rispetto ad ottobre) dell’1,7%, un risultato che va anche al di là delle previsioni degli analisti, per i quali il calo doveva essere più contenuto, -1,5%.

Su base annua la produzione industriale mette in evidenza una contrazione del 3,3%, – rilievo anche qui peggiore rispetto alle attese, -2,3%. Nel mese di ottobre il dato riportava una situazione certamente migliore, +1,2%. In Italia il calo è stato pari al 2,6%, in compagnia della Germania, -1,9%. I due paesi  sono i più grandi produttori manifatturieri in Europa. E’ stata una raffica di risultati che ha riportato indietro la bussola della crescita, e gli auspici per i prossimi anni non sono rivolti all’ottimismo.

Questi i rilevamenti riguardanti la flessione della produzione industriale nei paesi dell’area euro; per quel che riguarda l’Ue dei 28, rispetto al mese precedente (che era invece pari a +0,1%), si è registrato una contrazione dell’1,3%. Su base annua si rileva un calo, -2,2%.

Secondo Eurostat, tra gli stati membri dell’Unione europea, il paese nel quale si è rilevato il calo maggiore nella produzione industriale è l’Irlanda, -7,5%.

In Portogallo il calo è stato di -2,5%, Germania e Lituania entrambe del -1,9%. La crescita più consistente è stata registrata in Estonia: con +4,5%, Grecia con il +3,1%, Malta con +2,6%.

Le previsioni per il 2019 non partono con buoni auspici. La Cina, sul piano globale, sta pagando il conto del conflitto commerciale con gli Usa; frena la crescita del colosso asiatico. La situazione non è esaltante neppure negli Usa, secondo Goldman Sachs, “l’Amministrazione Trump sta mettendo il freno a mano all’economia americana, e per il corrente anno il Pil andrebbe addirittura a picco, dimezzando le sue performance rispetto al 2018.”

Venti di recessione spirerebbero anche in Europa, l’Unione europea è a rischio, e l’Italia ovviamente ne seguirebbe il ‘destino’. Tante le ‘influenze’ provenienti dallo scenario globale, non ultima la guerra commerciale tra Usa e Cina,  incide anche la politica monetaria della Bce, che a gennaio ha sospeso del tutto l’acquisto di asset.

Secondo la Banca Mondiale, la crescita a livello globale subirà un calo (-2,9%), e a farne le spese saranno soprattutto le economie avanzate. Secondo la World Bank, “In termini di volumi la view sul commercio mondiale nel 2018, 2019 e 2020, sarà ridotta di circa mezzo punto percentuale rispetto alle previsioni di giugno”.

Eurostat comunicato

 

ISTAT. CALA IL POTERE D’ACQUISTO DELLE FAMIGLIE, AUMENTA LA PRESSIONE FISCALE

DI VIRGINIA MURRU

 

Secondo i rilievi  Istat, presenti nell’ultimo comunicato, nel terzo trimestre 2018 aumenta lievemente in termini nominali il reddito disponibile delle famiglie,  dello 0,1%, rispetto al trimestre precedente, così come anche i consumi risultano in crescita dello 0,3%. L’Istat aggiunge una nota, per evidenziare che, in rapporto alla variazione dello 0,3% del “deflatore implicito dei consumi” – ovvero la  misura dell’andamento dei prezzi – è in calo il potere d’acquisto delle famiglie consumatrici,  -0,2%, in relazione al precedente trimestre.

In questo quadro certo positivo, ma non esaltante, la propensione al risparmio delle famiglie risulta in diminuzione dello 0,2% – pari all’8,3% tra i mesi di luglio e settembre 2018 – sempre in riferimento al trimestre precedente. La dinamica dell’inflazione è stata poco rilevante, secondo l’Istituto di Statistica, determinando così un calo congiunturale del potere d’acquisto (-0,2%). In relazione a questo trend, le famiglie, in virtù della lieve riduzione della propensione al risparmio, hanno mantenuto un livello dei consumi, in termini di volume, pressoché inalterato.

I dati Istat mettono inoltre in evidenza l’impatto dello spread nei tre mesi estivi (luglio-settembre); in termini di spesa per interessi, l’Italia ha pagato un conto piuttosto salato, ossia 1,7 miliardi, rispetto allo stesso trimestre del 2017. Il rapporto percentuale è del 12%.

Risulta essere in flessione invece il rapporto deficit/Pil, da questo dato emerge che, sempre in riferimento al terzo trimestre dell’anno appena trascorso, l’indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche, in rapporto al Pil è stato di -1,7%, nello stesso trimestre 2017 era di -1,8%. L’indebitamento al netto degli interessi passivi delle AP, ossia il saldo primario, registra un dato positivo, l’incidenza sul Pil è pari al 2,0%, era dell’1,6% nello stesso trimestre del 2017.

Il saldo corrente è risultato ugualmente positivo, con un’incidenza sul Pil dell’1,1% – era dell’1,6% nello stesso periodo dell’anno precedente. La pressione fiscale va oltre il 40%, nel trimestre di riferimento, in aumento di 0,1% punti percentuali nei confronti del terzo trimestre 2017. In complesso, nei primi 3 trimestri del 2018, le AP hanno registrato un indebitamento netto di -1,9% del Pil, dato che è migliorato rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, quando era pari a -2,6%.

Per quel che riguarda la quota dei profitti, sul valore aggiunto delle società non finanziarie, che è del 41,4%, si rileva un calo di 0,9 punti. E’ aumentato il tasso d’investimento delle società non finanziarie, di 0,1 punti, pari a 22,2%.

L’andamento dei redditi dei nuclei e quello delle finanze pubbliche, nonché l’impatto dello spread, secondo i dati emersi dai conti trimestrali divulgati dall’Istat, porta in superficie un periodo piuttosto travagliato, con riflessi positivi alquanto marginali, se soltanto si pensa, per quel che concerne la PA, alla crescita della spesa per interessi. In termini di cifre, era pari a 14,373 miliardi nel 2017, ed è cresciuta fino a 16,103 miliardi nello stesso trimestre del 2018.

RECORD STORICO DEL MADE IN ITALY, EXPORT DA 42 MILIARDI

DI VIRGINIA MURRU

 

E’ un risultato davvero lusinghiero, che porta un po’ di ottimismo nell’economia italiana, bersagliata da una situazioni congiunturale non propriamente favorevole, in riferimento all’anno appena trascorso.

L’export del “Made in Italy” ha superato nel 2018 i 42 miliardi, un record storico, secondo Coldiretti, che conferma le forti potenzialità del settore agroalimentare. L’incremento rispetto al 2017 è del 3%, secondo  le proiezioni dei dati diffusi dall’Istat, e dovrebbe dare impulso alla ripresa,  soprattutto all’occupazione.

Secondo il comunicato di Coldiretti, due terzi dell’export agroalimentare è diretto nei paesi Ue, il migliore partner è la Germania, ma si esporta bene anche in Francia e Spagna. L’italian food ha un’ottima ‘reputazione’ all’estero, e non è un caso se le contraffazioni  producono profitti per miliardi di euro. Gli Usa sono il migliore mercato referente al di là dei paesi europei, e sono proprio i prodotti della dieta mediterranea a suscitare maggiore interesse tra i consumatori americani.

Il vino è uno dei prodotti più privilegiati,  in questo settore l’aumento è pari al 3%, l’export è trainato in particolare dagli spumanti italiani, che registrano un record di aumenti del 13%, in termini di valore 1,5 miliardi in un anno.  Buone performance anche per quel che riguarda le vendite dell’ortofrutta, che tuttavia risultano in leggera flessione rispetto al 2017.

L’export del settore agroalimentare ha sempre avuto il favore dei consumatori stranieri, ma non ci si era mai spinti tanto avanti. Il risultato si deve interpretare come un impulso che deve indurre a migliorare sempre di più in termini di qualità, dato che è proprio questo aspetto ad avere finora fatto la differenza nell’export.

A gonfie vele l’export di salumi, formaggi, pasta italiana, le cui vendite aumentano del 2% (la pasta). Le preferenze degli stranieri per i prodotti agroalimentari italiani, si basano su considerazioni di carattere qualitativo e di sicurezza, fiducia che il nostro Paese si è assicurato nel corso degli anni.

Il 2018 si è chiuso con un nutrito ‘listino’ di oltre 5mila prodotti tradizionali censiti dalle Regioni, dei quali quasi 300 risultano essere specialità Dop/Igp, che hanno ottenuto il riconoscimento dall’Ue. I vini Doc/Docg superano i 400, praticamente l’Italia è leader nel settore, con circa 60mila aziende agricole impegnate nella produzione bio.

Migliaia sono le aziende agricole che lavorano costantemente per la custodia di semi e piante a rischio estinzione, siamo presenti sul mercato come Campagna Amica, che è la più vasta rete mondiale. Non meno importante il primato della sicurezza alimentare a livello globale, in virtù del maggior numero in assoluto di prodotti agroalimentari che presentano residui chimici regolari.

Il bilancio è incoraggiante, e tuttavia la situazione geopolitica instabile, i conflitti di carattere commerciale, si spera non costituiscano ostacolo nel futuro.

 

ISTAT. RALLENTA IL TASSO D’INFLAZIONE A DICEMBRE

DI VIRGINIA MURRU

 

Secondo le stime preliminari dell’Istat, pubblicate nell’ultimo comunicato stampa, a dicembre il tasso d’inflazione diminuisce dello 0,1% rispetto a novembre (su base mensile), si tratta dei prezzi al consumo per l’intera collettività, al lordo dei tabacchi. Aumenta invece dell’1,1% su base annua, dato in contrazione rispetto a novembre, che era di +1,6%.

Il tasso d’inflazione, dato che può confortare, cala anche in Germania e Francia.

Il comunicato dell’Istituto Nazionale di Statistica mette in rilievo che in media, nell’anno appena trascorso, i prezzi al consumo hanno evidenziato una crescita pari all’1,2%, in sintonia con i rilievi del 2017. La cosiddetta ‘inflazione di fondo’, al netto degli alimentari freschi ed energetici, è stabile a +1,7%.
Da sottolineare che i Beni energetici non regolamentati registrano un andamento che va in decelerazione, passando da +7,8% del mese di novembre scorso a +2,6% (riferimento dicembre).

Il rallentamento dell’inflazione a dicembre 2018, è determinato da questo dato ed in misura minore dai prezzi dei Beni alimentari lavorati e dai Servizi concernenti i trasporti.
In rallentamento l’inflazione di fondo (al netto degli alimentari freschi ed energetici), così come quella al netto dei soli bene energetici, sempre secondo il comunicato Istat.

La diminuzione, comunque contenuta, su base congiunturale dell’indice generale dei prezzi al consumo, è causata dal rilevante calo dei prezzi dei Beni energetici non regolamentati (pari al 4,2%), in misura meno consistente dai Beni alimentari lavorati, in parte compensato dall’aumento dei prezzi dei Servizi riguardanti i trasporti, tuttavia legati a fattori stagionali.

In decelerazione i dati sull’inflazione, sia per i Beni che per i Servizi, il cui differenziale resta pertanto negativo e pari a -0,2% (dati relativi a dicembre, a novembre era -0,3%).
In diminuzione, secondo i rilievi dell’Istituto Nazionale di Statistica (dati su stime preliminari), l’indice armonizzato dei prezzi al consumo, IPCA, con una contrazione pari allo 0,1% su base mensile, mentre va in crescita su base annua dell’1,2%, nel 2017 era a +1,3%.

PER L’ITALIA LA FINE DEL QE SARA’ UNA CATASTROFE?

DI VIRGINIA MURRU

 

Il programma di acquisto di titoli governativi di quasi tutti i paesi dell’area euro è giunto al suo capolinea: dal primo di gennaio 2019, il ‘protocollo di cura’ è stato chiuso.

Missione compiuta? Non propriamente, nell’area persistono ancora difficoltà, legate non solo al basso tasso d’inflazione. In alcuni Stati, i conti con la crisi economica non sono ancora chiusi. Per dirla alla ‘Merkel’: in Eurozona si viaggia a due velocità, ed è anche per questo che l’Eurotower ha deciso di lasciare i tassi invariati.

L’Europa, dopo essere stata investita e quasi travolta dalla grande crisi economica del 2008, per la Bce è stata un “paziente” non facile da trattare. La terapia intensiva, ossia l’acquisto di asset tramite le Banche Centrali, è durato più del previsto, perché le conseguenze contorte della crisi sul sistema – che ha presentato problemi di deflazione e d’instabilità dei prezzi – hanno richiesto accomodamenti di politica monetaria necessari a sollevare e sostenere i consumi negli Stati coinvolti nei negativi rivolgimenti economici e finanziari.

In un tweet del presidente della Bce, Mario Draghi, del 13 dicembre scorso, si leggeva: “Il Qe fa parte dei nostri strumenti d’intervento monetario, il nostro Consiglio Direttivo ha previsto che debba essere usato in casi di crisi o  di contingenza di carattere economico, lo abbiamo sempre tenuto presente, e ora è stato ritenuto legittimo  dall’ECJ (European Court of Justice).

Draghi si riferiva certamente al verdetto della Corte europea di Giustizia, che l’11 dicembre scorso, sanciva, in risposta ad un rinvio pregiudiziale della Corte Costituzionale tedesca di Karlsruhe  – alla quale si erano appellati diversi soggetti privati della Germania, contro la politica di accomodamento seguita dalla Bce – la legittimità del Qe quale strumento d’intervento della Bce da adottare in casi di emergenza economica. La vertenza ha dunque dato ragione alla Banca Centrale e alla sua politica monetaria, dopo un’annosa polemica che ha spesso contrapposto  le opinioni di Jens Weidmann, governatore della Bundesbank, a quelle del presidente Mario Draghi.

Weidmann del resto non ha mai fatto mistero della sua ostilità nei confronti della politica monetaria seguita dall’Eurotower, la quale è spesso stata oggetto di dibattito all’interno del Consiglio Direttivo, e di aspri dibattiti pubblici, argomento che i media hanno ampiamente trattato.

La Corte di Giustizia ha anche precisato che l’Ue ha competenza esclusiva nell’ambito della politica monetaria concernente gli Stati membri facenti parte dell’Eurozona.

Il Programma è stato attivo dal 4 marzo 2015, fino al 31 dicembre dell’anno che si è appena concluso. ll fine era quello di tenere un tasso d’inflazione inferiore ma prossimo al 2%, supportando così le condizioni finanziarie, sia delle imprese che delle famiglie, sostenendo nel contempo i consumi globali e le spese per investimenti in area euro. La convinzione della Bce era che l’acquisto di titoli del debito pubblico doveva rendere più agevole l’accesso ai finanziamenti e al credito, e pertanto favorire l’espansione economica. Un altro obiettivo era quello di tenere bassi i tassi d’interesse reali, incoraggiando gli Istituti di credito a rendere più disponibile il credito.

La Banca centrale negli anni scorsi ha attuato i suoi interventi attraverso l’acquisto di asset, ossia titoli del debito pubblico dei paesi dell’Eurozona per centinaia di miliardi di euro, su mercati secondari. Tale ‘procedura’, secondo la Corte, non ha violato il divieto di finanziamento monetario stabilito dai Trattati, e, di conseguenza, non agisce contro il mandato della Bce. Viene meno pertanto l’accusa mossa dai vari gruppi di soggetti privati tedeschi – che hanno fatto ricorso tramite la loro Corte costituzionale – cioè l’”ultra vires”, ovvero un modo di operare che eccede i poteri della Bce, attraverso il supposto finanziamento monetario del debito degli Stati membri,  in violazione del divieto prescritto dal Trattato Ue.

 La fine degli acquisti netti di attività è stata annunciata da tempo, ma la politica monetaria accomodante non è finita con l’acquisto di asset, lo ha ribadito Draghi in diverse circostanze e anche il 13 dicembre 2018, nel corso della conferenza stampa. La linea di politica monetaria, tramite il complesso delle indicazioni che fornisce agli operatori economici, investitori, mercati (ossia la forward guidance), resterà accomodante. L’Eurotower continuerà a reinvestire il capitale rimborsato dei titoli in scadenza acquistati tramite l’Asset purchase programme (APP), che si aggira sui 2.500 mld.

L’espressione immancabile, nei rendiconti di ogni conferenza stampa, che segue la riunione del Consiglio Direttivo della Bce, “or beyond if necessary”, prosegue sulla via dell’accomodamento, poiché gli obiettivi, nonostante i segnali di crescita registrati negli ultimi tre anni nell’area euro, non sono stati pienamente raggiunti. Il programma di reinvestimento del capitale rimborsato dei titoli in scadenza proseguirà anche dopo l’avvio del rialzo dei tassi, o, appunto, “beyond if necessary” (anche oltre qualora necessario..). Per ora fino all’estate 2019, poi, ‘strada facendo’, si vedrà.

Certamente la fase di ‘adattamento’ ad una ‘normale’ politica monetaria, non sarà semplice, negli Usa gli accomodamenti monetari sono finiti nel 2016, e la Fed ha poi dato inizio ad un ciclo di rialzo dei tassi d’interesse. Difficile presentire ogni passo del piano strategico della Bce, certamente il processo di normalizzazione sarà lento e graduale per i Paesi dell’area euro, i tassi saranno comunque fermi, come già anticipato da Draghi, fino alla prossima estate. Tra qualche mese, tuttavia, è possibile che scompaiano i tassi d’interesse negativi sulle emissioni di titoli pubblici, e gli investimenti in questo ambito diventeranno così remunerativi.

E’ stato proprio questo aspetto il più discusso dagli ‘avversari’ della politica monetaria avviata da Draghi. L’assenza di remunerazione del rischio è stata per anni messa in discussione, poiché la logica vuole che il rischio sia adeguatamente ricompensato con rendimenti più congrui. I rendimenti positivi andranno  pertanto in favore di un’allocazione del risparmio verso gli investimenti più sicuri e remunerativi. In questo senso il Qe ha penalizzato gli investitori.

Tra i riflessi indiretti prodotti dalla politica di acquisto di titoli da parte della Banca centrale, c’è quello relativo alla ‘stretta’ dello spread. Il processo esercitato dal Qe ha compresso il differenziale di rendimento tra i decennali  Btp e Bund. Indiretto, si diceva, proprio perché il reale obiettivo della Bce era quello di controllare il livello dei prezzi di beni e servizi, con cali prolungati, e agire in contrasto verso la tendenza alla deflazione, le cui conseguenze a catena causano effetti deleteri sull’economia di un Paese o un’area, deprimendo la crescita, abbassando il livello dei consumi e alzando il tasso di disoccupazione.  L’obiettivo è stato raggiunto in questo versante dalla Bce, dato che il tasso d’inflazione ha raggiunto il target desiderato, tenendosi poco sotto il 2%.

Certamente, per quel che concerne la congiuntura italiana, si può dire che interventi sistemici, quali il Qe, funzionano, se si considera che, nel 2015, lo spread oscillava intorno ai 360 punti base, mentre negli anni successivi si è gradatamente abbassato, fino ad andare poco oltre i 100 punti base (a febbraio 2018 era sui 130 punti base). Attraverso le dinamiche della politica monetaria espansiva, di fatto è stata bloccata la speculazione sui titoli di Stato italiani, sui quali si erano scatenati ‘i corvi’ nei mercati tra il 2011/2012, portando il Paese nel baratro della recessione.

Ora, nonostante le politiche di reinvestimento dei capitali promessa dalla Bce, ogni Stato dell’Eurozona affronterà senza scudi le sfide dei mercati, e la fiducia degli investitori dipenderà dalla politica economica credibile che i rispettivi governi saranno in grado di realizzare.

Secondo l’analisi di tanti economisti, per l’economia italiana, la fine del ‘bazooka’ di Draghi, innescherebbe una serie di effetti negativi a catena, tali da provocare un vero e proprio fenomeno recessivo. Ci sono invece analisti ed operatori economici che non sono della stessa opinione, tra questi Ken Fisher, Presidente di Fisher Investments Europe e Presidente Esecutivo di Fischer Investments Twitter.

Secondo una sua analisi pubblicata sul Sole 24 Ore, la fine del Qe non potrà che portare benefici all’Italia e al suo mercato azionario. Questo l’assioma di Fisher:

“Man mano che il Qe giungerà al termine e le curve dei rendimenti diventeranno più ripide, l’aumento dei prestiti costituirà uno stimolo per l’Italia”.

Ma sarà poi così scontato, considerando tutte le turbolenze che hanno attraversato in lungo e in largo l’economia italiana, nel volgere di quasi un anno? Non è detto, anzi.. ma vediamo quali sono le ipotesi formulate da Fisher.

Secondo l’opinione comune il Qe avrebbe un effetto stimolante perché tende a contrarre i tassi d’interesse a lungo termine, favorendo così anche l’accesso al credito. Il motivo sarebbe semplice: il fine della Bce è proprio quello di sommergere le banche “di denaro a basso costo”.  In questo modo s’innesca un processo che dà impulso all’inflazione, e mette in moto la crescita. Nei fatti – sempre secondo Fisher – avviene il contrario.

“Mentre la Bce acquista titoli i tassi d’interesse a lungo termine scendono, e intanto i tassi d’interesse a breve termine restano fissi, poco sotto lo 0. In questo modo il divario tra tassi a lungo e a breve termine si riducono, rendendo piatta la curva dei rendimenti. Tale meccanismo produce per logica un riflesso di contrazione e deflazione.  Secondo le teorie economiche di oltre un secolo, i dati avrebbero dimostrato che le curve di rendimenti ripide sono in grado di stimolare una crescita maggiore, rispetto a quelle piatte.”

Fisher avvalora le sue tesi secondo i risultati ottenuti negli Usa e nel Regno Unito, i quali hanno dimostrato che la fine del programma di acquisti di asset aiuta la crescita. Per quanto riguarda il RU, il Qe era in vigore dal 2009 al 2012, gli effetti non sono stati positivi in quanto si è verificato l’appiattimento della curva dei rendimenti,  una riduzione della massa monetaria e contrazione dei prestiti.  Le conseguenze: una recessione.  A conclusione della politica monetaria espansiva, il livello dei prestiti è aumentato, il Pil se n’è avvantaggiato, c’è stato un incremento degli investimenti da parte delle imprese. Con buona pace dei mercati azionari. Situazione più o meno analoga negli States.

 Dovrebbe – in teoria – secondo questa ‘scuola di pensiero’, avvenire così anche per l’Italia, ma il nostro Paese fa storia a sé, e questi risultati potrebbero non essere un fenomeno pressoché automatico.

Dunque non è detto che in Italia le curve dei rendimenti diventino più ripide, e che i profitti delle banche migliorino, così come quelli dei mercati azionari. Non è neppure scontato che le medie imprese italiane abbiano più accesso ai capitali, e che la crescita sia una pura conseguenza.

“E più italiani felici e benestanti” – conclude Fisher, ma la svolta per questo Paese è ancora un’incognita legata alle dinamiche di una legge di Bilancio che basa lo sviluppo sul debito, senza garanzie di coperture. Insomma ancora troppa foschia nel futuro dell’economia, con enigmi da risolvere e incertezze che i mercati ancora tengono strette come nodi.

 

 

IL 2018: UN ANNO QUASI HORRIBILIS PER I MERCATI FINANZIARI

DI VIRGINIA MURRU

 

Il 2018 è stato un anno di grandi rivolgimenti, in alcuni periodi da ‘cardiopalmo’, se si considerano le cause e gli effetti che hanno determinato crolli o forti stimoli nelle contrattazioni. La reattività dei mercati è nota, allorché si verificano eventi importanti di carattere geopolitico che rischiano di compromettere la stabilità, o scelte di politica economica che incidono fortemente negli equilibri del sistema globale. Tante sono state nel corso del 2018 le vicissitudini che hanno portato terremoti in borsa, da Wall Street alle piazze europee, a quelle asiatiche, i ‘veicoli’ di contagio in un’epoca caratterizzata dalla globalizzazione, sono scontati.

Insomma, un anno pessimo per i mercati finanziari, secondo Finanza online, quasi tutti gli asset sono in rosso,  il 2018 potrebbe entrare negli annali come annus horribilis:

tutte le principali asset class di investimento a livello globale (azioni, obbligazioni, oro e petrolio) sono avviate a chiudere l’anno in rosso.” Una situazione così nera non si vedeva da 20 anni.

Resoconto confermato da Il Sole 24 Ore:

“Le curve dei principali indici globali evidenziano un corale passivo da inizio anno: le azioni (indice Msci world) perdono il 5%, le obbligazioni (indice Jp morgan gbi global) il 3 per cento. Il petrolio (qualità Brent) è in calo del 10 per cento. E anche il bene rifugio per eccellenza, l’oro, quello che dovrebbe compensare gli investitori dai ribassi dei titoli più rischiosi, ha perso terreno da inizio anno (-5%)”.

L’ottimismo tra gli operatori dei mercati si è alternato al pessimismo, ossia alla massima cautela verso il rischio. Tra le cause che hanno creato un deterrente tra gli investitori,  ci sono state le iniziative aggressive dell’establishment Usa volte a colpire l’export della Cina, una politica economica rivolta al protezionismo, al di là di ogni considerazione sulle relazioni internazionali, un equilibrio più che mai delicato, che necessita della distensione, non di erigere  barriere, piuttosto anacronistiche nel terzo millennio. Eppure la politica mondiale già da anni ha virato a destra, e l’Europa ne è l’esempio più eclatante.

Cambiamenti di rotta che in diverse circostanze, dopo le consultazioni elettorali che hanno sancito la  vittoria dei movimenti politici di destra, hanno destabilizzato i mercati, creando ondate di panico, perché la tendenza verso i populismi, quando non xenofobia, non viene recepita come fenomeno che determina stabilità, elemento del quale i mercati necessitano per operare con serenità, al di fuori dell’orbita del rischio.

La degenerazione della politica protezionistica messa in atto dall’amministrazione Trump, è stata la guerra commerciale, ancora in atto, che non ha risparmiato neppure i parenti più stretti, ossia l’Europa, minacciata dai dazi, non solo su alluminio e acciaio, ma anche sul settore degli autoveicoli, proprio per colpire forte, e per dire chiaro che non c’è nessuno, oltre le frontiere, degno di essere risparmiato.

Questa escalation d’incertezza e tensione, soprattutto tra le due grandi superpotenze , Cina e Usa, hanno fatto vibrare tutte le corde del rischio, e sia Wall Street che le piazze asiatiche, nonché quelle europee, hanno reagito con crolli memorabili. Gli Usa si possono permettere comunque i ‘ruggiti’ di Wall Street, e anche di ignorarli quando ci sono in gioco interessi così grandi.

Le scosse nei mercati hanno origine anche nei timori causati dal rallentamento della crescita globale, nella mancanza di un accordo sul bilancio da parte dell’amministrazione Usa. Negli ultimi giorni ci sono state oscillazioni notevoli tra gli estremi registrati a Wall Street lunedì 24 dicembre (seduta chiusa in negativo, la peggiore vigilia di Natale di sempre, con crolli che hanno superato il 2,5%), e il rally del 26, con picchi che non si verificavano dal 2009 ( il  Dow Jones ha messo a segno il 4,9%, il Nasdaq il 5,84%), migliore seduta, appunto da dieci anni a questa parte. La Borsa americana ha chiuso lunedì 26 con il Dow Jones in rialzo di oltre mille punti.

A cambiare rotta verso l’ottimismo ha contribuito l’allentarsi della tensione tra Usa e Cina in ambito commerciale, ma soprattutto la schiarita nei rapporti tra Donald Trump e la Fed. Nei giorni scorsi il presidente Usa aveva fatto infatti trapelare l’ipotesi di un licenziamento di Powell, alla guida della Banca centrale americana da neppure un anno.

Poiché queste mine vaganti avevano destato non pochi allarmi negli ambienti finanziari, e incentivato la diffidenza sugli azzardi di Trump, la Casa Bianca ha pensato di rimediare con un comunicato di Kevin Hasset (Presidente del Consiglio degli advisor economici della Casa Bianca), il quale ha spiegato che il ruolo del presidente della Fed, Jerome Powell, non è in discussione, così come quello di Steven Mnuchin, segretario al Tesoro, verso il quale ci sono stati nei mesi scorsi dichiarazioni poco rassicuranti.

Secondo gli analisti, il quarto trimestre del 2018 è stato horribilis per i mercati finanziari, c’è la tendenza verso una fase ribassista, per sei sedute di seguito l’indice cinese a maggiore capitalizzazione (il CSI 300), ha chiuso in calo, e dal mese di febbraio il riscontro per le Borse mondiali non è lusinghiero, è anzi deludente. In particolare le perdite degli indici più importanti vedono un Dow Jones a -14,7%, S&P 500 a -15,6%, Nasdaq a -18,4%, FTSE 100 -9,6%, DAX -13,6%, Cac -14,1%, Hang Seng -5,4%, Shanghai -11,3%, Nikkei -16,9%.

Un panorama che non promette grandi cambiamenti in positivo nel prossimo anno, ormai alle porte. La Borsa di Tokio chiude l’anno in corso in negativo, per la prima volta da sei anni a questa parte. L’indice Nikkei chiude le contrattazioni con un calo pari allo 0,31%. Da gennaio a dicembre l’indice ha perso il 12,1%. Lo yen acquista energia sul dollaro perché gli investitori sono alla ricerca di beni rifugio.

La volatilità nei mercati è aumentata, come già è stato accennato, a causa della mancanza di propensione al rischio degli investitori, per alcuni analisti, oltre alle ragioni che rimandano alla guerra commerciale e alle tensioni di carattere geopolitico, c’è anche la linea della politica monetaria seguita dalle Banche Centrali, che hanno ridotto la liquidità e aumentato i tassi (come sta facendo da circa un anno la Fed).

Anche il bilancio delle Borse cinesi è in rosso, a causa delle tensioni commerciale tra i due colossi economici, Cina e Usa, e anche per ragioni da ricercare nel rallentamento della crescita nell’economia del drago.

Le previsioni per il 2019 non sono orientate al rialzo, i mercati finanziari continueranno a soffrire, soprattutto per il rallentamento della crescita a livello globale, oltre alle altre incognite delle quali si è trattato.

L’economia italiana, secondo il 65% degli operatori  per il 2019 non ha davanti il campo dei miracoli, continuerà anzi il trend negativo iniziato negli ultimi trimestri del corrente anno, e la crescita subirà una brusca frenata;  lo scenario europeo non sarà di stimolo, dato che il rallentamento riguarda anche l’Unione europea. La politica monetaria della BCE, inoltre, che a partire dal prossimo gennaio sospenderà del tutto le misure d’intervento attraverso l’acquisto di asset, non contribuirà a stimolare il sistema.

 

 

 

 

 

L’AUMENTO DELL’IVA E’ STATO SOLO RIMANDATO

DI VIRGINIA MURRU

 

Rinvio sull’aumento dell’Iva, il governo è intervenuto con un maxi emendamento alla manovra,  la stangata è stata accantonata per il 2019, ma sono previsti aumenti per gli anni successivi, e allora se l’esecutivop non sarà in grado di affrontare i problemi con risorse adeguate, il mezzo gaudio di oggi potrebbe trasformarsi in un’autentica slavina per i cittadini.

La manovra economica si accinge intanto a compiere i suoi primi passi, il benestare del Parlamento è stato ottenuto a colpi di fiducia, e le autorità di Bruxelles sono state convinte con più di un compromesso, anche se i tagli sugli investimenti faranno sentire il loro peso.

Il documento programmatico di bilancio, nonostante le prove durissime che ha dovuto superare, non è passato indenne, la scure ha operato tagli dolorosi, e comunque si trova ancora sul ‘banco degli imputati’, non convince le parti sociali, né Confindustria né i sindacati. Questi ultimi hanno già in programma manifestazioni di protesta; insomma, la manovra, così com’è strutturata, non presenta buone prospettive per l’occupazione.

La Pubblica amministrazione, secondo i tagli previsti, presenterà limiti non di poco conto su nuove assunzioni e investimenti. Un avvio del programma di politica economica che non convince, troppi sono gli interrogativi, e la strada dei conti pubblici è già di per sé dissestata.

La Bce ricorda questi giorni il grave problema della deviazione dal Patto di stabilità, il disavanzo delle Amministrazioni pubbliche, che riguarda anche  altri paesi dell’area euro, ma in particolare l’Italia.

Nel suo ultimo bollettino, la Banca centrale ammonisce sui rischi dell’aumento del debito in Eurozona: “bisogna continuare con gli sforzi di risanamento delle finanze pubbliche, rispettando il Patto di Stabilità e Crescita, in questo ambito significativo e preoccupante è il riscontro sull’Italia, il cui rapporto debito/Pil è troppo elevato, e questo espone tutta l’area ad una maggiore vulnerabilità.”

Ma intanto il Paese è alle prese con le tante incognite che presenta la manovra, e potrebbe non essere l’aumento delle tasse sulle scommesse e la webtax, insieme ad altri interventi non risolutivi, a fare la differenza.

Le clausole di salvaguardia dell’Iva sono un autentico rompicapo, e la scelta di congelare gli aumenti lascia comunque nell’incertezza i contribuenti. Bruxelles ha necessità di garanzie in questo ambito, e non è detto che il governo riesca a mantenere le promesse, le conseguenze in questo caso si ritorcerebbero sulle famiglie. Altro dilemma della manovra economica.

Le clausole di salvaguardia, sulle quali tanto si raccomanda l’Ue, sono misure precauzionali adottate per garantire i vincoli in materia di spesa e bilancio. Il fine delle clausole è la tutela della finanza pubblica. Scattano qualora non si rispettino i vincoli con l’Europa, se queste risorse non si rendono disponibili, al governo non resta che operare tagli sulle agevolazioni fiscali, aumentare le imposte indirette, e interventi simili volti a recuperare risorse per l’erario.

Al momento è già una conquista avere evitato la procedura d’infrazione, che Bruxelles era pronta ad applicare sull’Italia, se il premier Giuseppe Conte, e il ministro dell’Economia Giovanni Tria, non avessero introdotto misure idonee a salvaguardare almeno un precario equilibrio dei conti.

Com’è noto, le clausole sono scattate già nel 2011, in seguito alla grave crisi che portò poi alla caduta del governo Berlusconi. Nel decreto salva-Italia introdotto da Monti, le clausole di salvaguardia furono blindate, ma in seguito diventarono l’incubo degli altri governi che si sono succeduti, i quali hanno fatto di tutto per evitare che scattassero, come del resto ha fatto anche quello attuale.

Il governo Lega-Movimento 5S, le ha congelate per il prossimo anno, ma con il maxi emendamento alla manovra sono previste al rialzo nel 2020/21, cosa che potrebbe portare ad un aumento di diversi punti percentuali già nel 2020, sia per l’aliquota ridotta (10%), che per quella ordinaria (22%).

Gli aumenti scatterebbero qualora l’Italia non dovesse essere fedele ai parametri stabiliti dall’Unione europea, nel rapporto deficit/Pil, oggetto del contendere con Bruxelles negli ultimi mesi. In questo caso, così come ha previsto anche Codacons, nessuno ci salverebbe dalla mazzata, che potrebbe costare intorno alle 1.200 euro annui a famiglia, in termini di costi diretti, che scaturirebbero dalla maggiore imposta. Ma sarebbe l’economia italiana nel suo complesso, già provata da troppe scosse, a risentirne, per via degli effetti domino nei vari settori, tali da bloccare in modo ancora più deleterio la crescita.

In breve, se l’attuale governo manterrà gli impegni nel corso della legislatura, le clausole potranno essere disinnescate agevolmente, se la manovra non dovesse raggiungere gli obiettivi, sarebbe difficile salvarsi dalla mannaia che incombe.

In termini di cifre, gli aumenti previsti per il 2020 potrebbero raggiungere i 23 mld di euro, e negli anni successivi l’importo dovrebbe aumentare, con lo scatto dell’aliquota ordinaria (oltre all’aumento dell’aliquota ridotta..), che passerebbe dal 22% attuale al 26,5% nel 2021/22.

 

STUDI BANKITALIA: ISTRUZIONE E STATUS CONDIZIONATI DALLE PROPRIE ORIGINI

DI VIRGINIA MURRU

 

Il terzo millennio, in termini di ‘passaggi’ generazionali, non è propriamente un fenomeno che riflette la tendenza sempre più marcata all’autonomia dei millennials, ossia una dinamica di scelte che siano indipendenti da correlazioni nei confronti delle proprie origini, per quel che concerne l’istruzione, il reddito e la ricchezza, ossia l’affermazione economica e professionale del proprio futuro.

Per quel che riguarda l’Italia, secondo uno studio portato avanti da due ricercatori del Dipartimento di Economia e Statistica della Banca d’Italia, Luigi Cannari e Giovanni D’Alessio, i risultati metterebbero in rilievo “un’alta persistenza intergenerazionale delle condizioni economiche”, ossia un’interdipendenza legata alla base di partenza, con correlazioni dirette allo status dei propri genitori, più rilevante rispetto al passato.

La ‘serie’ di studi attinenti alle “Questioni di Economia e Finanza”, si propone di presentare documentazione e risultati su aspetti rilevanti concernenti i compiti istituzionali della Banca d’Italia ed Eurosistema. Il fine è quello di fornire ‘contributi originali’ nell’ambito della ricerca economica. Questi lavori sono talvolta portati avanti all’interno della Banca d’Italia, non di rado in collaborazione con l’Eurosistema e Istituzioni varie. In questi studi si sottolinea che i risultati provengono “esclusivamente” dalle opinioni degli autori, disimpegnando così la responsabilità delle Istituzioni di riferimento.

Si tratta di una ricerca che in qualche modo sorprende, ci si attenderebbe un’analisi che evidenzia la tendenza all’indipendenza delle scelte, sia nell’ambito dell’istruzione che nella realizzazione delle ambizioni in termini economici, proprio in virtù del fatto che i diritti sanciti dalla Costituzione (Art. 3), mirano all’uguaglianza in termini di opportunità per le giovani generazioni, ma non è esattamente così. Non bastano gli  interventi fondamentali di uno Stato di diritto, pienamente integrato nelle fondamenta di una democrazia.

All’art. 3 della Costituzione fanno cenno anche i due ricercatori, nello studio sulla persistenza tra generazioni in Italia; è dunque ovvio che rientri tra i doveri della Repubblica “rimuovere gli ostacoli che, limitando l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. A precludere il successo economico di un individuo, o a favorirlo, secondo la ricerca di D’Alessio e Cannari, potrebbero essere  fattori non dipendenti dal soggetto, come la familiarità e stato economico di origine, il sesso, luogo di nascita, etnia, istruzione.

E’ pertanto necessario portare alla luce le cause che costituiscono ostacolo per chi non nasce ‘con la camicia’, e si ritrova in una condizione di svantaggio, rispetto a chi invece ha davanti una strada più agevole, una porta aperta sul futuro, per via di uno status solido sul piano economico dei genitori. Lo studio si prefigge l’obiettivo di analizzare le cause della disuguaglianza di opportunità, e di operare in termini di scelte politiche adeguate, affinché la realizzazione dell’individuo corrisponda a criteri sociali ed economici inclusivi. Tutto questo attraverso la rimozione delle barriere intergenerazionali, che potrebbero essere poco favorevoli all’”omologazione” dei diritti e al progresso stesso del singolo e della società.

In Italia, dunque, i legami con le precedenti generazioni, per quel che riguarda istruzione, ricchezza e reddito, sono ancora forti, e il successo degli individui che vengono dalle classi sociali più abbienti, è più garantita. Facciamo parte di quei paesi che hanno ancora dei riferimenti intergenerazionali, e nell’ultimo decennio la tendenza è in aumento, secondo i dati  di analisi comparative messi a confronto. L’analisi tuttavia mette in rilievo il fatto che l’istruzione incide meno, in termini di condizioni economiche delle giovani generazioni rispetto ai genitori, mentre crescono le prerogative del ruolo relativo al contesto familiare e sociale.

Il lavoro dei due ricercatori esamina sia la persistenza intergenerazionale, in relazione allo status economico della famiglia di origine, sia l’importanza delle condizioni di partenza, per motivare il successo e la realizzazione degli italiani. Come si è accennato, l’Italia rientra tra i paesi con una persistenza piuttosto alta sul piano generazionale, e la tendenza è in costante aumento. Per i più fortunati è una strada pronta al transito, che non è stata oggetto di scelte, perché indipendente da altri orientamenti, e spiegano comunque il successo di questa fascia di individui in maniera più marcata rispetto al passato.

Sembrerebbe il risultato di un ciclo generazionale che vive “di rendita” in termini di opportunità, con ridotta mobilità dunque tra generazioni per quel che riguarda l’aspetto delle condizioni economiche. La mobilità è quel fattore dinamico che offre la possibilità di migliorare le proprie condizioni di vita, sul piano sociale è un potente incentivo – sempre secondo lo studio dei due ricercatori della Banca d’italia – allo sviluppo delle proprie capacità, proiettandosi così nel più ampio spettro dell’innovazione. Si tratta di un impegno nel versante del lavoro che non ricade positivamente solo sul singolo, ma a trarne vantaggio è tutta la collettività, perché diventa mezzo di propulsione di crescita economica.

La mobilità intergenerazionale applica in modo diretto l’uguaglianza di opportunità tra le giovani generazioni, contribuendo ad allontanare il rischio della disuguaglianza (Unfair inequality), che non sono poi credenziali degne di una democrazia in Occidente. A lungo andare determina scontento nelle classi sociali svantaggiate, e conseguenti tensioni sociali.

Questi studi mettono in rilievo la necessità d’intervento per facilitare l’inclusione delle fasce sociali le cui opportunità non sono favorite dalle origini solide della famiglia, che invece risulta non di rado una carta vincente per il successo occupazionale dei figli, quando le condizioni economiche sono solide.

Si legge tra le pagine di questi studi: “l’Italia è tra i paesi in cui la distribuzione del reddito si discosta maggiormente da quella che risponde a criteri di uguaglianza di opportunità e di libertà dalla povertà” (gli autori si riferiscono in particolare a ricerche in questo ambito di Ballarino e Schizzerotto, l’ultima del 2016).

In Italia il diritto all’istruzione esteso a tutti, ha certamente offerto maggiori possibilità di realizzazione, ma lo studio dimostra che, a parità d’istruzione, i soggetti provenienti da classi sociali che dispongono di un alto status nelle condizioni economiche, hanno maggiori probabilità d’inserimento nel mondo del lavoro, con posizioni elevate nella struttura occupazionale di riferimento.

Le analisi si sono avvalse di indagini campionarie, ma anche a dati tratti dagli archivi riguardanti le dichiarazioni dei redditi, ed Enti previdenziali (Inps); dalla comparazione dei dati emerge la forte propensione all’ereditarietà di reddito e ricchezza nel nostro Paese.

L’analisi dei dati scaturiti dalle indagini sui bilanci delle famiglia, in un periodo che comprende due decenni (dal 1993 al 2016), mette in evidenza i canali di trasmissione dello status di benessere economico dei familiari d’origine, in riferimento al grado d’istruzione; da questi rilevamenti emerge una elevata persistenza intergenerazionale nei livelli d’istruzione.

Il diritto allo studio esteso a tutti, non è dunque una garanzia, è solo un elemento di omologazione nell’ambito del diritto, che non evita le disuguaglianze nella base di partenza degli individui, in questo senso svantaggiati. Emerge la tendenza a compiere scelte in sintonia con l’istruzione dei genitori e relativa professione. E’ abbastanza consueto, tanto per fare un esempio, entrare in una farmacia, e ritrovare accanto al titolare il figlio col distintivo sul camice, così come avviene in uno studio legale, e casi analoghi su diverse professioni. Un’impostazione di vita, per le nuove generazioni, che evidenzia la tendenza a scegliere percorsi di studio sul piano formativo di base – come gli istituti di scuola superiore – in sintonia con quello che sarà poi lo sbocco professionale, tale da garantire la realizzazione in ambito familiare. A seconda dei casi e delle circostanze, gli studenti potranno anche abbandonare il corso di studi secondario o universitario, qualora la famiglia d’origine abbia loro già riservato un ruolo in un’attività economica.

Gli studi confermano la tendenza intergenerazionale ad ereditare istruzione e status dai genitori, realtà che sul piano sociale, resta un fenomeno con connotazioni ed elementi quasi aberranti, rispetto ad un secolo che, in termini di progresso tecnologico, potrebbe presentare un quadro diverso, più dinamico. Eppure la realtà non è quella delle giovani generazioni prive di vincoli nelle scelte, con una propensione verso la mobilità, in simmetria con le prerogative e i dinamismi di una società  proiettata sulle capacità del singolo, a prescindere dallo status di origine. Così non è, sembra anzi in atto un andamento “involutivo” in tal senso: la staffetta generazionale è fortemente ancorata al passato.

PACE FATTA CON BRUXELLES? PER MOSCOVICI NON BASTA

DI VIRGINIA MURRU
La soluzione sembrava a portata di mano, o almeno si stava percorrendo la strada del compromesso, con cedimenti da entrambe le parti in causa. Le ultime dichiarazioni di Pierre Moscovici, Commissario agli Affari monetari dell’Ue, non sono purtroppo ‘liberatorie’ per l’Italia, proprio stamani ha infatti affermato che la valutazione sulle proposte del Governo italiano, non sono propriamente positive: “non bastano gli sforzi compiuti sul rapporto deficit/Pil, è necessario intervenire ancora.”
Una doccia fredda, e l’ennesima umiliazione per questa manovra che ha seguito un percorso tormentato come non mai.
Il premier Giuseppe Conte, da Bruxelles, dichiarava ieri che il rapporto deficit/Pil sarebbe sceso dal fatidico 2,4% a 2,04%, e non si sarebbero tradite le aspettative degli italiani, ossia quei ‘capitoli’ di spesa che costituivano la premessa per portare avanti il programma di politica economica del governo.
Promesse elettorali alle quali non s’intendeva venire meno, a costo di affrontare le sanzioni che l’Ue avrebbe potuto infliggere all’Italia, le cui finanze sono già alquanto dissestate. I due vicepremier, Matteo Salvini e Luigi Di Maio sono sempre stati inflessibili al riguardo.
Reddito e pensioni di cittadinanza, pensioni “quota 100”, dovevano  pertanto essere salvi, anche se, com’è noto, i tempi dell’entrata in vigore slitteranno slitteranno comunque di qualche mese, se si riuscisse a tenere integri i due provvedimenti. Intanto, il dialogo ha prodotto certo buone prospettive di base, ma Bruxelles non si accontenta di questa disponibilità a cambiare i cardini della manovra, occorrono interventi sostanziali.
Con la nuova frustata del Commissario Moscovici, la manovra dovrà  passare ancora sotto i cingoli di altre revisioni, questa volta veramente dolorose, se s’intende evitare la procedura d’infrazione. Non è detto insomma che le garanzie sul reddito di cittadinanza e ‘quota cento’, restino tali.
Peccato perché i mercati avevano recepito le condizioni della svolta nei rapporti tra il Governo italiano e Bruxelles come  una soluzione dietro l’angolo, e il differenziale è sceso quindi di quasi 100 punti base rispetto a due/tre settimane fa.
La Commissione europea si  era riservata di esaminare le proposte italiane, il confronto proseguirà comunque nei prossimi giorni. All’incontro con i rappresentanti della Commisione: Jean-Claude Juncker, Pierre Moscovici e il vicepresidente Dombrovskis, era presente insieme al premier Conte anche il ministro dell’Economia Giovanni Tria.
Sull’esito del confronto, dichiarava  il premier:
“Abbiamo portato davanti alla Commissione proposte ragionevoli sulla legge di Bilancio, e illustrato in dettaglio il nostro programma. Non tradiremo la fiducia degli italiani, gli impegni saranno rispettati, sia per quel che riguarda ‘quota 100’ che il reddito di cittadinanza, con relativa platea. Il saldo finale è stato modificato a 2,04%”.
“Sul tavolo abbiamo lasciato proposte serie – prosegue il premier – ora speriamo che i negoziati si concludano il più presto possibile e in modo positivo, vogliamo rispettare i tempi delle riforme che presentano il maggiore impatto sociale. Andremo avanti con maggiore determinazione.”
La strada sembrava dunque più agevole, Conte e Tria del resto, con la propensione alla distensione e al dialogo, erano le persone più idonee a condurre la trattativa. Conte ha anche affermato nelle sue dichiarazioni, che la Commissione ha ritenuto significative la proposte del Governo italiano. Ma a quanto pare non basta
Il premier aveva anche confermato  i buoni risultati dell’incontro in un tweet:
“Abbiamo anticipato la nostra proposta a Bruxelles: il rapporto deficit/PIL a 2.04. Non tradiamo la fiducia degli italiani e rispettiamo gli impegni presi: quota 100 e reddito di cittadinanza non si toccano. La trattativa con la UE prosegue, andiamo avanti con forte determinazione.”
Ancora una strada piena di chiodi sul percorso di questa manovra, in attesa di ulteriori sviluppi, che si spera mettano la parola fine a questo iter accidentato, che altro non ha fatto se non creare instabilità e incertezze.

FORNITURA ENERGIA: IL 2018 E’ COSTATO 100 EURO IN PIU’ A FAMIGLIA

DI VIRGINIA MURRU

 

L’incremento del costo sulle forniture di luce e gas era stato già ventilato alla fine del 2017 da Codacons, Adusbef e altre Associazioni di tutela dei consumatori, era stata prevista una stangata, dell’ordine di circa mille euro a famiglia in un anno (costo totale fattura luce e gas, in media): il 2018 ha mantenuto in pieno le promesse, ogni utente ha speso circa 98 euro in più).

E’ stato davvero un anno piuttosto duro sul versante delle utenze, già definito l’”anno delle stangate”, in particolare per quel che concerne elettricità e gas. Secondo un resoconto di Codacons, vi sarebbe stata una variazione tariffaria, da gennaio a dicembre, di 93 euro a famiglia. Non poco per quei nuclei familiari che hanno budget talmente ristretti da faticare ad arrivare in ordine a fine mese.

In termini nazionali si è trattato di una maxi stangata, che è costata agli italiani ben 1,32 miliardi (sempre secondo i dati Codacons), ossia un incremento in bolletta dell’11% per quel che riguarda l’utenza luce, e del 14% in media a famiglia per gli aumenti del gas. Si sono spesi  quasi 100 euro in più a famiglia, rispetto al 2017. Che l’Italia raggiunga primati poco lusinghieri quando si tratta di costi e imposte, già era noto, e infatti risulta essere i Paesi che sostengono i costi più alti nell’ambito dell’energia, a parità di consumi con gli altri paesi europei.

Il Codacons mette in rilievo il fatto che, sulle fatture relative alla fornitura, c’è una forte incidenza delle imposte; le bollette riguardanti ciascuna utenza devono infatti tenere conto che, sul gas, il 38,60% è costituito da imposte e oneri; mentre sul versante dell’elettricità l’incidenza è del 27%. In un anno, pertanto, una famiglia versa tramite le fatture relative a queste utenze, circa 400 euro. Da sottolineare che, in proporzione, ha colpito le famiglie che consumano meno, non si tratta di buona ‘perequazione’, anche se non siamo propriamente nell’ambito dei tributi.

La Codacons ha lanciato la campagna “Stop rincari energia”, si dovrebbero seguire le indicazioni dell’Associazione a disposizione dei consumatori nel sito internet.

Il 2018 non se ne andrà sbattendo la porta sui rincari, sono previsti altri aumenti tariffari per le utenze che incidono di più sui consumi di una famiglia; in dirittura d’arrivo l’aggiornamento ARERA (Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente), sul tariffario trimestrale concernente gas naturale ed elettricità. A quanto pare sembra confermato l’arrivo di una nuova raffica di rincari. Tutto questo nonostante il ruolo di calmiere che svolge in questa direzione, in termini di tutela dei consumatori. Fino ad ora, e proprio durante il corso dell’anno che sta per terminare, ha bloccato per 6 mesi l’aggiornamento degli oneri di sistema, al fine di contrastare l’aumento eccessivo delle tariffe, ma non potrà opporsi al nuovo flusso di aumenti previsto nel prossimo anno.

Purtroppo questi incrementi di prezzo interesseranno soprattutto gli ‘utenti in tutela’, i più colpiti. Codacons per questo consiglia le famiglie di tutelarsi scegliendo sul mercato le tariffe che prevedono prezzi bloccati (1 o due anni), così che si possa evitare la bolgia dei rincari nel corso dell’anno.

Ma nel lungo orizzonte dei rincari ci potrebbero essere anche i servizi offerti dalle banche, le assicurazioni, i pedaggi stradali. E in un clima d’instabilità dei prezzi,  i trasporti, le utenze dell’acqua e la tassa sui rifiuti, difficilmente resteranno invariati.

Una vera e propria stazione d’inferno per il cittadino, che non può compensare con salari più congrui, e tanto meno appoggiarsi con sicurezza all’importo percepito con la pensione. Si fa riferimento alle classi sociali meno abbienti, alle fasce intermedie, i cui nuclei familiari rappresentano gran parte della popolazione.

Del resto, il cittadino italiano, e non è una novità, è fra i più tartassati in Europa; i rincari annunciati peseranno anche sulle imprese, soprattutto quelle piccole. Tra colpi e contraccolpi, tirando le somme, a pagare di più saranno ancora gli ‘ultimi’, per i quali nessuno garantisce un reale reddito d’inclusione.

Sarà il costo della vita in generale ad aumentare in modo pesante, e a ridurre notevolmente la capacità di acquisto delle famiglie; non sarà solo lo Stato, in modo diretto, ad affondare le mani nelle tasche del cittadino, ma tutto il sistema che vi ruota intorno.

 

MANOVRA. LA CAMERA APPROVA, IL TORMENTATO ‘VIAGGIO’ PROSEGUE ORA IN SENATO

 

DI VIRGINIA MURRU

 

 La manovra ha così superato la prima corsa ad ostacoli in Parlamento, passando indenne all’esame della Camera, con 330 voti a favore e 219 contrari. L’iter ora prosegue al Senato con la sessione di bilancio, ma è già chiaro che il testo sarà riscritto, prima però avrà luogo un vertice di maggioranza per un resoconto sommario, seguito dal confronto con i sindacati, previsto intorno a metà mattinata. Una manovra da ‘riscrivere’, esito già previsto del resto a fine novembre dal ministro per gli Affari europei, Paolo Savona.

Questi appuntamenti  precederanno le ‘comunicazioni ‘ del premier Giuseppe Conte di martedì 11 dicembre, anticipate dallo stesso premier. Le idee dovranno essere chiare prima del confronto con Jean-Claude Juncker, fissato per il 12 dicembre prossimo (martedì).

Ora resta da capire quale sarà la ‘percentuale’ definitiva sul rapporto deficit/Pil, che la Ue ha messo in discussione e resa oggetto di possibile procedura d’infrazione. Si è parlato di passare dall’attuale 2,4% – che sembrava limite intoccabile per la coalizione di governo, e per questo ha lottato e sfidato a lungo le autorità di Bruxelles – al 2%, ma la modifica è ancora da fissare. I due vicepremier concordano sul 2,1%. L’accordo dovrà essere definito su una linea di Governo che oscilla tra le posizioni del premier e il ministro Tria da una parte, e i due vicepremier dall’altra.

L’enigma dovrà essere risolto entro il 19 dicembre, deadline previsto da Bruxelles.

Irriducibili, nonostante l’apertura al dialogo, sono ancora le Istituzioni Ue, che hanno in più circostanze sottolineato di non transigere, l’Italia ha goduto di troppa ‘indulgenza’ fino ad ora e di tutta la flessibilità possibile. Ora, dunque, se il Governo intende andare avanti – evitando ulteriori danni derivanti da uno spread che ha sostenuto l’intransigenza della Commissione europea (e costretto in definitiva Roma alla resa) – deve rivedere i cardini della manovra. E apportare modifiche significative.

Si dovranno rimettere sotto l’incudine le due misure di spesa concernenti  il reddito di cittadinanza e la riforma delle pensioni, con al seguito la quota 100. Messe insieme hanno un valore di circa 16 miliardi, quasi la metà di quelli previsti dalla manovra. Il Governo, tramite il vicepremier Matteo Salvini, precisa che, per quel che riguarda ‘quota 100’, non tutta la platea delle uscite previste nel 2019 (circa 600mila lavoratori aventi diritto), sceglieranno di abbandonare l’attività lavorativa con 38 anni di contributi , o a 62 anni. Si auspica una riduzione di adesioni, dovute anche alle condizioni che prevedono i meccanismi per l’accesso al diritto, ossia divieto di cumulo, penalizzazioni e possibili incompatibilità.

Tale riduzione potrebbe portare un risparmio di circa 2 miliardi, che sarebbero più o meno un terzo rispetto alla cifra stanziata (6,7 mld per il prossimo anno). In tema di risparmio sui due cavalli di battaglia del documento programmatico di bilancio, c’è anche quello di 1 miliardo circa proveniente dal reddito di cittadinanza, la cui fase di partenza è slittata, da gennaio 2019, ad inizio aprile. A questa riduzione di spesa, che in tutto permette di salvare 3,5 mld, ci sarebbe un altro miliardo e mezzo derivante dagli investimenti ritenuti eccezionali, ossia al di fuori dei conteggi  relativi al deficit strutturale, e che rappresentano lo 0,3% di Pil.

Certo si tratta di interventi di rilievo, ma c’è da considerare la richiesta di Bruxelles, che esige modifiche sostanziali, non una semplice buona volontà che lascia ancora forti riserve sull’efficacia delle misure previste, soprattutto in termini di ricaduta occupazionale. Le opposizioni continuano a contestare il reddito di cittadinanza, come misura di compliance elettorale, assistenziale, ma senza importanza circa i riflessi economici, in quanto non incentiverebbero la crescita. Spetta al premier Giuseppe Conte l’onere di convincere la Commissione europea; l’incontro con Juncker è previsto tra due giorni. I margini di trattativa, in termini di tempo, potrebbero essere lunghi, specie si si considera che a breve partirà la campagna elettorale per le elezioni europee, il cui svolgimento è previsto a maggio. Se si decidesse per la procedura d’infrazione, che comunque si spera di evitare, vista anche la mano tesa di Bruxelles al dialogo, si spera di ottenere condizioni tali da non causare forti impatti sul programma di politica economica previsto per il 2019, importantissimo test per il Governo in carica.

Resta da capire quale sarà la riduzione da applicare sul rapporto deficit/Pil, vero nodo stretto della questione che divide il Governo dalle direttive della Commissione. Una cosa è certa: il documento programmatico di bilancio dovrà essere modificato per passare la frontiera dei controlli da parte di Bruxelles.

Molto dibattuta la questione delle cosiddette ‘pensioni d’oro’, per le quali sono previsti tagli fino al 40% per le più alte. Il Movimento 5S afferma che il provvedimento riguarderà quelle di importo che superano i 4.500 euro mensili netti (comprese quelle percepite dai sindacalisti..), un abbassamento della soglia non è stato preso in considerazione. Ma i sindacati in coro sostengono che non si tratta di misure ‘una tantum’, ma di diritti acquisiti, che non possono essere smantellati, altrimenti si rischia l’incostituzionalità della misura.

Tito Boeri, presidente Inps, sostiene che il risparmio che ne deriverebbe non ha una grande rilevanza, in quanto si tratterebbe di importi inferiori ai 150 milioni di euro, riguardando una platea di circa 30mila individui. Tiziano Treu, presidente Cnel, conferma al pari dei sindacati l’illegittimità, in quanto si tratterebbe “di proposte d’intervento retroattivo” sugli assegni pensionistici.

Giorgio Mulé, di Forza Italia, definisce il taglio sulle pensioni, ‘la più grande rapina messa a punto a danno dei pensionati’.

In mattinata l’esame della manovra andrà alla Commissione Bilancio, in Senato, qui giungerà il maxi emendamento del Governo con le modifiche sulle misure chiave, dalle quali si auspica la benedizione dell’Unione europea, al fine di bypassare la procedura d’infrazione che incombe sulle scelte del Governo. Attesi anche i calcoli di Ragioneria e Inps.

La Camera ha approvato le modifiche relative al controllo sui criteri di applicazione della Flat tax, l’ecotassa prevista sui veicoli inquinanti, le modifiche per la maternità, la card famiglia che esclude dalla platea di beneficiari gli extracomunitari, mentre riguarda i cittadini italiani ed europei. Qui di seguito alcuni dei provvedimenti previsti dalla manovra:

Sull’ecotassa, per chi acquistasse autoveicoli nuovi, sono previsti sconti sul prezzo, se il grado di emissione di co2 è basso (inferiore alla soglia).

Quanto alla Flat tax, onde evitare abusi, l’aliquota è stata ridotta al 15% per le partite Iva inferiori ai 65mila euro, si fissano limiti per l’accesso all’aliquota agevolata.

I centri impiego prevedono l’autorizzazione alle regioni di assumere, a partire dal prossimo anno, fino a 4mila persone destinate ai centri d’impiego. La previsione di spesa è di 120 mln per il 2019, e 160 dal 2020.

Previsto un  taglio sulla “Carta Giovani”, di 60 milioni, riguardante l’assegnazione Card Cultura. Si passerà dai 290 milioni a 230, riguarderà i residenti che compiranno i 18 anni nel 2019.

Sulla Maternità è stabilito che le donne, su autorizzazione medica, potranno continuare a lavorare anche fino al termine della gravidanza, facendo confluire così il diritto sul congedo al periodo successivo alla nascita (rendendo in tal modo flessibile la gestione dei cinque mesi di diritto al congedo).

Sugli Asili Nido, è previsto un aumento del bonus da 1000 euro a 1500 annui, che sarà garantito fino al 2021, al fine di consentire l’iscrizione agli asili nido pubblici o privati. Dall’anno successivo, il bonus sarà fissato sulla base di un limite di spesa programmatico, in ogni caso non dovrebbe essere inferiore ai 1000 euro annui.

Per quel che riguarda il Congedo Papà, il prossimo anno gli aventi diritto, potranno usufruire di 5 giorni di congedo in occasione della nascita di un figlio. L’emendamento sul ddl è stato approvato dalla Commissione bilancio della Camera, che ha anche prorogato per la misura per il 2019, con un giorno di congedo in più.

Per le imprese, sono previste agevolazioni sulle imposte riguardanti gli utili reinvestiti, riguardanti l’acquisto di beni materiali strumentali e l’aumento di assunzioni , con taglio dell’ires  al 15%. Per il prossimo anno è stato inoltre prorogato il credito d’imposta 4.0, che prevede la formazione professionale e misure atte a favorire l’internalizzazione.

TENSIONE CINA USA. IL CAPPELLO DEL COWBOY E IL DRAGO DEI CINESI

DI VIRGINIA MURRU

 

Altro che ‘pax’ sul conflitto commerciale in atto tra Cina e Usa. Il veleno delle ritorsioni sta seguendo altre direttive, ma l’origine degli attriti è sempre il medesimo, ossia il protezionismo, allo scopo di preservare il “made in Usa”, ma più verosimilmente per l’affermazione della supremazia economica. L’ostilità verso l’ex impero sovietico non ha più ragione d’essere, ora gli scenari sono cambiati, la supposta minaccia deriva da un’economia a torto definita ‘emergente’, la Cina, appunto, che contende il primato economico sul piano globale agli States.

Nel 2004 la Cina ha superato il Pil degli Usa; ha in mano buona parte del suo debito pubblico, e la crescita congiunturale è il doppio di quella americana.

Ma sono stati gli Usa a dare il ‘là’ e aprire un’ostilità degna di guerra fredda, attraverso l’imposizione di dazi su acciaio e alluminio, che hanno colpito l’export della Cina in modo non indifferente.

E così  si provoca l’orgoglio del ‘dragone’, che ha dimostrato, negli ultimi dieci anni, di sapere aggirare in modo sopraffino le regole delle democrazie occidentali, concedendo al tanto demonizzato capitalismo di entrare dalla finestra, per pure ragioni d’impulso e convenienza interna, ma di lasciare libero l’ingresso principale al PCC. Nonostante il consistente pacchetto di riforme attuato tra gli anni ‘80 e ’90, che ha permesso in fin dei conti l’introduzione del libero mercato, favorendo l’iniziativa privata, e svincolando l’industria dagli artigli dello Stato, i conti ancora non tornano per le credenziali della democrazia. Si è seguita soprattutto una strategia di politica economica che favorisse gli investimenti dall’estero, non di difficile attuazione, considerata l’alta competitività dei costi nel mercato del lavoro.

Il partito comunista al Governo tuttavia svolge ancora un ruolo di ‘supervisione’ politica ed economica, nonché finanziaria, non di poco conto. Tutto questo nonostante i progressi voluti di Deng Xiaoping, che hanno spianato la strada ad un Paese a due sistemi, ma ancora lontano dai progressi sul piano delle riforme democratiche esatte dall’Occidente.

I cinesi chiedono comunque a gran voce di sospendere la quarantena di penalizzazioni nella circolazione di quel flusso impressionante di merci con il quale invade i paesi occidentali. Il Paese però non sarebbe pronto ad essere riconosciuto ‘idoneo’, quale ‘Economia di mercato’, a godere degli stessi diritti delle democrazie occidentali che ne fanno parte, perché alle loro spalle c’è una storia di progresso nei diritti fondamentali che dovrebbe costituire una garanzia nelle relazioni internazionali. La Cina è ancora lontana dal traguardo, nonostante il lungo percorso volto ad affrancarsi dal ‘timbro a cartiglio’ di nazione fondata su un regime totalitario, le ‘carte’ non sarebbero in regola. In realtà né gli Usa né l’Ue vorrebbero riconoscere alla Cina lo status di Economia di mercato per ragioni di competitività (‘eccessiva’) sui costi del lavoro, e dunque sul prezzo dei prodotti. La competitività è tale che, se le si concedesse questo lasciapassare, si rischierebbe di mettere sul lastrico l’industria in Occidente.

In sostanza, i cinesi sanno bene che non è questione di regole anti-dumping, e non violano nemmeno, secondo il governo cinese, le disposizioni del Wto (Organizzazione mondiale del Commercio). Il fatto è che né gli Usa né l’Ue, la vogliono quale ‘terzo incomodo’, proprio per i rischi che incombono sulle imprese e sul settore dell’industria in generale.

Hanno già dimostrato, i cinesi, che non vi è  alcun articolo del Wto in contrasto con l’acquisizione dello status di economia di mercato, e  ci tengono a precisare che i 15 anni di permanenza nell’Organizzazione ormai sono scaduti,  quasi automaticamente pertanto le spetta il riconoscimento che ne legittimerebbe a tutti gli effetti il ruolo, insieme alle altre economie dell’Occidente.

Non c’è da stupirsi se poi si stringono relazioni internazionali di ferro tra Cina e Russia. Risale ad alcuni mesi fa  la visita del ministro della Difesa cinese a Mosca, il quale ha poi dichiarato: “Siamo qui per fare sapere agli americani quanto stretti siano i legami tra i due Paesi.”

Mentre il Global Times, quotidiano cinese, titolava al riguardo: “La pressione occidentale del blocco Nato  avvicina Russia e Cina.”

L’Europa marcia sempre al passo degli Usa, ma gli americani, con l’attuale assetto politico, stanno dimostrando che a seconda degli interessi in gioco, sanno come svincolarsi dagli impegni già siglati, e non si fanno condizionare dalle reazioni dell’Unione europea, addirittura nel mirino dei dazi sull’export di autoveicoli. L’Europa, qualora il conflitto e la tensione dovessero malauguratamente aumentare, rischia di ritrovarsi come una casetta di paglia tra due fuochi. ‘America first’ non riconosce ‘i parenti’ se vi sono interessi economici da tutelare.

 

 

 

 

ADDIO DISTENSIONE TRA CINA E USA, ARRESTATA TOP MANAGER HUAWEI

DI VIRGINIA MURRU

 

Meng Wanzhou, direttrice finanziaria e figlia del fondatore del colosso tecnologico Huawei, è stata arrestata a Vancouver,  su mandato degli Usa, la notizia è stata confermata dal Dipartimento di Giustizia canadese. A suo carico accuse di violazione delle sanzioni contro l’Iran. Lo sdegno della Cina era scontato, non concorda con i capi d’imputazione lanciati dagli Usa, e ne richiede la liberazione.

E siamo di nuovo in tempesta, o meglio sembrerebbe un fulmine a ciel sereno (o quasi), dopo gli accordi firmati a margine del G20 tra la delegazione americana e quella cinese. L’interpretazione di questa iniziativa assai poco diplomatica, nei confronti del top manager cinese, è da ricercare nel conflitto commerciale in atto sui dazi, ma anche in ragioni di spionaggio.  Le manette sono scattate il 1° dicembre, anche se la notizia è trapelata dopo.

Una cosa è certa: i mercati non vanno a nozze con queste tensioni di carattere geopolitico, e quando viene meno il principio della stabilità, la reazione è assicurata, per questo non c’è da stupirsi se le piazze asiatiche sono crollate dopo la notizia dell’arresto di un manager simbolo, il CFO di una grande multinazionale cinese, qual è appunto Huawei. Non si può esigere pace, se poi s’innesca la miccia di un ordigno, il caos nei mercati era da mettere in conto, e la rivolta dei cinesi al provvedimento pure. Così, addio distensione; era un armistizio che per la verità sembrava costruito sotto la cenere di carboni roventi.

Il Wall Street Journal ha scritto che le indagini sulle presunte violazioni delle sanzioni sull’Iran sarebbero iniziate nei primi mesi del 2018. Attualmente la signora Meng è anche  presidente in carica del board di Huawei, figlia di Ren Zhengfei, il fondatore. Si sospetta pure che ci siano stretti legami con il Partito Comunista Cinese, deduzioni che probabilmente vengono dallo spionaggio.

Huawei, in un comunicato, ha dichiarato che “Meng stava cambiando volo in Canada, quando è stata arrestata su richiesta degli Usa, per rispondere di non ben definite accuse a New York”. Pechino insiste sulla sua liberazione, sostenendo che si tratta di violazione dei diritti umani.

La società non rilascia altre dichiarazioni, e afferma di non essere a conoscenza dell’operato del direttore finanziario riguardo alle accuse che le sono state formulate, sottolinea tuttavia, che la compliance sulle leggi e regole internazionali, controlli e sanzioni, sono state ineccepibili ,  sempre osservate da Meng.

La richiesta di estradizione è stata già inoltrata. Il portavoce del Dipartimento di Giustizia americano non commenta, non è chiaro se si tratti di ‘minaccia cyber’ o vantaggi legati alla competitività. Come si sa, di certo c’è il crollo delle Borse asiatiche, e vi sono ragionevoli timori per la tregua commerciale di 90 giorni tra le due superpotenze. E infatti a Tokyo l’indice Nikkei ha chiuso la seduta in calo dell’1,91%; Hong Kong ha lasciato sul campo il 2,92%; Shanghai quasi il 2%. Ma le cose non vanno meglio nelle Borse europee, il contagio è arrivato un pò ovunque, Piazza Affari cede il 2%.

Huawei è il secondo produttore mondiale di smartphone, un gigante delle telecomunicazioni;  con questa iniziativa gli Usa potrebbero veramente colpire la società tramite la catena di produzione sul piano globale, intanto i titoli dei fornitori asiatici sono già crollati. Eppure l’arresto non è così clamoroso, dato che il colosso cinese era ben sorvegliato in Occidente.

Senza contare, secondo un resoconto di Reuters, che c’è stato il divieto d’uso alle Agenzie governative americane, dei suoi telefonini. Ma c’è pure dell’altro: British Telecom avrebbe deciso di non utilizzare apparecchiature di rete Huawei, nelle sue reti 4G, per proteggere dati sensibili riguardanti i clienti. Del resto la notizia che la Cina si servirebbe dei suoi mezzi tecnologici più avanzati per ‘spiare’ gli Usa e altri paesi, non è di oggi.

 

FRENA IL CICLO DI CRESCITA GLOBALE, STIME IN CALO PER IL 2019

DI VIRGINIA MURRU

 

Lo aveva anticipato già a settembre scorso l’Ocse, con una previsione al ribasso della crescita economica globale, il cui Outlook dovrebbe passare, secondo l’Organizzazione (con sede a Parigi), da +3,9% – stime di maggio – a +3,7%, sia per il corrente anno che per il prossimo. Un ‘soft landing’ del Pil globale, che tuttavia orienta verso la fine del ciclo positivo degli ultimi quattro anni, e pertanto il picco di crescita  si avvierebbe verso la contrazione, destinata a proseguire nel breve periodo.

Al fisiologico andamento del ciclo si potrebbero aggiungere dinamiche di politica economica e instabilità di carattere geopolitico, nonché aggiustamenti di politica monetaria nelle economie avanzate e in quelle emergenti, e infine la destabilizzazione dovuta alle tensioni derivanti dal protezionismo e imposizione di nuovi dazi, che hanno scatenato, nel volgere di un semestre, un vero e proprio conflitto commerciale, con fibrillazione dei mercati al seguito.

Ma l’Outlook dell’Ocse non è ovviamente l’unico che presenta valutazioni al ribasso nella crescita globale, c’è anche l’Fmi (Fondo Monetario Internazionale), il quale, nelle ultime previsioni di ottobre, ha tagliato le stime sul Pil  sia per il 2018 che per il prossimo anno, passando dal 3,9% al 3,7% per il biennio.

Secondo il World Economic Outlook del Fondo, le cause vanno ricercate nel conflitto commerciale scatenato dall’establishment Usa, che potrebbe portare ad una flessione dell’espansione economica globale, pari allo 0,8% nei prossimi due anni, con effetto boomerang proprio sugli States, e poi in Cina, economia bersaglio di queste politiche commerciali aggressive. La Cina già sta seguendo un trend di contrazione nella crescita; secondo le previsioni del Fmi, già nel 2019 il Pil passerebbe dal 6,4% al 6,2%, in linea tuttavia con le stime riguardanti la crescita globale.

In un articolo pubblicato su Investment Managers, gli analisti concordano in generale con le previsioni delle Organizzazioni internazionali: le stime macroeconomiche dei prossimi due anni confermerebbero il trend al ribasso del Pil globale.

Secondo queste analisi, gli Usa sono avviati verso una crescita del 2,9%, ossia la migliore performance dal 2006, andamento favorito dall’espansione fiscale, ma il riflesso non durerebbe a lungo, già s’intravede una riduzione degli effetti delle riforme fiscali, alla quale si aggiunge il riverbero negativo delle politiche commerciali e le contrazioni delle condizioni finanziarie. Fattori che dovrebbero condurre verso il rallentamento ciclico, secondo gli analisti, non proprio ‘soft’: dal 2,9% si passerà al 2,3% nel 2019.

Non si escludono nei prossimi due anni, contrazioni più brusche nella crescita, per via delle dinamiche legate alla politica economica portata avanti dagli Usa. La decelerazione in corso potrebbe derivare anche dall’interazione di dati legati al calo di fiducia, riduzione delle scorte, flessione della spesa e investimenti.

C’è poi l’influenza esercitata dalla politica monetaria, anche se con gli scenari attuali sarebbero da escludere fenomeni di recessione, e tuttavia nel 2020 è attesa una decelerazione, inferiore alla media. La Fed continuerà, ma non per molto, la politica di rialzo dei tassi, con tre rialzi previsti per il 2019. Sarà il 2020 a sancire l’inversione di rotta dell’economia più solida del pianeta.

In Europa il trend di contrazione della crescita è già in corso, l’economia dell’area euro in particolare sconta i riflessi derivanti dall’instabilità politica di alcuni Stati membri, Italia in primis. Il 2018 per l’Ue, in termini di crescita, ha frenato oltre le aspettative, e non andrà oltre l’1,9% nel corrente anno, con una flessione pari allo 0,6% rispetto al 2017. La tendenza è orientata verso un’ulteriore contrazione nel 2019, che dovrebbe attestarsi sull’1,4%, e, in ‘progresso’ negativo, il 2020 dovrebbe registrare l’1,2%.

Tutto questo in un contesto di dati riguardanti i consumi, stabili, mentre freneranno gli investimenti da parte delle imprese, e la redditività, considerato che la domanda di credito, rispetto al 2014, è ai minimi.

La tendenza al rallentamento potrebbe indurre la BCE a portare allo 0% i tassi sui depositi nel 2020, nonostante la controtendenza dei dati relativi all’inflazione, vicina al sospirato target del 2%.

Ulteriori fattori di rischio potrebbero provenire, per l’area euro, dalle politiche di bilancio dell’Italia, e l’instabilità che ne è seguita, con annessi rischi di contagio finanziario. E c’è poi la questione rovente riguardante la Brexit, spina sul fianco dell’Ue da ormai due anni. I progressi compiuti dalla premier Theresa May, che ha dovuto cedere ad un compromesso con i negoziatori dell’Unione europea, ha creato forti opposizioni nel Regno Unito, tanto che il ‘dossier’ relativo allo sdoganamento della Brexit, peraltro tenuto riservato dalla May, difficilmente passerà l’iter di approvazione del Parlamento, previsto a breve.

Altri elementi negativi per la crescita in Europa, derivano dall’imposizione dei dazi sull’export di auto Ue negli Usa.

Insomma stime che prevedono scenari non proprio esaltanti, ma del resto i fenomeni economici sono caratterizzati da cicli racchiusi in tempi limitati, e pertanto bisognerebbe sempre mettere in conto queste variabili, soprattutto quando si ragiona su contesti globali.

 

TREGUA SUI DAZI TRA USA E CINA, OTTIMO L’UMORE DEI MERCATI

DI VIRGINIA MURRU

 

Un deciso cambio di umore nei mercati, dopo l’annuncio dell’establishment americano che un accordo è stato  raggiunto tra Cina e Usa sul fronte dei dazi; l’intesa ha determinato la sospensione del conflitto in atto tra le due superpotenze, causato dalle ritorsioni in entrambi i fronti. Ordigni doganali previsti dal governo americano sull’export cinese, che sarebbero scattati a gennaio 2019, con un rialzo fino al 25%, mentre Pechino non sarebbe rimasta a guardare.

L’accordo è stato raggiunto nell’ambito di un confronto tra le delegazioni Usa e Cina, a margine del summit G20 svoltosi i giorni scorsi a Buenos Aires. Per ora il ping pong sui dazi è sospeso per 90 giorni, e tuttavia sono previsti ulteriori confronti tra il presidente americano e quello cinese, ai quali seguiranno  incontri bilaterali e nuovi negoziati. E’ chiaro come ad entrambi non convenga la linea dura, i cedimenti partono da queste considerazioni, altrimenti Trump non avrebbe concesso nulla al colosso cinese, che ormai da una decina d’anni contrasta la supremazia dell’economia americana.

L’intesa sulla tregua dei dazi prevede che Washington non procederà con i rialzi previsti del 25% sull’export cinese, dal primo gennaio del prossimo anno, e manterrà invece la tariffa del 10% su 200 miliardi di dollari di merci cinesi.

Sull’altra ‘sponda’, i cinesi hanno deciso di mantenere l’impegno sulla riduzione delle misure di aumento dei dazi sull’import di auto made in Usa. Gesti rivolti ad un ‘armistizio’, e non solo sul versante commerciale, ma anche su quello delle relazioni diplomatiche tra i due paesi.

Una linea di distensione  che ha portato un’immediata ondata di ottimismo un po’ ovunque nei mercati, e i listini lampeggiano in verde, soprattutto nelle piazze europee e a Wall Street, con evidente sollievo degli investitori, a Piazza Affari la seduta di ieri si è chiusa al rialzo, il Ftse Mib si è spinto oltre il 2%.

Bene anche i risultati ottenuti dal London Stock Exchange, con +1,18%; e in positivo anche Francoforte e Parigi, che hanno chiuso, rispettivamente, a +1,85% e +1%. Sulla medesima linea d’onda Wall Street, con gli indici S&P, Dow Jones e Nasdaq in positivo.

Anche il ministro degli esteri cinese, Wang Yi (Consigliere di Stato e al vertice nella diplomazia cinese), in una conferenza stampa si ritiene soddisfatto dell’”importante consenso” raggiunto dai  due paesi, i colloqui sarebbero stati diretti “all’amicizia e alla schiettezza, onde evitare di inasprire le tensioni commerciali”.

Aggiungendo che “Usa e Cina hanno la responsabilità di spegnere qualsiasi focolaio di conflitto, a beneficio della pace nel mondo, mirando piuttosto a condividere gli interessi nelle loro relazioni, e non ad accentuare le differenze”. Dunque, secondo il ministro cinese, deve esserci un orientamento diplomatico che miri  all’apertura dei mercati, nei rapporti commerciali; ma anche diretto agli impegni nell’ambito delle riforme da parte del governo cinese, con altre pietre miliari sul non facile percorso del Paese verso la democrazia.

La Cina  prosegue peraltro la sua attività diplomatica a favore della distensione dei rapporti tra Usa e Corea del Nord, dopo i risvolti positivi dell’incontro tra i due capi di Stato, avvenuto a giugno a Singapore. In concerto con i rappresentanti dei rispettivi paesi, si sta mettendo a punto l’organizzazione di un altro meeting che avrà luogo nei primi mesi del 2019, al momento non è stato ancora deciso il luogo in cui si terrà l’incontro.

Intanto, l’allentamento della tensione commerciale tra Cina e Usa, è un supporto anche per le piazze asiatiche e del Pacifico. Le economie più aperte ai traffici del commercio internazionale se ne avvantaggiano; il dollaro australiano più di tutti, con performance che non raggiungeva da oltre quattro mesi. Passo indietro invece del dollaro rispetto allo yuan.

A Tokio la Borsa ha chiuso ieri la seduta in rialzo dell’1%, non succedeva da più di un mese. Le piazze cinesi, e Hong Kong, fanno balzi che sfiorano il 3%, le ragioni di questa ‘euforia’, sono ovvie, il clima di sollievo si avverte ovunque. Clima positivo  è rimbalzato anche nelle Borse di Seul e Sydney, entrambe hanno chiuso la giornata di ieri in positivo.

 

 

 

DOPO BEN 14 TRIMESTRI CONSECUTIVI DI CRESCITA, CALA IL PIL DELLO 0,1%

DI VIRGINIA MURRU

 

Non portano verso l’ottimismo gli ultimi dati diffusi dall’Istat, a ottobre sale il tasso di disoccupazione, al 10,6%, e per i giovani raggiunge il 32,5%.  Ad ottobre gli occupati sono al momento stabili: +159.000 su anno, il tasso di occupazione, secondo i rilievi dell’Istat ‘non fa registrare variazioni congiunturali’.

Ma si va oltre questi arretramenti: la rilevazione del Pil nel terzo trimestre mette in evidenza un calo pari allo 0,1%, un risultato poco edificante, se si considera che l’economia italiana è sotto scacco su diversi fronti. In ogni caso la flessione del Pil risulta essere ancora più preoccupante perché arriva in un momento delicato e risulta essere il primo dato negativo dopo una performance positiva di ben 14 trimestri di crescita.

Secondo il comunicato stampa dell’Istat, la stabilità dei dati sugli occupati, deriva dall’aumento dei dipendenti permanenti, +37 mila, e da una sostanziale diminuzione dei dipendenti a termine: -13 mila, i quali sospendono il trend positivo che si era innescato nel marzo scorso; -16 mila i lavoratori indipendenti. Diminuiscono gli occupati tra i 25 e i 49 anni, mentre un cenno di crescita arriva dai 15-24enni, con un aumento più consistente tra gli over 50. Rispetto al trimestre precedente, ad ottobre 2018, l’occupazione è quindi in calo, -0,2%, che corrisponde a -40 mila unità, e riguarda entrambi i sessi.  Nel corso dell’ultimo trimestre si riscontra una contrazione del numero di occupati, associata a quella dei disoccupati, pari a -2,5%, equivalenti a -70 mila. Aumentano gli inattivi, +56 mila.

E’ dal comunicato stampa Istat, riguardante i conti economici trimestrali, che si prende atto del calo del Pil – ‘espresso in valori concatenati con anno di riferimento 2010, corretto per gli effetti del calendario e destagionalizzato – calo pari allo 0,1%, nei confronti dei dati rilevati nel trimestre precedente, mentre risulta in aumento per lo 0,7% se si raffronta al terzo trimestre 2017.

Per quel che concerne la variazione congiunturale del Pil, secondo l’Istat, in riferimento ai dati del 30 ottobre scorso, era risultata nulla,  mentre aumentava quella tendenziale con +0,8%. Il comunicato precisa inoltre che il terzo trimestre del corrente anno ha avuto due giornate lavorative in più rispetto a quello precedente, e il medesimo numero di giornate lavorative se rapportato al terzo trimestre del 2017.

La variazione acquista per l’anno in corso sarebbe pari a +0,9%.  Si riscontra un calo degli aggregati principali concernenti la domanda interna, -0,1%  i consumi finali nazionali; -1,1% gli investimenti fissi lordi. In crescita import ed export, il primo con lo 0,8% e il secondo dell’1,1%.

A incidere sulla flessione del Pil è stata anche la domanda nazionale al netto delle scorte, che ha pesato con lo 0,3 punti percentuali, e contributo praticamente nullo per quel che concerne i consumi delle famiglie e Istituzioni sociali private, nonché per la spesa delle Amministrazioni pubbliche. In negativo dello 0,2 punti percentuali gli investimenti fissi lordi.

Positivo il dato che fa riferimento all’offerta di beni e servizi, l’andamento congiunturale risulta positivo, ma solo per il valore aggiunto dell’agricoltura, precisa l’Istat, che è aumentato per un valore pari all’1,6%, quelli inerenti l’industria e i servizi, sono invece diminuiti, il primo dello 0,1% , il secondo dello 0,2%.

Al giornalista che gli ha chiesto di esprimere un parere sui dati pubblicati dall’Istat, il premier Giuseppe Conte, dal G20 che si sta svolgendo a Buenos Aires, ha risposto che non c’è da preoccuparsi, se il Pil è calato il Governo penserà a farlo crescere.

 

 

 

PIAZZA AFFARI VIAGGIA PIU’ LEGGERA, RIENTRA LO SPREAD DI 50 PUNTI IN UNA SETTIMANA

DI VIRGINIA MURRU

 

La settimana in borsa è cominciata bene,  s’intravedono diversi segnali luminosi che fanno ben sperare sulla fitta cappa di nebbia che ha oppresso negli ultimi mesi l’andamento dell’economia italiana; non si tratta propriamente di un miracolo inspiegabile, le ragioni ci sono. L’ottusa intransigenza manifestata dal Governo sulle previsioni inerenti il documento programmatico di Bilancio – oggetto del contendere con la Commissione europea – è stata ridimensionata, costretta a venire ‘a patti’, onde evitare conseguenze peggiori di quelle sentenziate dai mercati finanziari nel volgere di 5 mesi.

Ieri, intanto, Piazza Affari ha chiuso le contrattazioni con un incoraggiante +2,7%; i titoli bancari che hanno cambiato decisamente rotta in positivo, mentre lo spread si è fermato in serata a 290, una cinquantina di punti in meno rispetto ai  massimi di una settimana fa. Oggi la borsa in apertura di seduta, e verso metà giornata, continua in positivo,  perde ancora qualche punto  anche lo spread. Insomma c’è al  momento un’atmosfera migliore, e non resta che sperare nella chiusura di un capitolo veramente amaro per le finanze italiane, che non si sarebbero potute permettere a lungo le conseguenze causate dal costante aumento del differenziale di rendimento tra i decennali italiani  e quelli tedeschi.

Il dialogo con le autorità di Bruxelles, la disponibilità alla ‘revisione’ di alcuni punti della manovra – così com’è ritenuta inaccettabile dall’Ue – ha riaperto il fronte degli accordi, al quale sono seguite dichiarazioni incoraggianti e meno ostili da parte del presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, del suo vice Dombrovsks, e del Commissario agli Affari Economici e Monetari, Pierre Moscovici. Quest’ultimo ha definitivamente aperto la strada ad un percorso di ‘conciliazione’, sostenendo di essere contrario per principio alle sanzioni:

“Cerchiamo soluzioni sul bilancio dell’Italia – ha dichiarato a Parigi nel corso di una conferenza stampa – senza negare che le cause delle tensioni sono state un problema per l’Unione europea. Ma non ritengo che intervenire con penalità in questo momento delicato sia opportuno, le sanzioni sono un fallimento a prescindere, meglio sarebbe scegliere la flessibilità. La Commissione lascia la porta aperta al governo di Roma, miriamo ad evitare ulteriori conflitti, nell’interesse del popolo italiano e per il ruolo che il Paese svolge in area euro.” E aggiunge:

“Insieme alle  tensioni causate dalla Brexit e dai conflitti commerciali in atto, la manovra italiana ha contribuito a portare incertezza nell’Unione europea. Auspichiamo interventi incisivi da parte del governo, i rilievi sulla manovra al momento non hanno avuto tuttavia una risposta convincente, persiste la preoccupazione per le imprese, i risparmiatori e cittadini in generale; un debito al 130% del Pil è un forte deterrente per lo sviluppo e un rischio che non si può sottovalutare. Dall’incontro del premier Giuseppe Conte e del ministro Giovanni Tria con il presidente della Commissione, sono emerse buone prospettive sul dialogo, si deve proseguire su queste premesse.”

Incoraggiano le concessioni sullo slittamento delle misure relative al reddito di cittadinanza, e ora ci sono anche le dichiarazioni del vicepremier Matteo Salvini, disposto a ridurre la platea della ‘quota 100’, oltre a rinviarne di un mese l’avvio, partirà infatti a febbraio, non più a gennaio, come era stato previsto.

Un altro spiraglio di luce proviene dalla Bce. Secondo l’Agenzia Reuters, che riporta uno studio degli analisti di Barclays, la Bce avrebbe annunciato in ritardo un nuovo ciclo di Tltro (Targeted long term rifinancing operation), si tratta di operazioni di finanziamento a più lungo termine, che permettono e favoriscono il passaggio dei prestiti bancari all’economia reale. Il processo Tltro, infatti, prevede un’asta attraverso la quale si erogano prestiti quadriennali alle banche dell’area euro, il cui rendimento è di poco al di sotto del tasso di riferimento.

Reuters, in un articolo pubblicato ieri, precisa che, qualora la Bce ritardasse l’annuncio di un terzo ciclo di operazioni di rifinanziamento a lungo termine, passando ai primi mesi del prossimo anno, l’efficacia potenziale sarebbe sostanzialmente ridotta. Questi sono i risultati delle ricerche di Barclays Research, diffuso proprio ieri. Secondo le risultanze della ricerca, l’Eurotower potrebbe annunciare in sede di Consiglio di Politica Monetaria (il 13 dicembre prossimo), l’intento di attivare una nuova serie di Tltro, pubblicando tuttavia più avanti i particolari tecnici degli interventi.

Con queste strategie sui tempi, secondo gli studi condotti da Barclays, gli istituti di credito sarebbero in grado di contenere l’incertezza tramite la programmazione dei criteri (e condizioni) di finanziamento per il biennio 2019/20. Se venisse a mancare la nuova serie Tltro, secondo la ricerca, si assisterebbe ad un rialzo dei tassi sui prestiti al settore privato, e ad una riduzione della disponibilità di credito, il che accentuerebbe le criticità derivanti dalla sospensione del Quantitative Easing, e dei tassi negativi. Considerando anche la fase di “rischi macroeconomici crescenti” – sempre secondo i risultati della ricerca Barclays.

Gli istituti di credito che hanno in portafoglio un notevole volume di titoli di Stato, vivono vicende alterne, a seconda delle risposte dei mercati nei confronti della credibilità o meno dell’economia italiana. Tra ieri e oggi certamente si è assistito ad un rivolgimento per quel che concerne i risultati in borsa.

 

 

A BRUXELLES CONTE SORRIDE (TROPPO?), MANOVRA ANCORA SULLA VIA DI DAMASCO

DI VIRGINIA MURRU

 

Gli avvenimenti degli ultimi giorni autorizzano ad essere ottimisti sul tenore delle relazioni tra Roma e Bruxelles, l’atmosfera di tensione che ha contribuito ad esacerbare il “sentiment” dei mercati si è stemperata, e sia nel risultato dell’incontro tra il presidente della Commissione e il premier, sia nelle ultime dichiarazioni dei due vicepremier, c’è disponibilità ad allentare la presa di un braccio di ferro che non ha portato altro che danni.

I mercati hanno gradito, è sceso al di sotto dei 300 punti base il differenziale, e anche Piazza Affari marcia in positivo.

Il premier Giuseppe Conte, da Bruxelles, ha addirittura ventilato l’ipotesi che si riesca, attraverso il dialogo e qualche concessione sui numeri blindati della manovra, ad evitare la procedura d’infrazione, verso la quale sembrano orientati anche i paesi membri dell’Ue, che a breve, su richiesta della Commissione, esprimeranno il loro parere al riguardo.

Nuove prospettive, dunque, in questo nebuloso orizzonte, che finora ha precluso ogni svolta, e ogni giorno, a causa della sfiducia dei mercati, il Governo ha incassato solo ulteriori complicazioni, tramite il gravame degli interessi, finora circa 6 miliardi in più, ossia una parte della spesa programmata per il cosiddetto ‘reddito di cittadinanza’.  Ma non si può nemmeno sottovalutare l’esito dell’ultima asta sui Btp, dalla quale si è incassato circa il 70% in meno degli importi previsti. E nonostante le rassicurazioni del governo sulla presunta solidità e tenuta dell’economia del Paese, gli investitori evitano i titoli italiani, perché il rischio dell’instabilità avvelena tutto.

All’ottimismo dichiarato alla stampa, il premier Conte aggiunge tuttavia che l’incontro con Jean-Claude Juncker “non è stato risolutivo”, nonostante i toni distesi e la cordialità, e perfino la sortita del presidente della Commissione, il quale, davanti ai microfoni, ha esclamato: ‘ti amo Italia’. Insomma, la cautela è un imperativo di questi tempi, e quella porta a lungo sbattuta in faccia all’Ue, resta ora socchiusa, non spalancata.

Il premier italiano certamente riscuote maggiore credibilità a Bruxelles, perché non ha mai espresso toni propriamente ostili verso le autorità dell’Unione, e tanto meno invettive, come invece hanno fatto i due vicepremier, con  proclami di sfida, intransigenza assoluta verso le raccomandazioni sulla manovra e il rispetto della Legge di Stabilità e Crescita, alla quale sono vincolati i paesi dell’area euro.

Proprio sabato, l’ultimo siluro del vicepremier Matteo Salvini, il quale, mentre a Bruxelles il premier Conte si serviva di tutte le armi della diplomazia e del buon senso, per convincere Juncker della buona fede del Governo e dell’efficacia della manovra, egli dichiarava con disinvoltura: “Io non arretro, chiedo rispetto all’Europa..”

E proprio su questo aspetto si è soffermato Juncker, sui toni troppo duri, sulle parole che somigliano ormai a lanciafiamme, per le istituzioni europee, diventate, da diversi mesi, un tiro al bersaglio, tattiche sovraniste che nessuno in Europa si era mai permesso, a torto peraltro, dato che è il Governo italiano responsabile della violazione di punti importanti del Trattato di Maastricht. Per questa ragione gli altri stati membri, perfino l’Austria, hanno condannato l’operato dell’Italia; non ci si può stupire dello sdegno che ci si è lasciato dietro.

Il premier era accompagnato dal ministro dell’Economia, Giovanni Tria, anch’egli stimato a Bruxelles, nonostante le riserve sul contenuto del documento programmatico di Bilancio. Stimato perché è un ministro che basa le relazioni politiche sulla correttezza e la moderazione dei toni: sul rispetto, che è già tutto. Il dialogo con Bruxelles, sembra abbia imboccato una direzione più rassicurante, resta tuttavia incerto per quel che concerne gli esiti: di fatto sul rapporto deficit/Pil, il governo di Roma è ancora granitico, si parla di ‘limare’ le voci della spesa, ma si tratterebbe di decimali, non ci sono ancora dichiarazioni su cedimenti di sostanza, che sarebbe poi la condizione per evitare la procedura d’infrazione e fare definitivamente pace con l’Ue.

Dichiara il premier Conte: “nell’incontro con Juncker non si è parlato specificamente di saldi finali, ma non ho lasciato intendere che avrei messo limiti alle misure qualificanti della nostra politica economica”. Al pressing dei giornalisti, che gli hanno chiesto maggiori dettagli, ha risposto: “cercate di capire che le negoziazioni – se ci sono in gioco intese di questo tipo – devono restare riservate”.

Traducendo: la mediazione è in corso, non c’è ancora nulla di certo, si è trattato di un’apertura il cui esito si vedrà prossimamente. Ed è chiaro che l’incontro, nonostante le dichiarazioni d’intenti fossero il lasciapassare migliore per dialogare con la Commissione, sia incerto, il premier italiano era  ‘blindato’ dalle resistenze dei due vicepremier, che non autorizzano al momento concessioni che intacchino in misura considerevole le previsioni di spesa contenute nel documento programmatico.

Non ci si è recati a Bruxelles con la bandierina bianca, ma con una non ben definita volontà di giungere a qualche lieve compromesso, termine in realtà mai pronunciato, perché si spera ancora di farla franca con qualche leggera ferita. Ma le autorità italiane, forse, non hanno ancora recepito il fatto che il dialogo e i toni più distesi, d’accordo, sono una premessa, ma sarà alquanto difficile ottenere il disarmo sulla procedura d’infrazione, e una manovra ‘appena infranta’ con una rimodulazione ‘soft’, tanto da non pregiudicare gli obiettivi fondamentali, quelli che rientrano nelle promesse solenni fatte in una campagna elettorale vinta sugli azzardi. Insomma sarà difficile prendere due piccioni con una fava, a Bruxelles non sono degli allocchi, e sanno insinuarsi molto bene nelle strategie politiche dei paesi membri, allorché s’instaura un conflitto per ragioni di inadempienze.

Il vicepremier Salvini, nelle ultime dichiarazioni, sostiene che sarebbe disponibile a rettificare quel tanto discusso 2,4% sul deficit, ma giusto i decimali: “non sono quelli a fare la differenza, può trattarsi di 2,2% o di 2,6%, non è qui la sostanza quando si tratta di serietà”. Ancora irremovibile invece sulla cosiddetta ‘quota 100’, non è disponibile a differire i termini d’inizio di questa misura, per ora nessuna intenzione di farlo slittare a favore di altri impieghi. Il vicepremier Luigi Di Maio, si è sottomesso allo slittamento dei tempi previsti per l’avvio del reddito di cittadinanza, che partirebbe ad aprile, non più a gennaio 2019, ma la Lega è ancora ferma sui tempi stabiliti per fare partire la ‘quota 100’.

Le ragioni per le quali Salvini tiene tanto alla quota 100 sono più o meno le stesse che lasciano in trincea l’altro vicepremier Di Maio, (disposto a rimandare di qualche mese, ma inflessibile sul reddito di cittadinanza), ossia le promesse fatte al Nord, perché davvero ad avvantaggiarsi di questa misura saranno soprattutto al Nord.

Con questo provvedimento previsto dal disegno di legge di Bilancio, si potrà andare in pensione in anticipo di 5 anni, e chi avrà maturato 38 anni di contributi, potrà lasciare il lavoro a 62 anni, ovvero 5 in anticipo rispetto alle norme sulla pensione di vecchiaia. Oppure potrebbero essere necessari 43 anni e tre mesi di contributi maturati per uscire prima dei 67, indipendentemente dall’età. Tale misura riguarderebbe, secondo le stime del Governo, circa 400 mila lavoratori, già in regola per beneficiarne, e sarebbero in gran parte uomini, il 78% del totale. Come già accennato, riguarderebbe specialmente le province del Nord, cinque in particolare sono in testa in Piemonte (da Vercelli a Novara, Biella, Cuneo, Asti).

Questi sono gli argomenti portati sul tavolo di Bruxelles, per convincere la Commissione che la disponibilità alle rettifiche c’è, e l’importante per il governo sarà l’obiettivo della crescita per il 2019, che resta fermo, secondo le previsioni contenute nel documento programmatico, all’1,5%, anche se la congiuntura è diventata più ostica, e difficilmente questo target sarà raggiunto.

Tra le promesse del ministro dell’Economia fatte a Bruxelles, redatte in 40 pagine di dossier, c’è il rinvio di pensioni e reddito di cittadinanza, lo spostamento di circa 5 miliardi per l’incentivazione degli investimenti, che dovrebbero anche agire sul versante occupazionale.

C’è un autentico rigetto per una eventuale patrimoniale, già ventilata dall’Ocse e dalla Bundesbank poche settimane fa, contrario anche il Centro Studi di Mestre (Cgia), che sostiene:

“nel 2017 tra Imu, Tasi, bolli sono stati versati al fisco 45,7 miliardi. Rispetto al 1990 il gettito è cresciuto del 400%.

Ed aggiunge:

“famiglie e imprese, dal 2016 beneficiano dell’abolizione della Tasi sulla prima casa, Imu agricola e Imu sugli imbullonati. Si tratta di misure approvate dal Governo Renzi, e ad oggi hanno prodotto un risparmio di circa 4 miliardi di euro l’anno. Risultato positivo, ma ancora insufficiente, dato che l’incidenza del prelievo sul pil è ascrivibile alle patrimoniali, ed infatti incide per il 2,7%”.

Il piano Tria per la dismissione di immobili, per un valore che si aggirerebbe sui 18 miliardi di euro, non convince, e nemmeno il tanto discusso Fondo, nel quale fare convogliare queste risorse. Il valore dei fabbricati (ma il 77% è inalienabile), è di circa 280 miliardi. Qualcuno ironizza sulla vendita del Colosseo, ma purtroppo c’è poco da sorridere. Sarebbe la ricetta ideale per fare pace col debito pubblico, ma è sempre stata un’impresa difficile da portare avanti, anche se il fine giustificherebbe i mezzi. Qui si tratta di patrimonio dello Stato, e arrivare a ragionare sulla questione, significa essere proprio all’ultima spiaggia.

L’idea di Tria, per rabbonire Bruxelles, non suscita entusiasmo, vendere ‘i preziosi di famiglia’, non sarebbe la migliore prospettiva, il vicepremier Di Maio, orientato più verso la nazionalizzazione (come Alitalia e Autostrade, considerate le vicissitudini di entrambe..), assicura che enti storici quali Enel o Eni, per esempio, non si toccano, sono punti fermi dello Stato. Ma Tria stima che i possibili 18 miliardi di entrate derivanti dalle dismissioni sarebbero ora una manna .

In questo modo si prenderebbe il sentiero più corto per ridurre il rapporto debito/Pil, dunque si caldeggia la prospettiva (ossia la privatizzazione di una piccola parte del patrimonio pubblico),strategia che si innalzerebbe fino all’1% del Pil nel 2019 (col programma straordinario di privatizzazioni). Il debito calerebbe dello 0,3 nel 2018; 1,7 il prossimo anno, 1,9 punti nel 2020. Mentre il rapporto sul debito scenderebbe fino al 126% nel 2021.

Si tratta del ‘pacchetto’ di misure contenute nel dossier che il ministro Tria ha presentato a Bruxelles, si attende ora di sapere se queste misure sono ritenute sufficienti per le autorità dell’Unione europea.

BRUXELLES DI NUOVO RESPINGE LA MANOVRA, IL GOVERNO IRREMOVIBILE

 

DI VIRGINIA MURRU

 

E lo spettro della procedura d’infrazione si fa sempre più possibile, ora la parola definitiva spetta ai Paesi membri dell’Ue, i quali, considerati gli umori che sono circolati nelle ultime settimane, difficilmente saranno ben disposti verso le inadempienze e la mancanza di compliance del governo italiano in materia di legislazione europea sui conti pubblici. Il parere degli altri paesi sulle conclusioni alle quali è pervenuta la Commissione, sarà espresso entro due settimane.

Troppa “disobbedienza” dunque, e toni  irriverenti nei confronti delle autorità di Bruxelles, ma anche una certa dose di arroganza e proclami di autosufficienza in termini di competenza nel campo della politica economica. Dichiarazioni che, per la verità, suonano come presunzione, dato che è prematuro esprimere sicurezza nei confronti di un documento programmatico di bilancio che basa la sua formula sull’eccesso di debito.

Le autorità di Bruxelles avrebbero apprezzato certamente la prudenza, pur tenendo le proprie posizioni sugli azzardi della manovra. Ma tant’è: non sembra una prerogativa della nuova classe di politici al potere; a questo si aggiunge il fatto che si tratta di ragazzi guidati dall’entusiasmo, smania di portare l’Italia in un terreno di efficienza economica, nel quale la crescita sia una semplice conseguenza dell’intraprendenza e della propensione a farsi carico del rischio.

Al momento questo gioco d’azzardo comunque non paga, e non tiene conto del fatto che in ogni caso siamo legati ad un organismo sovranazionale, ad accordi firmati, siamo vincolati alla fedeltà – sempre peraltro dichiarata all’Unione europea e all’euro –  e allora i conti non tornano davvero in termini di ragionamento sensato. E’ tutta qui la ragione del disastro legata ai danni che sta causando lo spread.

Certo, danni, e pure notevoli, visto che nel 2019 avremo oltre 6 mld di euro in più di interessi sul debito, e tutto questo, considerati i proclami sulla ‘manovra del popolo’, arrecherà ulteriori disagi alle famiglie, alle imprese, ai risparmiatori: al “popolo”. Sono rilievi, evidenze, chiare come i numeri, appunto, che esprime il mercato, il quale non vuole saperne proprio di concedere fiducia alla legge di bilancio presentata da questo esecutivo.

E allora non si può dare torto agli esponenti del precedente governo, i quali in queste settimane rimandano al fiume di polemiche scaturite sui 4 istituti di credito falliti: “ ricordate le polemiche sulle quattro banche fallite? Allora le risorse perse dai risparmiatori con i subordinati ammontavano a 300 milioni di euro, da quando è in carica, l’ostinazione di questo governo ci ha fatto perdere, tramite i balzi dello spread, 300 miliardi di euro..”

Ma torniamo al clima aspro e per nulla disteso che si è creato tra Roma e Bruxelles sulla manovra, dobbiamo farcene una ragione: non sono stati rispettate le regole sul debito che riguardano tutti i paesi dell’area euro, e si sono ignorate  le raccomandazioni della Commissione, ogni volta che ha respinto il documento programmatico. Non si è provveduto a correggere il deficit, e di conseguenza la traiettoria del debito, per questo il Commissario agli Affari Economici e Monetari, Pierre Moscovici, sostiene che l’Italia con questa manovra è vulnerabile agli shock.

Ora la manovra approderà al Parlamento europeo, e saranno chiamati in audizione i Commissari, sulla manovra di bilancio italiana, lo ha deciso la Commissione Econ del Parlamento Ue.

“L’Italia è chiaramente isolata – sostiene Moscovici – non si tratta di polemiche tra me e Matteo Salvini, gran parte dei paesi membri ha già espresso dissenso sulla linea di politica economica seguita dal governo italiano.”

Ieri nel corso delle dichiarazioni relative a “European Semester 2019, in riferimento all’Italia, Pierre Moscovici, ha dichiarato:

“L’Italia non ha rispettato le raccomandazioni Ecofin del 13 luglio, circa la riduzione del deficit strutturale del 3,6% di Pil nel 2019, ora invece risulta che dall’analisi del progetto di legge finanziaria, dovrebbe aumentare per l’1% di Pil nel prossimo anno. Con rammarico dobbiamo constatare l’inadempienza, particolarmente grave. Stiamo pensando di avviare la procedura d’infrazione prevista in questi casi, ed è la conseguenza logica dovuta al fatto che Roma ha deciso di non modificare il documento, trasmesso ancora senza variazioni.”

Il Commissario Ue, davanti alla stampa, fa poi una serie di considerazioni sulle conseguenze della ‘disobbedienza’ del governo italiano:

“Chi pagherà il costo di questa maggiore spesa? Noi continuiamo a sostenere che un simile bilancio comporti dei rischi per l’economia italiana, per le sue imprese,  i risparmiatori,  i suoi contribuenti. La Commissione si sta quindi prendendo le sue responsabilità legali e politiche, nell’interesse dei cittadini italiani e dell’Eurozona. Il debito pubblico italiano resta la più grande preoccupazione, non c’è il rispetto delle regole, e pertanto abbiamo risolto di procedere secondo il regolamento. Questo non significa che il provvedimento sarà avviato subito, saranno gli stati membri a decidere, se converranno con le conclusioni della Commissione, allora si potrà procedere con l’iter previsto nei casi d’inadempienza.”

Per dirla tutta, o meglio per consolarci, non saremmo i primi a finire nel mirino della procedura d’infrazione, la Francia ne è appena uscita, la Spagna sta ancora attraversando questo sentiero stretto; ma quasi tutti i paesi membri sono stati soggetti al provvedimento, tranne Svezia ed Estonia. Certo che l’Italia, se potesse risparmiarsi anche questi lacci ai piedi, sarebbe un sollievo, visto che in termini di finanze non siamo messi benissimo.

Continua Moscovici, in riferimento all’Italia:

“La relazione fondata sull’Art. 126-paragrafo 3, dovrebbe ritenere come ‘non ottemperanza’, le risposte fornite dal governo italiano, e pertanto si prospetterebbe un’apertura di procedura per debito eccessivo. C’è anche da considerare che l’Italia sta programmando prestiti integrativi, invece della prudenza fiscale che sarebbe necessaria.

L’impatto del bilancio sulla crescita sarà a nostro parere negativo, non contiene delle misure significative volte a promuovere una crescita sostanziale.  L’incertezza e l’aumento dei tassi d’interesse si stanno facendo sentire nell’economia del Paese, inoltre la manovra ostacola la capacità delle  banche italiane di concedere credito a costi ragionevoli ad imprese e privati.

Negli ultimi anni l’Italia ha compiuto dei progressi in ambito economico, è stato avviato un percorso di crescita, e gli effetti ci sono stati,  con l’aumento dell’occupazione, e dei dati macroeconomici, insomma abbiamo riscontrato un andamento positivo dell’economia, proiettata verso la crescita.  L’incertezza attuale rischia di mettere a repentaglio questo processo.

Il debito dell’Italia dovrebbe restare intorno al 131% del Pil nei prossimi due anni. Si tratta di un gravame di debito non di poco conto, mille euro i costi per ogni singolo abitante all’anno. Per cui non crediamo che l’attuale programma del governo italiano possa portare alla sovranità economica, anzi si può arrivare ad un’austerità aggravata, e si rischia di scivolare nell’instabilità. Noi speriamo che questo rischio possa essere evitato, ma abbiamo il dovere di sottolineare il pericolo di una simile destabilizzazione.”

Inutile trattare le autorità di Bruxelles come ostili, quando non mezzo criminali, semplicemente esistono per vigilare sull’effettiva applicazione delle regole comuni stabilite dai Trattati, in questo caso è in ballo quello di Maastricht, con la Legge di Stabilità e Crescita. Ma i numeri sono impietosi, e non si può dare torto a prescindere alla Commissione europea.

Basterebbe pensare che in Italia la spesa pubblica è al 49,1% del Pil, quindi del 4,5% più alta della media europea, che si ferma al 44,6% ( i dati vengono dall’analisi del Centro studi Impresa-Lavoro).

I numeri sono aridi, ma ci incollano alla realtà. E non si può dimenticare che il denaro finisce poi all’estero, i BTP attualmente hanno una difficile collocazione, perché manca la fiducia degli investitori, in particolare quelli stranieri.

Lo spread a livelli così elevati, non serve girarci intorno, porta sempre danni e fa paura, anche per le passate esperienze (2011/2012), ma poco si parla di un altro ‘tipo’ di spread. Secondo le analisi del Sole 24 Ore, il valore di riferimento che viene preso in considerazione, è generalmente quello che mette in rilievo il differenziale tra Bund tedeschi e Btp italiani. Invece,  analisti ed esperti finanziari, puntano l’attenzione su un altro spread, del quale poco si parla, anche se di fatto è il segnale che lampeggia sui rischi reali del Paese.

Il riferimento è allo spread che rileva la differenza tra i Btp a 10 anni e quelli a 2 anni. Si tratta in definitiva del valore che indica solitamente agli addetti ai lavori una possibile fuga di capitali dall’Italia. Al riguardo bisogna precisare che i due spread vanno quasi sempre in direzioni opposte.

Lo spread al quale i quotidiani economici generalmente si riferiscono, ossia il rapporto Btp/Bund, se va in alta quota, significa rischio. Il secondo tipo di spread (quello sui Btp a 2 e 10 anni), se sfiora lo ‘zero’, segnala che c’è qualcosa di serio che non va. Ed è questo rapporto che mette in evidenza il pericolo di una recessione, o addirittura il default. Tale circostanza si verificò nel 2008 – poco prima delle raffiche dovute ai cosiddetti ‘mutui subprime’, una tempesta che travolse l’economia di mezzo pianeta.  In quell’occasione, in Italia, lo spread dei Btp a 2-10 anni sfiorò lo zero.

Attualmente lo spread del quale si parla, oscilla tra i 200 e 220 punti base, valore che si considera nella norma, dato che il range ideale va dai 200 ai 300 punti base, e se non vi sono gap rilevanti su questo indicatore, la situazione può ritenersi sotto controllo.

Si sa che i titoli tedeschi fungono da “benchmark”, come orientamento di mercato, ed è un riferimento anche per tutta l’area euro, trattandosi dell’economia più solida, conferma che viene dalle Agenzie di rating, che la classificano con tripla ‘A’, quindi il massimo in termini di valutazione.

Nonostante la Commissione europea abbia respinto ancora una volta la manovra, per le ragioni sopra esposte, il governo italiano resta inflessibile, arroccato sulle sue ragioni, mentre il ministro dell’Economia, premier e vice premier, continuano a dichiarare che numeri e percentuali della manovra rientrano in un quadro di spesa sostenibile, e così la situazione è di stallo, perché irremovibili sono gli intenti del governo.

Tutto questo nonostante gli ultimi dati Istat, le cui previsioni sono al ribasso per il 2019, e le dichiarazioni dell’Ocse: “la crescita dell’economia italiana perde slancio, e il debito non subirà riduzioni sostanziali”.

I partiti all’opposizione in Parlamento, ritengono che le risposte date dal Governo a  Bruxelles siano irresponsabili, e che stiano conducendo l’Italia nella direzione del rischio e dell’isolamento in Europa.

C’è infine da considerare la sfiducia degli investitori riguardo ai titoli italiani, qualcuno parla di ‘ecatombe’ dei Btp, che si fatica a collocare sul mercato, le vendite registrate fino ad ora sono quasi irrisorie, certo lontane dai ‘target’ necessari a rasserenare tutti in questo momento.

Qualche settimana fa il vice premier Matteo Salvini, aveva pronosticato un ‘generoso’ sostegno degli italiani, ma in due giorni di asta dei Btp Italia (destinati ai piccoli risparmiatori), sono stati raccolti meno di 1 mld, circa 750 mln ( il 20 e il 21 novembre). La ragione è ovvia secondo gli analisti: il Paese ha perso la sua credibilità.

Non si concede fiducia al documento programmatico di Bilancio presentato dal Governo a ‘conduzione’ Lega- Movimento 5S, si teme per il futuro dell’economia, che sta facendo notevoli passi indietro. L’incasso sui titoli italiani, secondo il dipartimento Tesoro (Mef), aveva un obiettivo: tra i 7 e i 9 mld, alla fine delle operazioni, che dovrebbe chiudersi entro domani. I risultati sono dunque preoccupanti.

I Btp Italia sono titoli indicizzati all’inflazione, la scadenza è a 4 anni, e sono  idonei al mercato dei piccoli risparmiatori.

Titoli destinati, appunto, ai piccoli risparmiatori, o ‘cassettisti’, in quanto non hanno fini speculativi e in genere acquistano titoli a lunga scadenza. La sfiducia deriva dai balzi in negativo dello spread, e a monte c’è la solita questione che rimanda alla manovra, ai rapporti tesi con le autorità di Bruxelles, insomma ad un clima di turbolenza e instabiità in generale. Il rendimento dei decennali italiani, arrivato a 3,86%, non è un buon faro per chi ha necessità di un orientamento sicuro quando si accinge ad investire. Un tasso che va sempre più in alto, e che andrà a pesare  sui contribuenti, risorse in più che il Mef dovrà rendere disponibili per il finanziamento del debito.

 

LUIGI GUBITOSI, NUOVO AD DI TIM, GUIDERA’ LA SVOLTA

DI VIRGINIA MURRU

 

Poche, stringate parole, nel comunicato stampa di Tim, per annunciare la nomina di Luigi Gubitosi ad Ad, nessuna sorpresa per chi ha seguito le ultime vicende riguardanti  i movimenti ai vertici del gruppo, dopo le dimissioni di Amos Genish, Ceo entrato alla guida della società circa un anno fa, e liquidato dal board, con revoca di tutte le deleghe, per risultati incompatibili con le attese.

I mercati hanno accolto con entusiasmo la nomina di Gubitosi, il titolo ieri è andato in rialzo, con +3%, mentre manca sempre più la fiducia nell’economia italiana in generale, e la manovra in particolare, con lo spread che raggiunge  nuovi record, negativi ovviamente. Il differenziale Btp/Bund ha registrato un ulteriore balzo, arrivando a 330 punti base.

La decisione del cambio di guardia ai vertici di Tim, è  giunta in seguito all’analisi di una trimestrale che ha presentato una perdita di 800 mln di euro,  dovuta alla “svalutazione del business domestico” pari a 2 mld. Un lungo braccio di ferro tra gli americani del Fondo Elliot e i francesi di Vivendi,  il verdetto, considerata la prevalenza di voti di Elliot nel Cda, era praticamente scontato. Il comunicato stampa diffuso da Tim è essenziale, ma mette in rilievo in poche note il nuovo assetto.

Due giorni fa si è riunito il Cda di Tim, sotto la presidenza di Fulvio Conti – e dopo la condivisione della raccomandazione proveniente dal Comitato Nomine e Remunerazione – si è scelta la nomina di Luigi Gubitosi ad Ad e Direttore Generale, al quale sono state conferite deleghe esecutive. La deliberazione è avvenuta a maggioranza, e sono state anche confermate le deleghe ad oggi attive, nonché l’assetto interno. E pertanto:

il Presidente svolgerà il mandato attraverso le attribuzioni conferitegli per legge, Statuto e regolamento relativo all’autodisciplina. L’Ad potrà avvalersi dei poteri necessari a portare avanti gli atti concernenti l’attività sociale. Faranno eccezione i poteri riservati per legge e Statuto al Cda.

Stefano Grassi, attuale responsabile di Security, acquisirà deleghe temporanee in funzione di Delegato alla Sicurezza.

Il trattamento economico, secondo il comunicato stampa diffuso da Tim, corrisponderà a quello già fissato per il suo predecessore, nessun cambiamento in questo ambito, prevarrà la linea di politica e remunerazione stabilità dalla Società.

La nomina di Luigi Gubitosi ad Ad e Direttore Generale, significa la qualifica ad Amministratore Esecutivo, non indipendente, e per conseguenza esce dal Comitato per il controllo e i rischi. Il comunicato, precisa altresì, che il nuovo Ceo non possiede azioni di Telecom Italia S.p.A.

La scelta di Gubitosi potrebbe essere l’asso vincente per il gruppo Telecom, in particolare si parla con insistenza del possibile scorporo della rete, al quale farà seguito una società unica dopo la fusione con Open Fiber, caldeggiata dal governo, ma anche dalla destra, e non dispiace al PD.

Polemico al riguardo l’ex ministro del Mise, Carlo Calenda, il quale, su Radio Capital afferma:

“Siamo stati noi del precedente governo ad attivarci per lo scorporo della rete Tim, noi a lanciare l’idea e a tracciarne il programma, con la golden power prima, e in seguito con  Tim, dopo il lavoro svolto con Agcom. Ma rispetto ai piani dell’attuale governo, noi avevamo un progetto a costo zero, mentre oggi s’intende espropriare la rete a Tim: tutto questo avrà un costo che oscilla tra i 30 e i 35 mld, sempre che si possa attuare. Il governo oggi ci sta copiando, e va bene, il problema è che ci sta copiando male. Sono del parere che non riusciranno a portare avanti questo piano di scorporo, perché mancano le risorse, non hanno proprio i mezzi per affrontarlo.”

Il nuovo Ad di Tim, napoletano,  è tuttavia pertinace e sempre orientato verso la svolta, il prossimo anno sarà decisivo in questo ambito.

Luigi Gubitosi ha una vita privata piuttosto riservata, in ambito politico è gradito ad un altro napoletano, Luigi Di Maio, ma in generale alla coalizione Lega-Movimento 5 Stelle. Sul profilo pubblicato nel sito ufficiale Tim, si trovano le tappe più rilevanti della sua carriera.

E’ nato a Napoli nel 1961, ha un percorso di studi a carattere economico-giuridico, con una laurea in Giurisprudenza all’Università di Napoli e un titolo presso la London School of Economics . Ha ottenuto poi un master in Business Administration all’I.N.S.E.A.D. di Fontainbleau.

E’ stato Vice Presidente di Confindustria Servizi Innovativi e Tecnologici, Vice presidente di Asstel e membro del Comitato Fisco e Corporate Governance di Confindustria. Membro anche del Comitato organizzatore delle Olimpiadi di Scacchi di Torino nel 2006, e del Cda di Cometa (Fondo pensione dei lavoratori metalmeccanici).

Dal 1986 al 2005 ha ricoperti diversi ruoli nel Gruppo Fiat, da Chief Financial Officer, a Direttore Finanza e Responsabile Tesoreria. Presidente del Cda di Fiat Partecipazioni, nonché membro del Cda di Fiat Auto, Ferrari, Iveco, Itedi, Comau e Magneti Marelli. Nel 2005 l’ingresso a Wind Telecomunicazioni, in qualità di Chief Financial Officer, quindi ha ricoperto il ruolo di Ad, dal 2007 al 2011.

E’ stato poi Country manager e responsabile della Divisione Corporate and Investment Baking di Bank of America Merrill Lynch Italia, dal 2011 al 2012. Dal 2012 al 2015 ha rivestito la carica di Direttore Generale Rai.

Chairman dell’European Advocacy Committee del CFA Institute, Consigliere indipendente di Tim, dal maggio scorso, fino alla sua nomina ad Ad e Direttore Generale, il 18 novembre 2018.

 

 

INPS E INAIL. TORNA IL CDA, CAMBIO DI GUARDIA AI VERTICI DEI DUE ISTITUTI

DI VIRGINIA MURRU

 

Per i vertici di Inps  ormai il cambiamento è deciso, ma non è, per dirla con un luogo comune, un fulmine a ciel sereno, la decisione è arrivata in un clima di veleni tra il Governo e Tito Boeri, presidente uscente dell’Ente previdenziale.

Le tensioni sono partite a inizio estate, allorché Boeri ha ricordato al governo, nel corso della sua audizione alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle procedure di accoglienza (a luglio scorso), che un eccesso di rigore nella politica di controllo dei migranti avrebbe fortemente inciso sulle risorse dell’Inps, dato che gli immigrati versano nelle casse dell’Istituto circa 8 miliardi di contributi, a fronte di 3 miliardi spesi per i soggetti che vanno in pensione.

“Si tratta – aveva precisato il presidente – di 5 miliardi di saldo netto, dettaglio da non sottovalutare”. Spiegando nel contempo che il riscontro sulla crescita pure notevole dei rifugiati, non compensa la mancanza negli arrivi degli immigrati regolari”.

In questa sede, aveva anche rilevato il “consistente azzeramento delle quote flussi” per quel che riguarda i lavoratori provenienti dall’estero. Secondo Boeri, gli immigrati contribuiscono alla solidità dell’Inps, attraverso la tenuta del sistema pensionistico. E se si volessero davvero mettere in evidenza i vantaggi dell’accoglienza, si dovrebbe anche sottolineare che essi, in termini di contributi sociali, hanno alzato di un punto percentuale il Pil.

Rilevazioni importanti, che Tito Boeri ha ripetuto in varie sedi durante i mesi estivi, e anche ultimamente, in seguito all’allarme causato dalla chiusura dei porti, e al blocco sistematico di nuovi arrivi, riducendo l’accoglienza al minimo. Il ministro degli Interni non ha mai preso atto della denuncia del presidente dell’Inps, ha manifestato piuttosto molta insofferenza, e in più occasioni ha ventilato l’ipotesi di un cambio al vertice, che suonava come una ‘destituzione’, non propriamente come esigenza di  cambiamento per ragioni di fine mandato, che pure è in scadenza. Nei loro rapporti la tensione si è acuita col passare dei mesi, non solo per la questione migranti, ma anche per le divergenze concernenti la legge Fornero, fino a che si arrivati alla conclusione, ossia al cambio di guardia.

L’insediamento del nuovo presidente avrà luogo in seguito agli interventi di riordino delle pensioni, tema caro al governo, e indirettamente, la conseguenza, sarà quella di rinnovare la governance, non solo dell’Inps ma anche dell’Inail.  A nessuno è estranea l’idea che Tito Boeri ormai sia diventato un ostacolo, incompatibile con i programmi del governo, nel cui contratto è previsto che sarà spazzata via la legge Fornero, difesa a oltranza invece da Boeri. Più volte nel corso degli ultimi mesi, sono state annunciate le sue dimissioni, riconducibili ad  un clima di autoritarismo e intolleranza, che la gente avverte sempre più come insidia al sistema democratico.

Previsto un nuovo Cda (dopo un assetto commissariale, con accentramento di poteri al vertice) per i due Istituti (Inail e Inps), che saranno rappresentati da un presidente e 4 consiglieri, nominati con decreto del Presidente della Repubblica – e deliberazione del Consiglio dei ministri,  proposto dal Presidente del Consiglio, in accordo con diversi ministeri, da quello del Lavoro e Politiche Sociali al Mef, non senza il parere favorevole delle Commissioni parlamentari di pertinenza.

Non una semplice nomina, quindi, ma un iter che interessa le stazioni fondamentali del sistema democratico parlamentare, la cui ultima parola, infine, spetta  al Consiglio di indirizzo e vigilanza, il quale deve esprimersi entro il termine di 30 giorni.

L’intento è quello di evitare l’accentramento di competenze e potere su una sola persona, migliorando in tal modo la governance dei due Enti, attraverso l’intermediazione del Consiglio di Amministrazione.

Boeri ha replicato con pacatezza, ma anche con fermezza, alle obiezioni del vicepremier Matteo Salvini; l’ultimo suo intervento in merito, è stato in occasione della presentazione del libro dell’ex premier Paolo Gentiloni, “La sfida impopulista”, evento culturale che si è svolto a Milano, del quale era appunto ospite, Tito Boeri, ormai presidente uscente dell’Inps.

L’intervento di Boeri, nel corso della presentazione del libro di Gentiloni, è stata una frecciata diretta al Governo:

“è alquanto preoccupante l’intento di delegittimare in una democrazia, dove invece sono necessari i parapetti, che permettono ad un sistema democratico di respirare liberamente; allorché s’indeboliscono, s’insinua l’ombra della dittatura della maggioranza..”

Non meno critico Paolo Gentiloni, nei confronti della manovra, dell’isolamento in cui ci stiamo avviando, a causa delle sfide lanciate ad un organismo sovranazionale del quale facciamo parte, ossia l’Unione europea, e il pericolo insito  negli ‘azzardi’ dei programmi di politica economica – “che mettono a rischio l’economia italiana” – secondo l’ex premier.

Non risparmia infine il sarcasmo sulle sortite di Salvini: ‘tanti nemici, tanto onore..’, che sta conducendo invece l’Italia verso l’isolamento in Europa, e non solo. Critico sulla dismissione di tanti immobili, annunciata dal governo come strategia  volta al recupero di fondi, dovrebbe fruttare circa 2 miliardi, ma Gentiloni non approva la misura, la definisce ‘strategia da Mago Merlino’.

E’ verosimile la voce che circola nelle ultime settimane circa l’avvicendamento ai vertici dell’Inps, ossia l’ingresso di Alberto Brambilla, molto vicino alla Lega, e già in passato uomo delle istituzioni  (in qualità di sottosegretario al Lavoro nei governi Berlusconi) in sostituzione di Tito Boeri. A fianco di Brambilla ci dovrebbe essere anche un direttore generale, la cui nomina avverrà su indicazione del M5S.

 

 

MANOVRA. “LA COMPLIANCE ELETTORALE” HA UN PREZZO: L’ISOLAMENTO

DI VIRGINIA MURRU

 

Il documento programmatico di bilancio  è stato rimandato a Bruxelles senza interventi di rilievo, se non buoni propositi, promesse di restare dentro i limiti fissati (ossia al 2,4%, rapporto deficit/Pil), e di non andare oltre. La lettera di accompagnamento è una buona ‘parafrasi’ del documento, ma la manovra  è ostica da mandare giù per quelli di Bruxelles, non scende neppure con le pillole delle buone intenzioni.

Il  DPB deve essere in linea con i parametri; è stato istituito dal Regolamento UE n.473/2013, e ha la funzione di attivare un monitoraggio e relativa valutazione delle politiche di bilancio nei paesi facenti parte dell’Eurozona.

Rispetto dei limiti.. assicurano al Mef. Sì, ma quali limiti? Non quelli sanciti dalla legge di Stabilità e crescita, e in generale dal Trattato di Maastricht; no quelli sono stati proprio ignorati. I limiti ai quali si promette coerenza sono quelli  del rapporto deficit/pil fissati da Roma.

Abbiamo il mondo contro, tutti, i paesi dell’Unione, Organizzazioni internazionali, Agenzie di rating..

A Bruxelles hanno proprio perso la pazienza, e la procedura d’infrazione è auspicata ormai da tutti i paesi membri, Austria compresa. Gli accordi si mantengono, l’Italia ha peraltro già beneficiato degli ‘emendamenti’ apportati alla Legge di Stabilità,  ora è tempo di lasciare spazio alla ragione, non ci si può permettere di decidere in autonomia, come se l’Ue fosse un optional, e rispondere ad ogni strigliata con blandi eufemismi che in definitiva significano semplicemente “me ne infischio..”

Il Governo ha esagerato in termini di ostinazione. Se ogni stato membro decidesse di blindare la sua sovranità, che senso avrebbero l’Unione europea, e i quasi 70 anni di accordi e Trattati? Come si può essere così inflessibili davanti al rispetto delle regole comuni? Proprio oggi il vicepremier Luigi Di Maio – rispondendo ad un’interrogazione parlamentare  (un’esponente della Lega durante il question time) sullo stato degli interventi e sui tempi di attesa, nelle aree colpite da catastrofi naturali dovute al maltempo – ha risposto che si attingerà da varie fonti, compreso il Fondo di solidarietà dell’Ue.

L’Unione europea non può essere un riferimento e una risorsa solo nei casi di emergenza, ci sono anche adempimenti da assolvere, nello specifico il rispetto dei parametri sul versante dei conti pubblici, affinché non si metta a rischio tutta l’area euro, della quale facciamo parte, insieme agli altri 18 Paesi.

Ma non s’intende cedere, a qualunque costo, anche perché, diciamolo francamente, la manovra è una questione di “compliance elettorale”, di promesse fatte proprio durante la campagna delle ultime elezioni politiche. Senza superare i limiti stabiliti dalla Legge di stabilità, non ci si potrebbe permettere il cosiddetto ‘reddito e pensioni di cittadinanza’, e poi c’è la legge Fornero, la Flat tax, condoni fiscali vari, e via discorrendo. La manovra del popolo, certo.. Ma andare a fare la spesa con il portafogli non propriamente fornito, e chiedere credito al di là del buon senso, di questi tempi, non è la risposta più sensata.

E intanto sono mesi che il differenziale di rendimento tra Btp/Bund si attesta intorno ai 300 punti base, oggi è arrivato a 317. Il comparto bancario è a rischio ricapitalizzazione a causa dello spread, un prezzo salatissimo, si sta tornando ai livelli del 2011. Le banche soffrono perché sono grandi acquirenti di Btp, si stima che in portafogli  ne possiedano per un valore di circa 400  miliardi, e abbiano subite perdite conseguenti ai balzi dello spread per circa 6 mld, perdite che peseranno sui conti economici.

Se sale il rendimento dei Btp, diminuisce il valore (il prezzo) e perdono valore le loro attività (degli istituti di credito),  pertanto i requisiti di capitale piuttosto severi richiesti dalla Bce, aumentano.  Si è calcolato che un aumento di 30/50 punti implichi un bisogno di ricapitalizzazione dell’1%, è pertanto  una variabile molto importante, ed è la ragione per la quale le banche attualmente stanno soffrendo. Le banche possono inoltre essere costrette a ridurre la concessione di credito.

Osservato dall’esterno non è un bel vedere. Non è sbagliato, secondo la logica del cittadino comune, la difesa degli interessi di un popolo, davanti alle autorità di un’organizzazione sovranazionale; è sbagliato il modo di proporsi, l’aut aut, la sfida, quel disporsi davanti alle ragioni altrui, senza concedere la possibilità di un compromesso. Al dialogo si fa ricorso qualora si accettino in toto le proprie istanze, altrimenti entra in scena l’arroganza, il rifiuto a comprendere anche le motivazioni che stanno al di là del muro,  che sono poi quelle giuste, piaccia o non piaccia.

Non si può ribattere – quale alibi per tenere buone le istituzioni a Bruxelles – che l’Italia non ha alcuna intenzione di lasciare l’Ue, e tanto meno l’euro, e poi non cedere nulla in termini di sovranità, dopo avere firmato, e dunque accettato, i Trattati, nella fattispecie quello di Maastricht.

Il rifiuto a prescindere della legislazione che è stata sempre recepita in qualità di Stato membro, di fatto ha un solo significato: Italexit. Non si può restare all’interno di accordi che sanciscono in primo luogo il riconoscimento e la legittima appartenenza ad un organismo sovranazionale, e poi voltare le spalle proprio sui punti cruciali che danno senso all’esistenza dell’Unione europea e ai suoi principi fondanti.

Valori comuni che vengono peraltro dal lontano 1957. Ma allora  era lo spirito di fedeltà e coerenza che aveva motivato i padri fondatori dell’Europa unita. Decennio dopo decennio si è rincorso il sogno dell’Unità vera,  si era aderito con entusiasmo agli ideali dei tre intellettuali di Ventotene, e al loro manifesto, che aveva ispirato proprio la carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

Cosa è rimasto di quel fervore, oggi? Si è persa prima di tutto la coscienza del fatto che l’Unione europea tiene sotto controllo il nazionalismo esasperato, non solo rende più forte e competitiva l’economia europea e l’euro, una delle divise più forti del pianeta, ma crea un fronte comune di difesa negli accordi internazionali, il blocco unico garantisce sicuramente una maggiore forza in tutti i versanti. Certamente si è meno esposti alle insidie delle più grandi potenze economiche.

L’Unione europea, dopo la terribile esperienza del secondo conflitto mondiale, ha vigilato sulla pace e la distensione nelle relazioni internazionali. E non è un dettaglio di  poco conto.

Il rispetto dovuto alle autorità di Bruxelles, significa tutto questo, tutela di valori comuni, nessuno oggi può permettersi di trincerarsi dentro i propri confini, e tanto meno l’Italia.

 

TIM. IL CEO AMOS GENISH SFIDUCIATO DAL CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE

DI VIRGINIA MURRU

 

Le dimissioni dell’Ad di Tim, Amos Genish, non sono propriamente una sorpresa, nonostante gran parte della stampa abbia dato la notizia come fosse un colpo di scena.

In realtà già da alcuni mesi c’era fermento in Consiglio, e un sentore di sfiducia nei confronti del manager israeliano, che era stato fortemente voluto da Vivendi (società francese che opera nell’ambito dei media e delle telecomunicazioni,  protagonista delle traversie giudiziarie con Mediaset) al vertice di Tim. La decisione è stata presa in seguito all’analisi dei risultati raggiunti dal gruppo, ma anche a causa di conflitti con il Consiglio, nel quale l’Ad era sostenuto dai manager di Vivendi, e dal presidente Fulvio Conti (entrato in carica nel maggio scorso, dopo avere svolto il ruolo di Ad e Direttore Generale di Enel).

Amos Genish si è risolto a presentare le dimissioni allorché ha preso atto della sfiducia da parte del board. Genish era entrato alla guida del gruppo nel settembre del 2017.

I rapporti tra Elliot Management Corporation (il più grande Fondo di investimenti al mondo) e Vivendi , non sono stati idilliaci, c’era della ruggine, e  proprio a maggio scorso, il quotidiano Milano Finanza, titolava:

“Tim, Waterloo di Vivendi. Vince la lista Elliott

Il fondo attivista, appoggiato anche dai piccoli azionisti, avrà dieci consiglieri nel consiglio di amministrazione e i francesi la metà, cinque. Ha deciso in questo modo il 49,84% dei soci presenti in assemblea. Il titolo vira al rialzo in borsa, rally della risparmio”

Si legge nel comunicato stampa pubblicato nel sito ufficiale Tim, sulle delibere assunte dal Cda in data odierna:

“Il consiglio di amministrazione di TIM, riunitosi in data odierna, ha revocato con decisione assunta a maggioranza e con effetto immediato, tutte le deleghe conferite al consigliere Amos Genish e ha dato mandato al Presidente di finalizzare ulteriori adempimenti in relazione al rapporto di lavoro in essere con lo stesso. In conformità al piano di successione degli amministratori esecutivi adottato da TIM, le deleghe revocate al consigliere Amos Genish sono state provvisoriamente assegnate al presidente del consiglio di amministrazione.

Il presidente del comitato nomine e remunerazione ha provveduto alla convocazione dello stesso comitato per gli adempimenti di sua competenza relativamente alla individuazione del nuovo amministratore delegato. È stata convocata una nuova riunione del consiglio di amministrazione per il giorno 18 novembre 2018 al fine di provvedere alla nomina di un nuovo amministratore delegato.

Il consiglio di amministrazione ringrazia Amos Genish per il lavoro svolto nell’interesse della società e di tutti i suoi stakeholders in questi quattordici mesi di intensa attività”.

Il Consiglio, dunque, proprio questa mattina, ha deciso di conferire i poteri esecutivi ad interim al presidente Conti, in attesa della nuova nomina, che dovrebbe avvenire il prossimo 18 novembre. Qualora la scelta fosse orientata verso gli esponenti del Consiglio Tim, potrebbe ricadere su Alfredo Altavilla, che era già stato collaboratore di fiducia di Sergio Marchionne in Fca.

La causa prima della sfiducia, non condivisa da tutti nel Consiglio di Amministrazione –  che si è diviso circa le dimissioni di Genish, dato che i francesi di Vivendi non intendevano accettarle – sono stati comunque i risultati conseguiti dal gruppo, assolutamente non soddisfacenti, tanto che i mercati hanno reagito mettendo in moto vendite consistenti, e facendo perdere il 4% al titolo. Ma ci sono anche altre ragioni, le divergenze in Consiglio, com’è stato già accennato, e infine la risoluzione del governo volta ad accelerare il provvedimento destinato alla nascita della rete unica.

I conflitti in Consiglio  sembra siano derivati dalla ferma opposizione di Vivendi, primo azionista del gruppo, di “estrapolare” la rete Tim;  i francesi non hanno però alcuna intenzione di cedere il controllo della società. E tuttavia, proprio nell’ambito della votazione per la fiducia, hanno prevalso i 10 consiglieri di Elliot, che hanno votato contro la conferma di Amos Genish revocandogli tutte le deleghe; mentre hanno votato a favore i cinque consiglieri di Vivendi. Delibera di sfiducia, dunque, assunta a maggioranza.

Vivendi insorge, non accetta la decisione, ed un portavoce della società dichiara al riguardo:

“Si è trattato di una scelta già programmata in modo riservato, in segreto, per nulla leale nei confronti dell’Ad Amos Genish, che in questi giorni si trova in Cina, e sta negoziando per Tim. Si vuole creare un clima di destabilizzazione con mezzi vergognosi.”

Vivendi, con il 23,68% del pacchetto azionario di Tim, che è il 7° gruppo italiano per fatturato, sta sondando la situazione e sta procedendo  alla convocazione di una nuova assemblea, prevista per domenica prossima, nella quale spera di riprendersi la governance.

 

 

NON SI PLACANO LE POLEMICHE TRA ROMA E BRUXELLES

DI VIRGINIA MURRU

 

Ancora tensioni nei rapporti tra il Governo e la Commissione europea – è ancora la manovra “l’oggetto del contendere”. Entrambi arroccati nelle loro posizioni, in apparenza disposti al dialogo, ma in realtà nessuno finora vorrebbe cedere qualcosa sulle proprie posizioni, difese a suon di percentuali e numeri,  in definitiva il riflesso poco edificante di un popolo che non merita questo stato di quasi emergenza economica in cui è stato ancora una volta scaraventato.

L’incontro tra il ministro dell’economia Giovanni Tria, e il presidente dell’Eurogruppo, Mario Centeno, non ha sciolto i nodi della divergenza sulla manovra di bilancio trasmessa alla Commissione; da entrambi toni distesi, ma nessun passo avanti, neppure un compromesso che consenta di ristabilire relazioni più serene. Centeno auspica la collaborazione dell’Italia a sostegno dell’euro e della sostenibilità dello sviluppo nell’area, e per questo sostiene che è importante mantenere gli impegni assunti quando si tratta di legge di bilancio.

Il ministro Tria non si schioda facilmente dalle sue convinzioni, ha poi due “mastini” intorno che certamente gli fanno buona guardia. Dopo l’incontro con Centeno, ha dichiarato di essere stato molto chiaro:

“Non c’è alcun bisogno di questo allarmismo da parte delle autorità di Bruxelles, nei confronti della manovra di bilancio, ci sono numeri e indicazioni dei quali siamo consapevoli. Per incidere con più leggerezza sul debito, occorrerebbe una politica fiscale molto aggressiva, ridurre l’incidenza del deficit ad un livello tale da risultare insostenibile per un’economia che sta dando segni di rallentamento, insomma ci stanno chiedendo un processo d’involuzione, non di sviluppo e crescita.  Mi chiedo se i risultati poi sarebbero in sintonia con le aspettative in area euro.”

Il ministro ha ribadito più o meno i medesimi concetti anche nel corso della sua audizione in parlamento, davanti alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato riunite, sempre sul tema manovra, sottolineando che è stata voluta perché produca nei prossimi anni un effetto espansivo e deciso verso la crescita, per svincolarsi dalle catene del passato, e dalle formule che la rendevano lenta e poco incisiva. “L’Italia non è la Grecia  – ha detto il ministro – l’economia del Paese è stabile, pertanto non si può creare panico con nuove tasse, e non ci sarà una patrimoniale, sarebbe un suicidio, non sono previsti interventi neppure a sostegno degli istituti di credito.”

Intanto arriva il pungolo del presidente della Commissione , Jean-Claude Juncker: martedì prossimo è attesa la risposta dal Governo italiano sulla manovra, e ci si aspetta un ‘aggiustamento sostanziale’, in linea con le direttive contenute nella lettera in cui sono state elencate le incongruenze. Non c’è molto spazio per altre strategie, e non c’è neppure ‘vocazione’ alla conciliazione soprattutto da parte dei due vicepremier italiani, che spingono ad oltranza verso la disobbedienza, perché prima di tutto viene l’Italia..

Juncker ricorda che proprio l’italia non può più aspettarsi ulteriore flessibilità, dato che le è già stata concessa, per via delle modifiche alla legge di Stabilità, sarebbe stata anzi la prima nazione a beneficiarne. Tutti i ministri dell’Economia dell’area euro, sono peraltro concordi con le decisioni della Commissione di essere irremovibile nei confronti del governo italiano; ci si aspetta piena compliance riguardo al rispetto delle regole comuni.  In virtù delle  modifiche alla legge di Stabilità, l’Italia ha avuto a disposizione 30 miliardi in più, rispetto all’applicazione rigida e ortodossa della legge, per questo, secondo il presidente della Commissione europea, ora a Bruxelles si attendono coerenza e rispetto degli impegni.

Mentre il Fmi mette in guardia dal possibile ‘contagio’ e le implicanze negative dovute all’impatto dello spread, la Banca d’Italia non se ne sta a guardare, e con un monito rende noto che proprio lo spread ha generato costi tutt’altro che indifferenti: 1,5 miliardi nel corrente anno che peseranno sui contribuenti (negli ultimi sei mesi), mentre nel 2019 verrebbero  immolati 5 miliardi, e nel 2020, 9 miliardi. In tre anni oltre 15 mld potrebbero essere bruciati in interessi in più, a causa dei balzi dello spread, ossia dei costi relativi al differenziale di rendimento tra Btp/Bund.

LA COMMISSIONE EUROPEA RIVEDE AL RIALZO LE STIME SUL DEFICIT ITALIANO

DI VIRGINIA MURRU

 

Le previsioni economiche d’autunno sul deficit italiano da parte della Commissione europea, sono tutt’altro che positive, soprattutto per il 2019: 2,9%, mentre il Pil  sarà all’1,2%. Il ministro dell’economia, Giovanni Tria, non concorda su queste previsioni che aggiungono veleno ai rapporti tra Roma e Bruxelles. Il Pil, secondo le previsioni Ue, andrà dall’ 1,3% del corrente anno all’1,1% nel 2019. Nel documento si mette l’accento sul rallentamento della crescita nel Paese, in particolare nel versante dell’export e della produzione industriale.

E tuttavia, secondo le conclusioni della Commissione, nel breve periodo, una maggiore spesa pubblica – così come previsto dalla manovra – sosterrà la crescita moderatamente.  Intanto, comunque, non si può sottovalutare una maggiore esposizione al rischio per quel che riguarda il deficit, associato ad un aumento considerevole degli interessi e tendenza al ribasso; il tutto comprometterà l’obiettivo di riduzione del debito.

Inoltre, secondo le stime della Commissione, la ripresa degli investimenti privati è in via di rallentamento, dovuto anche “ai venti di coda della politica monetaria e degli incentivi fiscali”, mentre le condizioni di credito per le aziende diventano più strette, e infine per motivazioni legate all’impatto dello spread sulla concessione di credito.

Le stime dell’Unione europea proseguono su un trend piuttosto negativo, dato che nel 2020 il deficit si porterà ad oltre il 3% , a causa delle misure programmate, in particolare perché inciderà il reddito di cittadinanza, la riforma Fornero e gli investimenti pubblici che contribuiranno all’aumento significativo della spesa. E non si tiene conto dell’aumento dell’Iva, vista la sterilizzazione della clausola di salvaguardia.

L’Italia, in termini di crescita, va ad occupare gli ultimi posti in Europa, in compagnia del Regno Unito (fino all’uscita definitiva dall’Ue), e il Belgio, le cui performance sono anche peggiori di quelle italiane, secondo le stime della Commissione. In area euro, e nell’Unione in generale, diminuisce il tasso di disoccupazione, ma allo stesso tempo rallenta la crescita dell’occupazione; in Italia il mercato del lavoro non migliorerà, la stima è associata al contesto negativo legato agli effetti che produrrà nei prossimi anni la manovra varata dal Governo. Qualora ce ne fosse bisogno, è in definitiva una conferma di sfiducia nei confronti del programma di politica economica del governo italiano, e il ‘contenzioso’ resta più che mai aperto dopo l’ultimatum dei giorni scorsi.

In netto contrasto con le previsioni d’autunno della Commissione europea  le dichiarazioni del presidente del Consiglio Giuseppe Conte:

“La Commissione sottovaluta l’impatto positivo della manovra economica e delle  riforme strutturali. I conti pubblici, secondo le nostre stime, sono divergenti rispetto a quelle espresse da Bruxelles, noi siamo convinti che la crescita aumenterà, mentre ci sarà un calo di deficit e debito. Non esistono premesse per affermare con fondate ragioni che le nostre previsioni siano di fatto insostenibili. Secondo le nostre valutazioni il deficit diminuirà per effetto della crescita, e pertanto farà diminuire anche il rapporto debito/Pil al 130% per il 2019, e al 126,7% nel 2021.”

Gli fa eco Giovanni Tria: “L’analisi della manovra non  è obiettiva, è parziale, si tratta di défaillance tecnica, il Governo è in netto contrasto con queste previsioni, il deficit diminuirà”.

Sarà sufficiente un anno di governo per capire se la nuova formula di crescita prevista dalla manovra economica funzionerà, il tempo, come al solito, sarà l’arbitro più attendibile.

AUT AUT DELL’UE: O CAMBIO SOSTANZIALE DELLA MANOVRA O PROCEDURA D’INFRAZIONE

DI VIRGINIA MURRU

 

Il dialogo tra Bruxelles e Roma resta aperto, la Commissione europea però questa volta lascia intendere che ci dovranno essere le condizioni per un’intesa di fondo con il Governo italiano. Il terreno del dialogo sta diventando però sempre più franoso; è in definitiva un braccio di ferro, poiché il governo continua a proclamare inflessibilità sui punti chiave del Documento programmatico, e porta avanti ad oltranza questa prova di forza nella speranza di avere ragione sulla logica di austerità (basata sulla richiesta di rispetto dei parametri stabiliti dai Trattati) imposta dall’Unione.

Si tratta dunque di un ultimatum: il dead line è stabilito per il 13 novembre, entro questi termini il Governo dovrà trasmettere a Bruxelles una copia della manovra con interventi di correzione considerevoli, qualora si ostinasse nella logica dell’intransigenza, sono pronte le misure e le penalizzazioni, che non sono di poco conto. Ai sensi dell’Art. 126 del Trattato sull’Ue, si procederebbe contro l’indisciplina nei conti del Paese; e qualora scattasse la procedura, l’Italia potrebbe essere penalizzata con circa 9 miliardi di euro. Un colpo piuttosto duro da metabolizzare, di questi tempi.

E’ l’ultima considerazione da fare in questa delicata circostanza, ma l’immagine dell’Italia ne viene fuori veramente male, siamo diventati il tiro al bersaglio in Europa, e non è edificante.

L’articolo del Trattato sull’Ue, citato, ossia il 126, si richiama espressamente al divieto, per gli Stati membri, di produrre eccessi in termini di disavanzo pubblico, per questo il Paese che se ne rende responsabile resta sotto il controllo diretto della Commissione europea, fino a quando il rapporto deficit/Pil diventa accettabile, ovvero sotto la soglia di sicurezza, che le autorità ritengono congrua. Altra nota dolente è la consistenza del debito pubblico, stimato intorno al 132% del Pil, in sostanza il rischio è che l’Italia non possa più accedere al programma dii acquisto di titoli di Stato da parte della Banca centrale europea, che ha notevolmente contribuito a sostenere i conti pubblici fino ad ora.

Nemmeno le previsioni ottimistiche del vicepremier 5S Luigi Di Maio, sono state ‘scaramantiche’ verso una buona disposizione da parte delle autorità della Commissione europea. Valdis Dombrovskis, vicepresidente dell’esecutivo, è stato piuttosto chiaro, quasi lapidario sulla questione manovra: qualora non siano apportate considerevoli modifiche, a Bruxelles saranno costretti a “rivedere le conclusioni”, e il trattamento di “clemenza” riservato a Roma in altre circostanze non si ripeterà.

E infatti, a questo riguardo Dombrovskis dichiara:

“Abbiamo proceduto con parsimonia anche gli anni scorsi, sostenendo che l’italia era in sostanza in regola con i requisiti del Patto di stabilità, evitando così l’onere della procedura d’infrazione. Ma ora si chiede troppo alla Commissione, il Documento programmatico di bilancio non è stato modificato, ed è nostro compito “rivedere le conclusioni”. Roma non ha tenuto conto delle nostre richieste, ossia il miglioramento del deficit strutturale di 0,6%. Notiamo anzi che c’è un peggioramento di 0,8%, e dunque una deviazione pari all’1,4%: non è accettabile.”

La Commissione contesta al governo di Roma lo scostamento da quella linea di rientro del rapporto debito/Pil, che è oltre la soglia del 60% fissata dal Trattato di Maastricht, gli anni scorsi è stato verificato l’impegno a produrre un buon livello di avanzi primari, e per via di questo impegno si è deciso ogni volta di concedere fiducia all’Italia. L’attuale manovra è stata ritenuta troppo arbitraria sulla linea del rischio, non si tiene conto dei meccanismi di aggiustamento dei valori riguardanti il rapporto debito/Pil,  questa è la ragione dell’allarme di Bruxelles, e la determinazione a prendere le misure necessarie qualora il Documento programmatico non sia sottoposto ad una sostanziale revisione.

Intanto il ministro dell’Economia Giovanni Tria, presente al meeting Ecofin, è rientrato a Roma prima del previsto, e non è apparso un buon segno di conciliazione con le autorità della Commissione, senza contare il fatto che i colleghi ministri dei Paesi membri, hanno in più circostanze dichiarato di non concordare con le misure di politica economica troppo spregiudicate intraprese dal Governo italiano. Non hanno convinto nemmeno le dichiarazioni spicciole del ministro Tria al suo rientro da Bruxelles, del resto è persona molto diplomatica, e parte dal principio che non giovi esprimere opinioni troppo schiette, semmai sia necessario privilegiare la via del dialogo, soprattutto in circostanze difficili come queste. In ogni caso l’atteggiamento è sintomatico di questa tensione, anche l’incontro che il ministro avrebbe dovuto avere con la stampa è saltato a chiusura dei lavori con Ecofin.

Nel corso del meeting, Pierre Moscovici, commissario agli Affari economici, è stato subito esplicito: “un conto è la richiesta di flessibilità, altro è chiedere di agire deliberatamente al di fuori delle regole”. Insomma si è sorvolato fino ad ora, non può essere il governo di un singolo Stato membro a decidere, senza tenere conto dei Trattati che sono stati firmati. L’Ue deve vigilare affinché proprio gli accordi siano rispettati, il  ruolo di vigilanza è fondamentale.

Sul versante italiano non lampeggiano segnali di apertura verso un’intesa soddisfacente anche per la Commissione europea, non s’intravede un ravvedimento per quel che concerne la correzione della Nota di Aggiornamento al Def, il rapporto deficit/Pil resta quello dichiarato, ossia il 2,4% così contestato, spartiacque che ha creato i due fronti divergenti.

 

 

 

 

EBA. SUPERATO LO STRESS TEST DALLE 4 BANCHE ITALIANE FACENTI PARTE DEL CAMPIONE

DI VIRGINIA MURRU

 

L’Eba ha pubblicato oggi gli esiti sullo stress test riguardante 48 Istituti di credito di 15 paesi membri dell’Ue, i quali rappresentano, in complesso, il 70% dell’attività amministrativa, come si legge nel sito dell’Autorità di vigilanza bancaria. Le banche italiane in esame, ossia Unicredit, Intesa Sanpaolo, UBI Banca, Banco BPM, sono state ritenute solide, anche in condizioni di scenari avversi o supposti shock sistemici .

Come funziona lo stress test eseguito dall’Autorità bancaria europea (European Banking Authority), ossia l’Eu-wide stress test?

L’ABE, autorità di vigilanza del settore bancario europeo, ha sede a Londra, ed è prima di tutto rappresentata da un presidente, che attualmente è un italiano, Andrea Enria. Il suo ruolo di guida consiste nell’impostare i lavori nel corso degli incontri con il Consiglio e le autorità di vigilanza. Le riunioni sono indette da un direttore esecutivo, mentre i due organi esecutivi sono il Consiglio delle autorità di vigilanza (organo decisionale, che delibera su tutte le scelte di carattere politico), e il Consiglio di Amministrazione, che sovraintende e vigila affinché siano assolte tutte le operazioni e i compiti concernenti la missione di Abe. In questo contesto si svolge un programma di lavoro annuale, con relativo bilancio, oltre ad un Piano in materia di politica del personale, e la relazione annuale. L’Abe svolge il suo ruolo in stretta collaborazione con le altre autorità europee di vigilanza.

Per garantire e tutelare i diritti delle parti coinvolte e interessate dalle decisioni dell’Autorità di vigilanza bancaria, è stata istituita una Commissione di ricorso. Gli stress test sono stati collaudati negli Usa, dopo la sonora lezione dei mutui subprime, nel 2008, e sono piuttosto importanti per una banca, perché, sulla logica delle analisi compiute dall’Eba, impostano le azioni di management, e le scelte destinate ad assicurarne la solidità.

Lo stress test consiste in un’analisi alla quale viene sottoposto un gruppo di banche europee, tenendo conto di scenari futuri sfavorevoli, al fine di comprendere il grado di sostenibilità nel corso di tali eventi, che potrebbero anche essere disastrosi sul piano finanziario, e pertanto con questi parametri si riesce a valutare la consistenza del capitale, la “resilienza” in  casi d’impatto con shock.

Si valutano nello specifico alcuni aspetti chiave, ossia il modo in cui i rischi di credito, mercato e liquidità, reagiscono allo stress test, nel caso di evenienze  negative. Le crisi vengono pertanto ipotizzate, sulla base di elementi diversi. In definitiva, queste analisi, misurano il grado di resistenza e tenuta patrimoniale delle banche sottoposte a forti pressioni in un contesto di criticità di carattere economico. E’ stato simulata la reazione del CET1 ratio, il Common Equity Tier 1, ovvero quella componente primaria rappresentata dal capitale di una banca. La solidità dunque del patrimonio.

Nei risultati pubblicati dall’EBA, per quel che riguarda il gruppo di banche italiane, l’esito risulta positivo, la più ‘resiliente’ è stata Intesa Sanpaolo, la più solida, ma sono venute fuori indenni dalla graticola anche Banco Bpm, Ubi, Unicredit. Le 4 banche si sono classificate con risultati migliori di Deutsche Bank,  il colosso tedesco, con circa 50 mila dipendenti sparsi nel mondo. Ma l’analisi dell’Eba non stupisce più di tanto, dato che Deutsche Bank, negli ultimi anni, ha affrontato momenti veramente difficili, si è rimessa in piedi anche grazie agli aiuti di Stato.

Gli istituti bancari italiani sono risultati nella media europea, secondo i test eseguiti. In dettaglio, per quel che riguarda Intesa Sanpaolo, lo scenario avverso ha indicato per l’anno 2020, un Cet1 ratio pari al 10,4%, nel 2019 il 10,64%, e nel corrente anno 10,8%. Il dato concernente il 2017, è stato rivisto al 13,24%.

Unicredit ha risposto allo stress di scenari avversi, con il Cet1 ratio a 12,8%  ridefinito per il 2017; a 9,34% nel 2020. Mentre nel 2019 sarebbe  a 9,58%, e nel 2018 a 10,31%.

Per quanto concerne Ubi Banca, in condizioni di schock il Cet1 ratio andrebbe nel 2018 a 9,76%, a 9,25% nel 2019, e ad 8,32% nel 2020. Il dato inerente il 2017, è stato ridefinito a 11,7%.

Su Banco BPM, il risultato del test indica un Cet1 ratio derivante da condizioni avverse, a 8,47 nel 2020; nel 2018 9,93%, e nel 2019 a 9,4%. Sul 2017, il Cet1 ratio è stato ridefinito al 13,94%.

Un “sistema immunitario” di carattere finanziario dunque in grado di affrontare tempeste, nella media dei risultati europei, il che tranquillizza il comparto e anche il Governo italiano. Soddisfatto il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, un sospiro di sollievo che permette al governo di continuare a portare avanti il programma di politica economica indicato nella manovra approvata di recente.

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ALITALIA. I COMMISSARI ANALIZZANO TRE OFFERTE D’ACQUISTO, DUE VINCOLANTI

DI VIRGINIA MURRU

 

Lufthansa non vuole proprio saperne d’intrecciare rapporti di partnership con Alitalia, perché esiste un ‘terzo incomodo’, il governo italiano, che di questi tempi non gode di molta credibilità all’estero, se ne diffida anzi parecchio. Questa è la ragione della rinuncia della compagnia tedesca, che fa sapere di chiudere ogni accordo e possibile investimento qualora si abbia a che fare poi con lo Stato italiano. Accetterebbe in futuro, nel caso in cui la ex compagnia di bandiera si svincolasse dalle redini dello Stato, una partnership di carattere commerciale, allorché si supererà questa fase di transizione, con nuove premesse e un solido risanamento.

In sostanza, Lufthansa, non intende rischiare nel pur ambizioso piano di rilancio promosso dai due schieramenti politici di M5S e Lega, ci sarebbe da considerare la partnership con FS, azienda di trasporti pubblica, e proprio per questo rappresenta per i tedeschi uno scoglio che non si vuole affrontare. Lo dice a chiare lettere il Ceo della compagnia Carsten Spohr, precisando che Lufthansa potrebbe ancora farsi avanti quando Alitalia sarà completamente ristrutturata.

Tutti gli sforzi del vicepremier Di Maio, ministro anche dello Sviluppo Economico, non hanno sortito risultati. Si è fatta avanti, com’è noto, FS, tramite il nuovo Ceo Gianfranco Battisti, ma è stata posta una condizione: deve esserci con Alitalia un altro partner, ovvero un vettore estero, e si dovrebbe fare presto, prima che lo Stato sia costretto a foraggiare ancora una volta la compagnia.

Insomma una storia ricca di rivolgimenti, quasi sempre negativi, visto che negli ultimi dieci anni l’azienda è andata in bancarotta tre volte, macinando finanziamenti che regolarmente si sono volatilizzati, senza riuscire a trovare una rotta veramente in grado di portarla oltre la fitta nebbia degli ultimi decenni.

Intanto, i Commissari straordinari, quando ormai stavano per scadere i termini per le offerte, hanno fatto sapere che è giunta una manifestazione d’interesse non vincolante e due offerte vincolanti. Ora è necessario mettere al vaglio le proposte, e valutare attentamente prima di giungere ad una risoluzione che metta fine ad una condizione di perenne stand-by.

Sarà successivamente il vicepremier Di Maio a valutare la scelta dei Commissari; tra le offerte presentate c’è  quella vincolante di FS (vincolata ad un piano industriale), controllata al 100% dallo Stato. L’interesse del colosso pubblico dei trasporti sarebbe interessato ad alcune ‘parti’ di Alitalia, ossia Alitalia-Sai e Cityliner, le condizioni che sono state poste, come già accennato, è la presenza di un partner del settore. Verificate queste premesse, FS procederebbe quindi alla costituzione di una società, in compartecipazione con il vettore aereo.

La seconda offerta vincolante viene da Delta.

Altra offerta  è arrivata da EasyJet, la quale tuttavia precisa che la sua manifestazione di interesse (non vincolante) è rivolta ad un’azienda ristrutturata e risanata, e segue la linea strategica della compagnia low cost inglese nei confronti dell’Italia.

 

 

 

ISTAT. VERSO UN TREND INVOLUTIVO: FERMI CONSUMI E INVESTIMENTI

DI VIRGINIA MURRU
Lo spread non è un allarme perennemente acceso nei mercati per eccesso di prudenza, è una spia che lampeggia perché i segnali negativi che provengono da importanti settori dell’economia sono tanti. Certo le borse sono refrattarie alla politica economica che presenta alti margini di rischio, e in generale ai fattori d’instabilità, siano essi ‘endogeni’ o ‘esogeni’. E tuttavia non sono solo le borse a mugugnare e a remare contro, l’economia è una questione di numeri, di cifre e risultati, che piaccia o no.
E con i numeri è necessario fare pace, non ci si può spingere ad oltranza in un terreno minato, che ha già causato, fino ad ora, nel volgere di circa sei mesi, danni notevoli (persi in borsa oltre 65 miliardi). Solo a maggio, Piazza Affari aveva bruciato notevoli risorse, con l’indice di riferimento, il Ftse Mib, che in due settimane arretrava del 7%.
Se si traducono i numeri in parole, significa che fin dall’inizio, il governo Conte è stato “sfiduciato” dai mercati (e non solo); risposte chiare, non criptate, a partire dagli accordi raggiunti dai due schieramenti che hanno vinto le elezioni politiche. E a trattativa conclusa sul Contratto di governo, la strada percorsa dai decennali italiani, i Btp, è andata sempre in salita, con ben pochi cenni di tregua.
Per quel che concerne la ripresa, nonostante le rassicurazioni del premier Giuseppe Conte, e dei due vicepremier, il clima di fiducia sembra compromesso, qualcosa si è spezzato dopo 3 anni consecutivi di espansione economica, anni in cui il trend di crescita del Pil non ha viaggiato a ritmi sostenuti, ma ha seguito un andamento in ascesa: nell’ultimo trimestre del 2017, il Pil, secondo i dati Istat, si attestava a +1,7% (crescita congiunturale sul 2016).
A distanza di un anno, lo scenario economico, nonché quello politico, sono alquanto diversi, purtroppo il fenomeno che sta caratterizzando il 2018 è la contrazione evidente di alcuni dati che rappresentano le credenziali per l’andamento positivo di un’economia. Il comunicato stampa pubblicato oggi dall’Istat rivela in modo impietoso il processo involutivo in atto, che mette a rischio lo sviluppo e la crescita nei prossimi anni. Questo il comunicato sull’economia italiana:
“Nel terzo trimestre del 2018 si stima che il prodotto interno lordo (Pil), espresso in valori concatenati con anno di riferimento 2010, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, sia rimasto invariato rispetto al trimestre precedente. Il tasso tendenziale di crescita è pari allo 0,8%.
Il terzo trimestre del 2018 ha avuto due giornate lavorative in più rispetto al trimestre precedente e lo stesso numero rispetto al terzo trimestre del 2017.
La variazione congiunturale è la sintesi di un aumento del valore aggiunto nel comparto dell’agricoltura, silvicoltura e pesca e dei servizi e di una diminuzione in quello dell’industria. Dal lato della domanda, la stima provvisoria indica un contributo nullo sia della componente nazionale (al lordo delle scorte), sia della componente estera netta.
La variazione acquisita per il 2018 è pari a +1,0%.”
Intanto significa che il Pil, rispetto al trimestre precedente, secondo le stime preliminari dell’Istituto di Statistica, non ha fatto alcun progresso, rimanendo di fatto invariato. I dati, come precisa il comunicato, sono corretti per gli effetti di calendario e destagionalizzati, con anno di riferimento 2010. Il tasso tendenziale di crescita è dunque dello 0,8%. In rilievo le due giornate lavorative in più rispetto al precedente trimestre, uguali invece rispetto al terzo trimestre 2017.
L’Istat sottolinea che negli ultimi 3 mesi, l’economia italiana in termini di sviluppo si è fermata, la prima pausa dopo tre anni consecutivi di crescita. Il malessere, in sostanza, diventa tangibile, anche perché il tasso tendenziale di crescita passa a +0,8%, da +1,2% del secondo trimestre. Insomma un tracciato che fibrilla, proponendo uno scenario che richiede un’inversione di rotta a breve termine.
Al traino dei modesti risultati conseguiti, sempre secondo i rilievi dell’Istat, c’è l’industria, che tuttavia sta perdendo competitività, perché non ci sono le condizioni per sfruttare il potenziale di crescita.
A conferma di queste considerazioni basta dare uno sguardo al settore dell’automotive, con Fca in testa, che sta registrando una flessione nelle immatricolazioni di nuove auto: lo scorso settembre c’è stato un autentico crollo, con oltre il 25% in meno rispetto al 2017, stesso mese di riferimento. La Fiat, in affanno, ha quasi dimezzato le vendite.
A conforto di queste pessime performance, c’è il fatto che anche in Germania il mercato dell’auto ha subito cedimenti notevoli, ma l’andamento è negativo quasi ovunque. Arretrano anche gli investimenti in generale nel comparto, soprattutto quelli relativi agli investimenti sui macchinari, con uno sconfortante -15,3%, ulteriore conferma di un clima di stasi e malessere ormai conclamati.
La manovra approvata di recente è ambiziosa, ma tanti sono ancora gli elementi controversi, il reddito di cittadinanza, per esempio, e gli investimenti pubblici previsti dal documento programmatico di bilancio presentato dal governo, dovrebbero avere dei ritorni in termini di consumi e occupazione, dando impulso allo sviluppo, ma al momento, secondo le analisi degli economisti, l’orizzonte di queste misure è immerso nella foschia: insomma certezze sui risultati non ce ne sono.
Il rischio, elemento destabilizzante che invece si riflette soprattutto sui mercati, insieme al giudizio pesante delle Organizzazioni internazionali che osservano con occhio piuttosto critico, come del resto le  Agenzie di rating, causano invece conseguenze dirette, che si traducono in perdite pesantissime per gli investitori, i quali preferiscono la fuga. E le ragioni ci sono: sono stati persi in titoli pubblici e obbligazioni bancarie (in particolare), da maggio ad agosto, oltre 65 miliardi di euro.. Non noccioline: come ignorare questi risultati, e celarsi sempre dietro al paravento del ‘terrorismo’ mediatico, volto a boicottare il governo in carica? Sono proprio gli investitori esteri ad abbandonare i titoli italiani, perché sono sul limite del ‘junk’, ossia della carta straccia. Per questo si vende e non si compra, e la volatilità esulta.
Si argomenta intorno a fatti, numeri, non si tratta di veleno gratuito, o smania di arrampicarsi sugli specchi. E’ giusto concedere fiducia al cambiamento, tentare carte nuove per imboccare la via di una svolta più certa, non accontentarsi della guida prudente ingranando una marcia che non permette uno scatto più deciso, ma andare oltre.
Certo, giusto attendere i risultati del programma di politica economica ‘del popolo’, pensato per la gente, quella meno abbiente. Ma con i riscontri attuali e i rischi che comporta, ci possiamo permettere di viaggiare con una candela in mano dentro un tunnel ancora poco illuminato?
Non per farci del male, ma per aprirci gli occhi, l’Istat, nell’allegato al comunicato stampa, commenta:
“Nel terzo trimestre del 2018 la dinamica dell’economia italiana è risultata stagnante, segnando una pausa nella tendenza espansiva in atto da oltre tre anni. Giunto dopo una fase di progressiva decelerazione della crescita, tale risultato implica un abbassamento del tasso di crescita tendenziale del Pil, che passa allo 0,8%, dall’1,2% del secondo trimestre. Questa stima, che ha natura provvisoria, riflette dal lato dell’offerta la perdurante debolezza dell’attività industriale – manifestatasi nel corso dell’anno dopo una fase di intensa espansione – appena controbilanciata dalla debole crescita degli altri settori.”
Il nuovo anno, ormai alle porte, darà già le prime risposte certe ai tanti interrogativi.

BUNDESBANK: IL 20% DEI RISPOARMI DEGLI ITALIANI PER RISOLVERE IL PROBLEMA DEL DEBITO PUBBLICO

DI VIRGINIA MURRU
E’ stato il quotidiano tedesco Frankfurt Allgemeine Zeitung a darne notizia, con tutte le riserve del caso, precisando che l’opinione dell’economista tedesco Karsten Wendorff sarebbe “personale”, non una crociata dei tedeschi, che comunque non si sentono propriamente al sicuro, con un Paese che presenta turbolenze in ambito economico poco rassicuranti, e sta facendo troppo rumore nei mercati finanziari.
Insomma, la proposta di tartassare gli italiani e i propri risparmi, viene da una personalità piuttosto autorevole, attento a proteggere la Germania da possibili insidie esterne, soprattutto in area euro. E l’Italia è sempre stata vista più o meno alla stregua di una scheggia impazzita che potrebbe colpire tutta l’area; del resto le recenti vicissitudini dello spread purtroppo gli danno ragione, quanto a timori di contagio in Eurozona.
Nello specifico, che cosa propone Wendorff? Un prelievo forzoso del 20% dei risparmi degli italiani da convertire in acquisto di bond, ossia un piano di salvataggio sulla falsariga del “bail-in”, solo che questa volta non si tratta di salvare una banca dal rischio di default, ma uno Stato. Una strategia alquanto barbara, quasi una provocazione. Se avesse fatto, per pura ipotesi, una proposta del genere ai tedeschi, siamo sicuri che questi non avessero imprecato come turchi di fronte ad una simile prospettiva?
Non che il vicepremier Matteo Salvini, non ci abbia già messo il naso su un’evenienza di questo tipo, lo ha dichiarato proprio qualche settimane fa, sostenendo che la manovra non è a rischio di copertura e “gli italiani, qualora i rivolgimenti fossero i peggiori, essendo un popolo di risparmiatori, sarebbero generosi..” Forse sottovaluta quello che significa risparmio in Italia, per una famiglia: quasi sempre uno slalom di strategie quotidiane volte ad assicurare il futuro dei figli, e certo vedersi insidiare anche questo, dopo il rigore del fisco, sarebbe inaccettabile.
Aiutare lo Stato nel ruolo di contribuente, richiede già penalizzazioni non di poco conto; gli italiani lavorano per il fisco, nel corso dell’anno, fino a giugno (gli americani fino ad aprile), la sospirata ‘liberazione fiscale’ o ‘tax freedom day’, arriva proprio il 2 giugno. Ora attingere al 20% del patrimonio netto, per riparare gli errori di una politica economica scellerata da decenni, non sarebbe la migliore delle aspirazioni, com’è ovvio concludere.
Ma ai tedeschi non importa molto delle vicissitudini degli italiani, lo spread in Italia è diventato poco meno di una mina vagante, e per fermarne i continui balzi, la ricetta è quella trita e ritrita: ridurre l’incidenza del debito pubblico. Ora si propone di farlo attraverso una patrimoniale del 20%, con prelievi forzosi nei conti correnti al fine di contribuire “solidalmente”, tramite un Fondo ad hoc, alla sottoscrizione di titoli di stato solidali, appunto.
Tutto questo affinché si eviti il rischio di coinvolgere i paesi membri dell’Ue, in particolare quelli dell’Eurozona. Il contrario di quello che vorrebbe attuare il ministro per gli Affari europei Paolo Savona, che invece esigerebbe interventi di sostegno dall’Ue, per risolvere l’annoso problema del debito pubblico.
Il debito pubblico non sarebbe così azzerato, ma dimezzato, e se una simile mannaia cadesse sui risparmi degli italiani, certamente sarebbe provvidenziale per il debito-mostro che questo Paese si porta avanti da mezzo secolo, ma un tale sacrificio sancirebbe la fine del Governo che si accingesse a mettere in pratica la proposta.
Intanto, Bloomberg, bolla il piano dell’economista tedesco come radicale, qualora fosse applicato si rifletterebbe sui consumi delle famiglie, e di conseguenza sull’andamento dell’economia. Sarebbe veramente un’iniziativa ad altissimo rischio. Possibile che queste considerazioni sfuggano ad un economista del calibro di Wendorff? Si tratta di un pezzo da novanta della Bundesbank, responsabile per il dipartimento delle finanze pubbliche, uno degli economisti più quotati nella Banca centrale tedesca.
Tuttavia nel quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine, è stato piuttosto chiaro: l’Italia non può chiedere di attingere da un Fondo europeo per l’acquisto di titoli di Stato, a spese dei cittadini dell’Unione (ricorrendo all’ European stability mechanism (Esm), ma dovrebbe istituire un Fondo “Salva Italia” nel Paese, che acquisterebbe bond, trovando così la soluzione al problema all’interno dei confini della Nazione. In spiccioli: saldatevi i vostri debiti, e lasciateci in pace..
La Bundesbank, per evitare di suscitare un putiferio – il governo italiano non perdona di questi tempi – ha precisato che si tratta di opinioni espresse da Wendorff, e che la Banca centrale non c’entra.

SOLO CONFERME DALL’EUROTOWER, I TASSI RESTANO INVARIATI

DI VIRGINIA MURRU
L’ultima riunione del Consiglio direttivo della Bce, al quale ha partecipato anche il vice presidente della Commissione Valdis Dombrovskis, non ha espresso novità sulla politica monetaria convenzionale (e non) e il PAA (Programma Acquisto Attività), i tassi d’interesse di riferimento restano invariati.
Il che significa che il meeting del 25 ottobre conferma le scelte già operate nei precedenti incontri, sulla base delle analisi di carattere economico e monetario, e pertanto si prevede che i tassi si manterranno su livelli pari a quelli attuali almeno fino alla prossima estate.
Il presidente Draghi, nella consueta introduzione alla conferenza stampa, precisa che il mantenimento del basso livello dei tassi è finalizzato ad assicurare che l’inflazione continui a convergere intorno all’obiettivo prossimo al 2% nel medio termine.
Per quel che concerne le misure non convenzionali, ossia il programma di acquisto di attività, il ritmo seguirà il piano già previsto, ad un ritmo mensile di 15 miliardi di euro al mese, fino al 31 dicembre prossimo.
Il presidente Draghi ha sottolineato che, qualora il target sull’inflazione a medio termine sia raggiunto, termineranno anche gli acquisti netti. Precisa inoltre – ma è una semplice conferma – che la Banca centrale europea continuerà comunque a reinvestire il capitale rimborsato in titoli in scadenza, sempre nell’ambito del programma di acquisti, per un ampio periodo di tempo, al momento non fissato.
Queste linee di politica monetaria continueranno finché “sarà necessario per mantenere uno stato di liquidità favorevole e il giusto grado di accomodamento monetario.”
Egli sostiene che, nonostante si siano riscontrati ultimamente dei segnali meno incisivi sulla crescita, con un lieve rallentamento in area euro, i dati restano positivi per quel che concerne la tendenza all’espansione in generale dell’economia (il Pil in termini reali in area euro è aumentato dello 0,4% nei primi due trimestri dell’anno in corso), e l’aumento della pressione inflazionistica.
Quest’ultima osservazione, secondo Draghi è importante, in quanto i risultati e le tendenze si confermano positivi nonostante le misure di tapering adottate a partire dal 2017, ossia la diminuzione costante negli acquisti di titoli.
Vi sono tuttavia delle vulnerabilità che provengono dal fronte globale dell’economia, ossia le politiche protezionistiche portate avanti dagli Usa, le incertezze riscontrate nei mercati emergenti, e la recente volatilità manifestatasi nei mercati finanziari.
Questi elementi di analisi determinano le scelte e gli attuali orientamenti della Banca centrale europea, considerando la necessità di stimoli monetari in grado di fronteggiare le pressioni interne sui prezzi e in generale le dinamiche legate all’inflazione nel medio termine. Il presidente dell’Eurotower sottolinea che il Consiglio direttivo vigila sull’andamento dell’inflazione, e si continueranno ad impiegare tutti i mezzi affinché siano perseguiti gli obiettivi. Precisando, durante la conferenza stampa, che esistono anche altri strumenti, oltre al Quantitative easing.
Del resto il fine principale è mantenere la stabilità dei prezzi nell’area dell’euro e preservare così il potere di acquisto della moneta unica.
Positivo, secondo l’analisi del presidente, non solo la tendenza all’espansione economica, sia pure leggermente più contenuta nei primi sei mesi del 2018, ma anche quella del mercato del lavoro. Il tasso di occupazione nell’area esprime dati incoraggianti, così come l’aumento dei salari. Buoni riscontri nell’ambito dell’edilizia residenziale, che vede crescere gli investimenti.
I consumi privati se ne avvantaggiano, e le misure di politica monetaria sostengono la domanda interna, questo determina un incremento degli investimenti da parte delle imprese, spinti anche dalle favorevoli condizioni di finanziamento.
Segnali destinati a mantenersi positivi se le prospettive di espansione a livello globale continueranno, perché fungeranno da stimolo all’export in eurozona.
I rischi, tuttavia, nonostante la crescita costante rilevata negli ultimi anni, persistono, secondo il presidente della Bce, e derivano (come già accennato) da aree sensibili della politica economica degli Usa, come il protezionismo, ma anche dai risultati negativi dovuti alla volatilità dei mercati finanziari.
Draghi richiama, come di consueto, l’attenzione dei paesi membri sulla necessità di seguire una politica di attuazione delle riforme strutturali, la quale ha bisogno d’essere incentivata affinché si consolidi la capacità di tenuta nell’area. Indispensabile anche l’attivazione di misure in grado di ridurre la disoccupazione strutturale, sempre con l’obiettivo di rafforzare la produttività e il potenziale di crescita.
Il presidente si rivolge poi a quei paesi che presentano problemi nei conti pubblici, e sostiene che per quel che concerne le politiche di bilancio, la situazione è favorevole per ricostituire margini di manovra nell’ambito delle finanze pubbliche. Con questi orientamenti si può ridurre il debito pubblico e mantenersi coerenti in termini di compliance sulle norme stabilite dal Patto di stabilità e crescita. Il quadro normativo di riferimento stabilito dall’Ue, per la governance economica, deve essere rispettato al fine di consolidare la tendenza alla crescita e alla tenuta dell’area.
Diversi giornalisti, tra  presenti, durante conferenza stampa, hanno rivolto domande al presidente Draghi sull’attuale politica economica e di bilancio seguiti dal governo italiano, sulle conseguenze nei mercati, nonché sul riflesso che potrebbe avere in Eurozona.
Una delle primissime domande ha riguardato la manovra economica trasmessa dal Governo a Bruxelles. Il presidente ha precisato che “l’Italia è un tema fiscale di pertinenza della Commissione europea, la Bce non entra in merito alle politiche di bilancio dei singoli stati, in quanto Istituzione finanziaria dell’area euro”. Tuttavia, secondo una personale opinione, sostiene che sia importante per entrambe le parti, trovare un accordo.
Sempre in merito alla situazione italiana, gli è stato chiesto un parere sul settore bancario italiano, in particolare sui bond che le banche detengono nel portafoglio. Draghi, che chiaramente intende difendere la neutralità del ruolo, ha detto che non può avere certezze al riguardo, in quanto non “ha la sfera di cristallo” che gli permetta di presentire cosa accadrà, ma ribadisce la fiducia in un accordo con l’esecutivo dell’Ue.
Sulla questione banche italiane, ha risposto che è necessario intervenire per ridurre lo spread (non è compito della Bce), col tempo infatti potrebbe davvero nuocere agli istituti di credito. Non ha mancato di mettere l’accento sulle relazioni tra il Governo italiano e le autorità dell’Ue, che dovrebbero mantenersi nell’ambito del rispetto, e i toni dovrebbero essere moderati.
Ad una domanda sul modo in cui affrontare la crisi di un paese nell’ambito dell’area, ha risposto che la Banca centrale utilizzerebbe l’OMT, sigla di Outright Monetary Transactions (ossia il programma di acquisto di titoli di Stato lanciato sei anni fa, seguito allo slogan spesso usato dal presidente “whatever it takes”, al fine di garantire e preservare l’Eurozona, anche se fino ad ora questo piano non è mai stato attuato), qualora ne ricorressero le condizioni, e non compromettesse in generale le linee di politica monetaria, si potrebbe intervenire in situazioni di seria crisi che si presentasse in un singolo Stato, tramite l’acquisto diretto di titoli di stato a breve termine.
In seguito ad una domanda sulla politica monetaria, Draghi ha sostenuto la necessità del loro completamento, per evitare che si indebolisca, le iniziative, tuttavia, devono venire dai governi dei paesi membri.

FCA. LE RAGIONI CHE HANNO PORTATO ALLA CESSIONE DI MAGNETI MARELLI

DI VIRGINIA MURRU
 
Fca decide di cedere alla giapponese Calsonic Kansei Holdings Corporation, la controllata Magneti Marelli S.p.A., un gioiello tutto italiano, contribuendo ad aumentare il paniere di vendite che sta tristemente caratterizzando il panorama dell’industria nel Paese. Il gruppo giapponese di automotive è più piccolo della multinazionale italiana.
 
Qualcuno osserva che il capitalismo italiano sia in pieno declino, e che meglio sarebbe stato se l’operazione fosse stata “invertita”, scambiando i ruoli: ossia avrebbe dovuto essere Magneti Marelli ad acquisire il gruppo giapponese Calsonic K. Ma, sempre sulla base di queste considerazioni, l’industria italiana non ha più le carte in regola per giocare in attacco, può solo difendersi, ove possibile.
 
Dietro vi sono quasi sempre ragioni di carattere finanziario, esigenze di mezzi per favorire gli investimenti e reggere la competitività.
Nemmeno Fca è propriamente italiana: è una società italo-americano di diritto olandese, con sede legale a Londra, e stabilimenti presenti in America e altri stati europei. La Fiat, simbolo dell’industria italiana nel mondo è un lontano ricordo.
Effetti della globalizzazione? Certamente, ma anche della profonda crisi dell’economia e industria del nostro Paese.
 
I sindacati definiscono positiva l’operazione di cessione di Magneti Marelli, ma nel contempo dichiarano che ‘vigileranno’ affinché l’occupazione sia garantita. Del resto, a Sesto S. Giovanni, Magneti Marelli dà lavoro a circa 43 mila dipendenti (il suo fatturato è di oltre 8 miliardi).
 
Ma non c’è spazio per i patriottismi, i mercati hanno salutato l’operazione – che ha portato nelle casse di Fca un controvalore pari a 6,2 miliardi di Euro – con entusiasmo, contribuendo peraltro a diffondere un po’ di ottimismo a Piazza Affari, in questo periodo di turbolenze. Il Sole 24 Ore definisce in modo eloquente l’accordo: “l’operazione migliore nel tempo peggiore”. Piazza Affari ha esultato e ‘premiato’ Fca, dando notevole impulso al titolo: +5%.
 
Sergio Marchionne stava già valutando l’opportunità della vendita con gli americani di Kkr, e con il suo “sguardo lungo”, ne aveva già fissato il valore: non meno di 6 miliardi di euro. La multinazionale italiana è stata infatti acquistata da KKR tramite la giapponese Calsonic Kansei. Kkr è uno dei principali operatori internazionali di private equity del mondo, trattandosi di Fondi d’investimento, il suo obiettivo è quello d’incrementare il valore delle sue operazioni, per poi rivendere ad un prezzo maggiore, determinando una plusvalenza. Più che l’aspetto industriale, il fine primario è quello finanziario. Strategie che si spera non possano nuocere in futuro a Magneti Marelli.
 
Con questa operazione, Fca ha ceduto il business della componentistica per autoveicoli di Magneti Marelli, ad uno dei migliori fornitori giapponesi che opera nello stesso ambito. Ad accordi conclusi, si pensa nei primi mesi del prossimo anno, il nome diventerà “Magneti Marelli CK Holdings”, e rappresenterà, ad attività congiunte, il settimo gruppo indipendente più importante al mondo, in termini di fatturato (oltre 15 miliardi).
 
Prima della conclusione definitiva degli accordi, l’operazione dovrà essere sottoposta all’approvazione delle autorità regolatorie e all’iter completo previsto dalle condizioni di chiusura. Fca e la Corporation giapponese esultano, con il beneplacito dei mercati, perché la sigla di questo accordo rappresenta un’opportunità di combinazione di business, ad altissimi livelli. Come si è già accennato, si parla dei migliori fornitori indipendenti nel pianeta in questo settore. Il fatturato espresso in yen sarà di 1,975 miliardi.
 
Ma le prospettive, e le ambizioni di entrambe le aziende, sono quelle di avanzare e puntare oltre, diventando in futuro un fornitore di primissima importanza sul piano globale. A determinare questi risultati, e gli obiettivi, saranno la forza finanziaria, la natura complementare nella linea di produzione, e la presenza geografica strategica. Si prevede di operare su circa 200 impianti, associati a centri di ricerca e sviluppo in diversi continenti.
 
Il Ceo Beda Bolsenius (attuale amministratore delegato di Calsonic K.), guiderà il sodalizio che darà vita alla nuova azienda ‘combinata’, mentre l’attuale Ceo di Magneti Marelli, Ermanno Ferrari, entrerà nel board. Soddisfatto tutto il management di Fca, il nuovo Ceo Mike Manley, che ha sostituito Sergio Marchionne, dichiara:
 
“Si tratta di un’opportunità ideale per Magneti Marelli, è un’operazione che permetterà all’azienda di esprimere tutto il suo potenziale nella prossima fase di sviluppo, ci sono le condizioni per l’accelerazione della crescita in futuro. Sarà preservato l’aspetto occupazionale, e l’azienda resterà un partner commerciale di primaria importanza per Fca. L’operazione segue un obiettivo di crescita e valorizza il focus diretto alla creazione di valore.”
 
Su questi valori, e sulla competitività nel settore, dovuta alla posizione estremamente favorevole in qualità di fornitore automobilistico, concorda pienamente anche Beda Bolzenius, Ceo dell’azienda ‘combinata’ “Magneti Marelli CK Holdings”.
Del medesimo avviso anche l’Amministratore delegato di Magneti Marelli, Ermanno Ferrari.
 
Le attività congiunte, si legge in un comunicato stampa del sito ufficiale Magneti Marelli, opereranno sotto il nome Magneti Marelli CK Holdings*, e il suo fatturato totale ammonterà a 15,2 miliardi di euro, il risultato sarà la creazione di uno dei maggiori fornitori indipendenti nella componentistica per automotive a livello globale. L’accordo prevede una fornitura pluriennale con Magneti Marelli CK Holdings, in pieno accordo per quel che concerne il mantenimento della sede in Italia, e il consolidamento dei livelli occupazionali.
 
La Magneti Marelli è una società per azioni ‘storica’ fondata un secolo fa, che ha sede a Sesto S. Giovanni, nei dintorni di Milano, e si occupa di sistemi e prodotti ad alta tecnologia (tutto il know how finirà ora in Giappone, con qualche interrogativo in merito..), una multinazionale solida, che era peraltro strategica per la corsa all’auto elettrica.
 
E soprattutto per questo i giapponesi sono fieri e soddisfatti dell’acquisizione. Era strategica anche per Fca, ma allora perché hanno deciso di cederla? Che dietro ci fossero pressioni e spinte da parte del presidente di Fca, John Elkann, non è un mistero, ma le ragioni sono in fondo piuttosto semplici: Fca intendeva dare impulso alle proprie casse, in primis, e puntare ad un programma di sviluppo e consolidamento del gruppo.
 
Il piano industriale messo a punto lo scorso giugno, approvato da Marchionne (ultimo suo intervento prima della scomparsa), è lungimirante in questo senso, e mira al miglioramento dell’aspetto tecnologico, con l’occhio fisso alle orme dei mercati nell’ambito dell’elettrificazione dell’industria automobilistica e guida assistita.
 
Si punta a migliorare l’efficienza nelle vendite, al di là del modello Jeep (per la quale si prevede un’espansione della gamma), il gruppo Fca non brilla nel mercato, è necessario migliorare queste dinamiche, e Sergio Marchionne ne era ben consapevole.
 
Per attuare il piano industriale, e puntare sul prestigio con ritorni di cassa, occorrevano nuove piattaforme modulari (ossia le basi che consentono di realizzare modelli diversi, riducendo gli investimenti in quanto vengono impiegati su gamme differenti) con relativi progetti. Per questi obiettivi sono necessari anche mezzi finanziari adeguati, al fine di portare sul mercati nuovi modelli, più competitivi sul piano globale, nonché il potenziamento dei motori dei modelli esistenti, come quelli a 3 cilindri.
 
Secondo un’analisi del Sole 24 Ore, Fca – anche se può sembrare un controsenso vendere un’azienda così solida – ha deciso l’operazione di cessione perché le nuove strategie di gestione non sono tanto interessate ad avere la proprietà di un costruttore automobilistico, ma è sufficiente “governare” i fornitori. Sulla base della linea strategica tedesca, che seguendo questi criteri, i quali richiedono notevoli investimenti, mette sul mercato le auto più avanzate sul piano tecnologico.

BREXIT. ANCORA FUMATA NERA SUI NEGOZIATI

DI VIRGINIA MURRU
L’accordo tra la premier britannica Theresa May e i rappresentanti dell’Ue sembrava ad un passo dal traguardo, e invece non rassicurano le dichiarazioni di Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo: “la convergenza delle parti negli ultimi incontri sembra più lontana che mai”.
E il totale accordo tra Regno Unito e Ue non è stato affatto raggiunto.
Il nodo è tra i più dibattuti – già all’indomani del referendum svoltosi due anni fa – e riguarda i confini tra Irlanda del Nord e Irlanda, che già si porta dietro una memoria storica di scontri e tensioni.
Il risultato di queste divergenze, tra la delegazione del RU e Ue, è che si ritorna al rischio del ‘no deal’, o hard Brexit, anche se questa ipotesi, com’è facile presentire, porterebbe conseguenze veramente serie per l’economia del Regno Unito, che già sta scontando le conseguenze del successo referendario in favore dei “Leave”.
Del resto sono allarmati un po’ ovunque nel Paese; recentemente lo ha affermato anche il personale accademico delle Università scientifiche, il quale sostiene che ‘non esiste un piano B’, e che è indispensabile salvaguardare la ricerca dai possibili esiti negativi della Brexit. “La ricerca – dichiarano  senza eufemismi – è stata anche finanziata dall’Ue, un negoziato che si concludesse senza accordi significherebbe un cataclisma”.
In questi ultimi due anni, le tentazioni di un secondo test elettorale sono state forti, incoraggiate, foraggiate e sostenute da orizzonti diversi della società britannica, da quello politico a quello economico e finanziario, nonché giuridico. Soprattutto dalla parte della popolazione che non si riconosce nel risultato elettorale.
E proprio qui sarebbe necessaria qualche considerazione. Domanda: è lecito che il 51% dei votanti trascini il restante 48% in una scelta così importante per il Regno Unito? Non sarebbe stato più ovvio il buon senso, ossia prevedere uno scenario dal quale potesse emergere un simile risultato, e per questo stabilire un margine di consensi maggiore, per entrambi le parti?
Risposta: a questo punto, poiché non si è tenuto conto di un dettaglio così importante, sarebbe ovvio procedere con una seconda consultazione referendaria.
Recentemente è stato scritto sul Financial Times:
“Ha senso l’idea di un secondo referendum? I tanti che condividono le mie vedute sul voto – che è stato un errore enorme – insistono che un senso ce l’ha. Anche se dalla parte dei ‘Leaves’ naturalmente non è proponibile. Eppure fa parte dell’essenza di una democrazia il fatto che gli elettori possano cambiare le loro tendenze sul voto.
Se questo non fosse stato possibile, tutto sarebbe rimasto nei limiti dello stesso risultato ottenuto con il referendum del 1975, quando il popolo del Regno Unito scelse di diventare membro dell’Ue..”
Un brevissimo excursus storico al riguardo è necessario.
Cominciò nel 1973 (non nel ’57 col Trattato di Roma), quando il RU entrò a fare parte della Cee (Comunità economica europea, ossia Mercato comune). L’accordo fu siglato da un rappresentante dei Tory, Hedward Heath. Nei primi anni ’60, la Gran Bretagna affrontò una crisi economica non di poco conto, si trovava di fronte ad un elevato tasso di disoccupazione, e il Pil era tra i più bassi in Europa.
Il precario stato dell’economia spinse il Governo a chiedere l’adesione alla Cee, ma la richiesta fu respinta due volte. Poi fu in seguito accettata. In quel periodo ci fu però un ‘turn over’ del premier: Heath era stato sconfitto, gli subentrò il laburista Harold Wilson, il quale, volle sondare gli umori della popolazione sulla permanenza della GB nella Cee, e, nel 1975 , indisse pertanto un referendum. I “Remain” di allora vinsero con il 62% dei consensi. Anche la Thatcher si schierò a favore.
In questo caso il risultato riflette veramente uno schieramento chiaro, verso una scelta decisa, con quasi il 10% in più dei consensi ottenuti dai “Leave” nel 2016. Qui si può ragionare meglio in termini di democrazia. Se si fosse conseguito un buon 70%, il risultato, ovvio, sarebbe stato ancora più garantito.
Ma quando più o meno il 50% si schiera in una posizione positiva e l’altra metà propende per l’altro versante, vincendo la competizione elettorale per pochi punti, è possibile che il dibattito e il dissenso finiscano per incoraggiare anche gli atti violenti. Cosa che puntualmente si sta verificando negli ultimi due anni in Regno Unito.
Come si è accennato, anche le pressioni per un’altra prova elettorale sono state tante, le lotte della premier scozzese (Nicole Sturgeon) che non voleva e non vuole saperne di lasciare l’Ue, sono state implacabili. Ha minacciato a lungo un nuovo referendum per la secessione della Scozia da Londra (consultazione che peraltro c’era già stata alla fine del 2014, quando i ‘no’ avevano vinto più o meno con lo stesso risultato dei brexitiers, ossia il 55,4%).
Ma Nicola Sturgeon, e il Parlamento scozzese, sono sempre sul piede di guerra. Non intendono divorziare dall’Unione europea, e anzi vorrebbero sfruttare il dissenso popolare al riguardo per imporre una seconda consultazione referendaria sull’indipendenza . Il Parlamento ha infatti recentemente respinto il progetto di legge-quadro formulata da Londra per l’uscita dall’Ue.
L’entusiasmo non è alle stelle neppure in Irlanda, e in quella del Nord; i fermenti pro Ue non mancano; vi sono stati anche incontri con i reciproci rappresentanti politici, volti a trovare un accordo per l’unione dell’isola. Ma non è semplice, il ‘leone’, a Londra, non tollererebbe la disgregazione del Regno Unito, c’è già la Scozia che preme, come spina sul fianco. La Gran Bretagna, che con il Commonwealth ha avuto mezzo mondo in passato tutto per sé, non accetterebbe di essere ridotta ai minimi termini senza battere ciglio.
Londra non vuole in ogni caso spostare il confine doganale sulle coste dell’isola. Per l’Ue si prospetterebbe una hard border. Né il RU è disposto a concedere l’inclusione dell’Irlanda del Nord nell’Unione, perché creerebbe i presupposti per l’indipendenza politica, e la conseguente unità dell’isola. Realtà scongiurata dal Governo inglese, per le ragioni esposte.
A febbraio scorso, Michel Barnier, negoziatore capo dell’UE per la Brexit, aveva proposto l’inclusione dell’Irlanda del Nord, ma com’è facile intuire, aveva trovato ferma opposizione da parte di Theresa May e dal suo entourage politico.
La questione Irlanda è sempre in graticola, oggetto del contendere, e sta tuttora creando ostacoli nei negoziati.
I “remain”, in Gran Bretagna, hanno sperato a lungo in un’inversione di tendenza decisiva per quel che concerne gli umori della popolazione, soprattutto tra coloro che avevano votato il movimento “Leave” nella consultazione referendaria del 23 giugno 2016. Da un anno a questa parte, la possibilità di un nuovo test elettorale si è fatto sempre più reale, se si considerano le vicissitudini politiche della leader Tory Theresa May, e il dissenso sempre più evidente tra i suoi stessi sostenitori in parlamento.
La stessa premier, nei giorni scorsi, ha dichiarato che i risultati dei recenti incontri a Bruxelles si sono rivelati più complicati di quanto ci si potesse attendere.
I problemi sul tavolo delle trattative sono pochi, ma si tratta di quelli più ostici, come il dossier Irlanda del Nord, appunto. Indiscrezioni raccolte negli ambienti Ue da Reuters, fanno intendere che a Bruxelles ci si prepara anche al peggio, ossia ad un negoziato senza accordi. La May è “under pressure” (sotto pressione), si fa influenzare da esponenti Tory che spingono per una hard Brexit, al di là delle conseguenze, e possibili ritorsioni Ue.
Nello specifico, Londra, non intende accettare un’ipotesi di backstop, pieno d’insidia per il RU, ossia la proposta dell’Unione volta a tenere dentro i confini del mercato unico l’Irlanda del Nord. La premier  deve lottare tra due fuochi: gran parte dei parlamentari non vogliono una hard Brexit, non ne accetterebbero le condizioni.
Si attende una possibile svolta durante il vertice (dei leader) dei 27 Paesi membri a Bruxelles, previsto per mercoledì, nel corso del quale potrebbe maturare l’accordo decisivo. Marzo 2019 è ormai prossimo, ed entro questa data si dovrebbe applicare, nei confronti del Regno Unito, l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, che prevede e disciplina il recesso volontario e unilaterale di un paese membro dall’Unione europea.

ALITALIA. PRONTO IL PIANO DI RILANCIO DELLA COMPAGNIA, TRIA E DI MAIO AI FERRI CORTI

DI VIRGINIA MURRU

 

Certo che l’ex compagnia di bandiera italiana, da quando è cominciata l’Amministrazione controllata con i 3 commissari straordinari (2 maggio 2017), ha seguito una ‘rotta’ di rigore per quel che concerne la gestione. E i risultati sono evidenti, con un trend di crescita che fa ben sperare sul suo destino travagliato, che, fra alterne vicende, va avanti ormai da oltre vent’anni.

Il controllo dei costi e la conseguente riduzione, l’attenzione verso il rispetto degli orari e le esigenze dei viaggiatori, la riapertura di ‘vecchie’ rotte, insieme ad altre nuove, un assetto interno più efficiente, hanno fatto la differenza. Decisamente, ‘si viaggia meglio’, in tutti i sensi, ed è pertanto lecito sperare su migliori prospettive per il futuro.

Il clima di fiducia traspare anche dalle dichiarazioni di Luigi Gubitosi e degli altri Commissari, i quali, alla fine di settembre (il 26), si sono presentati in audizione in Parlamento. Le stime sui ricavi, secondo il loro resoconto, sarebbero buone anche per l’ultimo trimestre del 2018, tanto che il bilancio dovrebbe chiudersi in positivo, ossia con un modesto ma importante margine di utili.

“Cosa che – hanno spiegato i Commissari – induce all’ottimismo, poiché, com’è noto, non accadeva da tempo. Si tratterà infatti di circa 2 milioni di utile netto (nel 2018), ma già nel terzo trimestre dell’anno in corso vi è una disponibilità di cassa di poco inferiore ad un milione di euro.”

Un anno fa la situazione, dopo sei mesi di amministrazione straordinaria, era sicuramente meno rassicurante, il ‘paziente’ era sottoposto a terapia intensiva di riduzione di costi, e gli utili relativi all’acquisto dei ticket, si dissolvevano nelle maglie delle strategie di risanamento.

C’è attualmente una differenza di 140 miliardi in termini di ricavi dalla vendita di biglietti, rispetto allo stesso periodo del 2017, e nei tre trimestri del 2018, la crescita è stata del 7%. Praticamente al di là delle previsioni, se si considera la situazione dei conti a maggio dello scorso anno, quando i Commissari hanno preso in mano le redini dell’azienda.

Intanto il termine previsto per il rimborso del cosiddetto ‘prestito ponte’, è stato portato a metà dicembre prossimo.

La restituzione del finanziamento concesso dallo Stato (tra polemiche e contestazioni da parte dell’Unione europea), la cui prima tranche è stata di 600 milioni di euro, e la seconda di 300 milioni, sancirà il ‘closing dell’operazione’.

Siamo giunti comunque alla scadenza dei termini previsti per l’Amministrazione straordinaria della compagnia: il 31 ottobre, data in cui scadranno anche i termini per l’inoltro delle offerte vincolanti. La data era stata prorogata, era previsto infatti che dovesse chiudersi entro il 10 aprile.

I problemi sulle sorti della Compagnia sembra si siano spostati sul versante politico, il vice premier Luigi Di Maio, vorrebbe una partecipazione diretta dello Stato, ma il titolare del Mef, sembrerebbe non concordare su questa scelta, e non è certo l’unica linea di demarcazione tra le vedute dei due ministri. In più circostanze, negli ultimi mesi, la mancanza di convergenza ha creato dibattiti e urti nel Governo, nonostante la ‘spugna’ fosse sempre pronta a cancellare i dissidi, compiacente verso un’immagine che riflettesse all’esterno piena armonia.

Ma sulla futura gestione di Alitalia, lo scontro è praticamente palese. Di Maio, e lo ha dichiarato in più occasioni, aspira ad un “modello Ilva”, con un piano industriale a lungo termine. Il rilancio dovrebbe essere attuato tramite il Ministero dell’Economia. Ma su questi proclami Giovanni Tria dissente: “Io rappresento il Mef, non devono essere altri a fare dichiarazioni sui programmi del mio Ministero.”

Eppure- quello che un cittadino percepisce dall’esterno -è che la politica economica del Governo sia in mano ai due vice premier, loro sembrano i piloti che decidono rotte e strategie, perfino il premier Giuseppe Conte, appare come il terzo incomodo. I rappresentanti del M5S e della Lega, si atteggiano a factotum, saltano, in termini di competenze (o ingerenze?) da un ministero all’altro, e se oppongono il loro veto, se ostano su iniziative che non rientrano negli interessi dei due schieramenti, difficilmente queste andranno in porto.

Questa è l’immagine allo specchio dell’establishment politico delle egemonie, che porta avanti disegni – su alcuni importanti aspetti del cosiddetto contratto di governo, o ‘compromesso’ tra i due vice premier (il reddito di cittadinanza ne è un esempio) – che creano attriti come cortocircuiti per la fragilità della finanza pubblica, ma soddisfano requisiti di ‘compliance elettorale’.

E non importa se questi punti programmatici alimentano il rischio nei conti, a tutti i costi sembrerebbe necessario mantenere le promesse, tenere in cassaforte i voti del ‘popolo’. Ma siamo sicuri che lo “slalom” di cifre nel Def (che questa strategia puramente politica ha causato), sia la migliore garanzia in termini di ‘ritorni’ nella prossima legislatura?

Su Alitalia il fermento è forte, più volte è stato messo in discussione il ruolo di Giovanni Tria, ma non è l’unica poltrona a rischio, il prossimo anno potrebbero saltarne diverse.

E basterebbero le dichiarazioni del vice premier Di Maio, per comprendere l’aria che tira nei rapporti con il titolare del Mef:

“Ma quello non vuole veramente capire.. c’è una maggioranza politica siglata con un contratto di governo, perciò un tecnico deve attenersi a quello che si decide in questo ambito. Altrimenti è libero di andarsene..”

Che altro? Si può con discrezione aggiungere che il Mef è un ministero chiave per il Governo, lo è sempre stato, ma ora è cruciale se si tiene conto della delicatissima congiuntura economica del Paese.

Tra i due ‘litiganti’, c’è l’ombra discreta del presidente Mattarella, che scongiura l’allontanamento del ministro dell’Economia, poiché ritiene che rappresenti la moderazione e l’equilibrio, anche con il modo di proporsi e i continui appelli ad ‘abbassare i toni’, con ‘quelli’ di Bruxelles.

Che bisogna tenersi buoni, perché si sa: da là arrivano tuoni e fulmini, che finiscono per cadere sul tetto dei mercati, e le conseguenze ormai sono note. Il ministro Tria non deve solo essere circospetto nei confronti del vice premier del M5s, ma anche verso il ministro dei Rapporti con l’Europa, l’economista Paolo Savona. Ingerenze e interventi ‘a gamba tesa’, vengono anche da qui, ed è ovvio che al Mef ci sia aria di sdegno, ci si sente un po’ estromessi dal ruolo.

Alitalia tuttavia non ha tempo da perdere. Intanto, il piano di salvataggio deve essere concluso perché ormai non vi sono margini per continuare a temporeggiare.

L’Amministrazione straordinaria ha comunque conseguito notevoli risultati, basti pensare che le perdite operative Ebitda (ossia Earnings Before Interest, Taxes, Depreciation and Amortization – utili prima degli interessi, delle imposte, del deprezzamento e degli ammortamenti), sono state ridotte fino a 37 milioni di euro, ed erano ben 258 milioni nove mesi fa, cioè a gennaio dell’anno in corso. Alla riduzione della spesa, va aggiunto il rigore per quel che concerne la puntualità nel rispetto degli orari sui voli, diventati al primo posto in Europa; dettagli non di poco conto.

Quando si risolverà la questione salvataggio, e la gestione diventerà regolare, sarà tuttavia necessario intervenire sulla potenzialità della flotta, che dovrebbe essere incrementata, fondamentale per l’aumento del traffico e la vendita di tickets. Questi dati restano ancora punti sensibili da migliorare. Buoni i risultati raggiunti sul numero dei passeggeri di lungo raggio, con un incremento pari al 7,5%. I commissari però, al riguardo, osservano che l’Italia è sotto servita sui voli a lungo raggio: c’è una flotta di appena 26 velivoli.

I dati irrisori partono dal confronto con il gruppo leader europeo, ossia Lufthansa, la quale ha trasportato ben 130 milioni di passeggeri nel 2017, mentre la nostra compagnia poco più di 20 milioni.. Certo è necessario anche sottolineare che Alitalia ha meno di 12 mila dipendenti (prima della crisi erano 20 mila), e una flotta di velivoli per ovvie ragioni non paragonabile, mentre la compagnia tedesca ha 130 mila dipendenti. Non regge proprio il confronto.

Se fosse portato a termine il progetto di una nuova compagnia, una newco con Fs, le prospettive potrebbero cambiare in termini di potenzialità ed efficienza. Intanto entro la fine di ottobre arriverà l’offerta vincolante per l’acquisizione. Sono dichiarazioni rese dal ministro Di Maio in occasione di un recente incontro con i sindacati.

La procedura di vendita e i termini saranno rispettati, secondo il ministro, che afferma:

“Si tratta di un progetto ambizioso, non rivolto al salvataggio della compagnia, ma al suo rilancio, l’esecutivo ha le idee chiare in merito.”

E aggiunge che ci sarà una dotazione di 2 miliardi, e non solo: si sta prospettando la conversione di una parte del finanziamento che Alitalia ha ricevuto dallo Stato, in equity (o capitale sociale) per la newco in dirittura d’arrivo. La partecipazione dello Stato nel capitale, tramite il Mef, è dunque praticamente decisa. Parteciperebbero anche Fs (con una partnership strategica e finanziaria) e Cassa Depositi e Prestiti con finanziamenti adeguati, considerando che il piano industriale è ambizioso e prevede l’incremento della flotta di velivoli, e delle rotte a lungo raggio.

Per quel che concerne i dipendenti, il cui stipendio viene integrato da Cigs (Cassa integrazione straordinaria), in scadenza il 31 di ottobre, il vice premier Di Maio ha garantito una proroga. Nel contempo assicura ai sindacati che non vi sarà una svendita ad eventuali partner stranieri della Compagnia, il piano di rilancio presterà attenzione a tutti quei punti di vulnerabilità che hanno determinato l’amministrazione straordinaria, e portato disastri finanziari.

La Cgil auspica una soluzione in tempi brevi, la leader Susanna Camusso, dichiara: “dopo le promesse si aspettano i fatti.”

A questo riguardo, il 12 ottobre, si è tenuto l’incontro tra i rappresentanti dei sindacati e le delegazioni dei Ministeri dello Sviluppo Economico e del Lavoro – presente dunque il titolare dei due Ministeri, Luigi di Maio – sul tema della crisi di Alitalia.

 

ANCORA CROLLI NEI MERCATI, LE PIAZZE ASIATICHE LE PIU’ COLPITE

DI VIRGINIA MURRU

 

Altra pessima performance dello spread, e brutto risveglio per gli italiani, in apertura, stamattina, il differenziale è andato a 303 punti base, il tasso di rendimento a 3,57%.

A Milano l’esordio di stamani a Piazza Affari è stato in calo, a -1,5%, sulla stessa scia più o meno le borse europee. A Tokyo si registra la perdita più pesante dalla primavera scorsa, l’indice Nikkej va a -3,90%.
Lo yen si rivaluta sia nei confronti del dollaro che dell’euro.

Siamo sugli stessi livelli anche per quel che riguarda le piazze di Hong Kong, che va a . 3,78%, mentre sui listini cinesi i riflessi sono anche peggiori: Shanghai a -4,90% e Shenzhen a -5,96%.

Colpi notevoli per i personaggi più ricchi del pianeta, che hanno lasciato sul terreno fior di miliardi.

Le reazioni della borsa a Milano, non scompone il Governo, che è imperturbabile e ha scommesso sulla manovra, già peraltro respinta su diversi fronti cruciali, l’ultima bocciatura viene dall’Ufficio parlamentare al Bilancio. Ci vuole una statua di bronzo, anzi quattro (premier, i 2 vice premier e il titolare del Mef), per procedere imperterriti, nonostante i tuoni e i fulmini che come strali raggiungono il Def

Non incoraggia l’Agenzia di rating Fitch, la quale aveva già ‘minacciato’ il declassamento, ora in un comunicato fa sapere che i rischi sono alti per quel che concerne i target fissati nella manovra. Si faranno sentire, secondo Fitch, a partire dal 2020. E’ la politica di bilancio ad essere dunque messa in discussione, la quale, secondo l’Agenzia, è la chiave di valutazione sul rating sovrano del Paese.

Per quel che concerne il voto in pagella, assegna un BBB, il che significa che si fa presto, con i rischi insiti nella manovra, a finire nell’anticamera del livello speculativo, e non è remota l’ipotesi, in questo caso, del default.

Secondo Fitch, solo nel 2020 il Governo punta ad una riduzione del deficit, che dovrebbe attestarsi, secondo i target, sul 2,1% del Pil. Ma l’Agenzia si aspetta invece il 2,6%, il che significa che le stime sul rapporto debito/Pil sono più alte rispetto a quelle previste sulla Nota di Aggiornamento al Def.

Le borse europee, come si è accennato, in mattinata vanno in rosso profondo, con un volume di vendite le cui raffiche non tardano a raggiungere Wall Street, dove si è innescato un sell off che ha contribuito poi anche al crollo delle piazze asiatiche.

Questi sono i mercati, sensibilissimi per loro natura, all’instabilità, e questa volta, oltre alle previsioni al ribasso sulla crescita mondiale del FMI – che stima una flessione rispetto al precedente outlook – e ai timori riguardanti la guerra commerciale sui dazi tra Cina e Usa, ci sono scosse in negativo anche sul versante Italia, diventata focolaio di contagio in Europa, e non solo.

Mentre in Europa le perdite non sono molto consistenti, a Wall Street il Nasdaq è andato a -4%, batosta che non si verificava da alcuni anni a questa parte.

E a questi scenari non propriamente tranquillizzanti, si aggiunge anche l’insofferenza del presidente Usa, Donald Trump, che come sappiamo, è personaggio piuttosto reattivo, e ai suoi bersagli non le manda a dire. Nel corso di un’intervista, ha accusato la Fed di avere causato il sell off nei mercati, definendo “pazze” le sue strategie finanziarie.

ALLARME SUI COSTI DEI CONTI CORRENTI: +60% RISPETTO A GENNAIO

DI VIRGINIA MURRU
Risparmiare costa sempre di più, l’allarme viene dall’ultimo osservatorio di SosTariffe.it, il quale mette in rapporto e analizza i costi sostenuti dai titolari di Conti correnti, che affidano i propri risparmi ad un istituto di credito.
L’analisi e la comparazione delle tariffe sono in continuo aggiornamento, grazie ad un team di esperti che lavorano per Sos Tariffe (il sito è stato insignito del riconoscimento “Sito Web dell’anno 2015”) i quali confrontano i dati in modo indipendente.
Fineco, Cariparma, Unipol Banca, Webank, CheBanca, Hello Bank, sono solo alcune delle banche i cui costi vengono continuamente monitorati e, cosa non trascurabile, per il risparmiatore che volesse avere un’idea chiara sulla gestione più conveniente del suo risparmio, Sos Tariffe offre un servizio gratuito, consentendo di comparare le diverse offerte disponibili sul mercato, tenendo conto in particolare delle esigenze stesse di coloro che si avvicinano pieni di dubbi al mondo del risparmio e ad un istituto di credito.
Il Conto Deposito orienta sul rendimento dei propri risparmi, attraverso il comparatore di Sos Tariffe. Ma il servizio di comparazione costi è disponibile anche per chi ha esigenze di un certo numero di movimenti bancari, quali Bonifici e Prelievi; orienta verso le offerte di conti correnti a Zero spese, Operazioni Incluse, Senza imposta di bollo, Conto Online ecc. Tutto questo tramite una tabella chiara, consultabile proprio per avere una proiezione diretta dei costi stabiliti dalle Banche messe a confronto.
I profili pertanto sono diversi: Conto Giovani, Conto Minori, Conto Famiglie, Conto Pensionati ed altre tipologie rispondenti agli interessi e alla condizione specifica del richiedente.
Attraverso l’osservatorio di Sos Tariffe, dunque, si può constatare che affidare i propri risparmi in forma di assegno o in contanti allo sportello di una banca, costa attualmente fino al 60% in più rispetto ai primi mesi dell’anno.
Si tratta di costi che schizzano in alto allorché si considerano le banche online, quelle che sul territorio italiano hanno poche filiali. Ma gestire il risparmio è diventato oneroso anche nelle banche presenti ovunque sul territorio delle diverse regioni; incide soprattutto il costo relativo alle commissioni sui bonifici, con un rincaro dell’11%. Una nota positiva, tra le tante dolenti: mentre a gennaio la banca caricava 3 euro per l’accredito dello stipendio, ora l’operazione è gratuita.
E tuttavia il prelievo allo sportello, secondo i dati di Sos Tariffe, ha un costo pari al 48% in più, così come aumenta il canone per la carta di credito. Un altro ‘morso’ ai risparmi viene dal versante dei prelevamenti con bancomat, tramite gli sportelli di un altro istituto di credito, si tratta del 19% in più.
Aumentano in generale le operazioni richieste in filiale, e i servizi accessori al conto. Come già si è accennato, si è verificato un balzo dei costi riguardanti la gestione del risparmio sulle Banche Online, il 60% in più rappresenta un autentico allarme nell’ambito del settore bancario, e pesa soprattutto sui versamenti di assegni e contanti.
Da circa 50 centesimi si è passati alla soglia di 1 euro. Non si parli poi del prelievo di contanti allo sportello, siamo a poco meno in termini di rincari, ma si tratta comunque di costi pesanti per il risparmiatore.
Secondo l’analisi di questi dati, i tempi si presentano ancora più difficili per chi affida il frutto dei propri risparmi ad un istituto di credito, che deve pure fare i conti con un certo margine di rischio, vista l’esperienza di coloro che hanno affidato le loro risorse a istituti che, sul piano della solidità, non sono “infallibili”.
A togliere la pace infine arrivano i messaggi più o meno eloquenti del ministro degli Interni, il quale sostiene che nel caso le iniziative del Governo non dovessero volgere per il meglio “gli italiani ci darebbero generosamente una mano..”
Non occorre poi tanto acume per concludere che i tempi viaggiano su prospettive di grande incertezza, e che nessun risparmiatore, oggi, può ritenere le risorse affidate ad un istituto di credito al sicuro; insomma, all’insidia del bail-in si aggiunge anche lo spettro del default dello Stato.

I RAPPORTI TRA ROMA E BRUXELLES SCORRONO SU TRALICCI AD ALTA TENSIONE

DI VIRGINIA MURRU

 

Le riserve e la diffidenza nei confronti del nuovo Governo italiano, da parte dell’Unione europea e dei suoi più autorevoli rappresentanti, è iniziata con le polemiche sul modo in cui il ministero dell’Interno ha scelto di gestire le politiche sull’immigrazione.

Non c’è intesa e non potrà essercene con una logica di chiusura dei confini e lo slogan “prima gli italiani”, al di là di ogni considerazione etica, al di là di quell’ecatombe che da anni è diventato il Mediterraneo.

E c’è però l’altra faccia della medaglia: l’Italia non può continuare a gestire ‘flotte’ di migranti con una scarsa regolamentazione da parte dell’Ue, solo perché le sue caratteristiche geografiche ne facilitano l’approdo, occorrono sicuramente misure efficaci per disciplinare in modo equo l’arrivo dei flussi di disperati che provengono soprattutto dal nord Africa.

La condivisione dell’accoglienza deve rientrare in un piano d’interventi volto alla responsabilizzazione di tutti gli Stati dell’Unione, non è una questione di stanziamento di fondi a supporto del notevole peso economico che grava sui paesi che accolgono, è la gestione e le implicazioni insite nei processi d’integrazione che preoccupa.

Nonostante le politiche socio-integrative messe in atto dal Ministero del lavoro, volte a rendere sostenibile il fenomeno, è difficile arrivare all’obiettivo di portare all’autonomia questi diseredati, che si trascinano dietro storie travagliate di violenza e miseria. Lo sbando e le storie di emarginazione che ne conseguono, emergono ogni giorno anche dai fatti di cronaca; vi sono ragioni sensate per disciplinare il flusso degli arrivi, non ve ne sono per il rifiuto e la chiusura a prescindere, non si può certamente giustificare l’intento di volgere lo sguardo altrove e lavarsene le mani.

In seguito all’approvazione della Nota di aggiornamento al Def, i rapporti tra Governo italiano e Bruxelles, sono diventati quasi roventi. I conti pubblici italiani, secondo la Commissione europea, erano tutt’altro che a norma anche negli anni scorsi, secondo i parametri Deficit/Pil che dovevano essere rispettati.

Materia del “contendere” è la scelta dell’attuale governo di sforare il 2%, e portarsi al 2,4%, mentre l’Italia vive una fase delicatissima di transizione, già nel mirino dei mercati, con uno spread che è ultrasensibile ad ogni dichiarazione che comporti minacce d’instabilità. Uno spread che, per i conti pubblici, sta diventando un ordigno per il differenziale di rendimento e gli interessi passivi che vanno ad aggravare la precarietà sul piano finanziario.

E l’attrito arriva dall’Unione e dagli esponenti politici delle economie più solide in Europa, per tutti la manovra espansiva posta in essere dal Governo è piena d’insidie. C’è del coraggio, guidato dal forte impulso di una svolta, ma i riflessi già spaventano.

Anche i quotidiani economici più autorevoli sono allarmati dalle mire espansive del nuovo Governo, il Financial Times in particolare, che ritiene pericoloso questo procedere spavaldo, e sostiene che più o meno queste scelte equivalgano a “mettere un dito nell’occhio dei partener dell’Ue”. Aggiungendo che il ministro Tria sta cercando di contenere l’esuberanza dei vertici del Governo, e qualora decidesse di lasciare le redini, la situazione precipiterebbe. “E’ una politica di bilancio azzardata – sottolinea il quotidiano londinese – che vira in modo pericoloso rispetto alle regole fissate dall’Ue in questo ambito.”

Intanto per oggi è prevista un nuovo vertice del Governo; secondo Reuters, che fa riferimento a fonti governative della Lega, si è già deciso un passo indietro: ossia di rendere meno traumatico l’impatto sul rialzo del deficit/Pil. La misura del 2,4% sarà rivolta solo al 2019, non all’intero triennio. Si è dunque previsto di portarla al 2,2% nel 2020 e al 2% nel 2021.

Una lieve revisione che tende a rendere più soft il rapporto deficit/Pil nei prossimi anni, ma, secondo i due vice premier, Salvini e Di Maio, non si cambierà di un micron la sostanza della misura, considerata lungimirante per le classi meno abbienti. Il ministro degli Interni intanto tuona contro Bruxelles, che ieri, con le sue dichiarazioni, avrebbe fatto compiere un balzo ancora più negativo allo spread, arrivato ad oltre 300 punti base, causando ulteriori disastri in borsa.

E potremmo essere pronti ad imboccare la via della procedura d’infrazione, visto che le norme di rispetto sul fiscal compact, di fatto sono state ignorate.
Secondo l’ex ministro delle Finanze greco, Yanis Varoufakis, in una intervista pubblicata da Agi, l’economia italiana già non è sostenibile in area euro, la recente approvazione delle misure contenute nella manovra del governo, non potrà cambiare di molto le sorti del Paese. Varoufakis del resto è sempre stato contrario alle politiche europee del Fiscal Compact, ma anche il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, aveva più volte espresso il suo dissenso in merito negli anni scorsi.

Sono tanti i paesi, e diciamo pure le economie più solide dell’Unione, che tentano di superare i parametri rigidi imposti dalle sue politiche, andando al di là delle misure che possono mettere a rischio la sostenibilità finanziaria (nell’Ue), con una deviazione dagli obiettivi di austerità espansiva.

Recentemente, il ministro per gli Affari europei, Paolo Savona, ha inviato alla Commissione europea un documento, nel quale si chiede una riforma delle politiche e misure stabilite dalla Ce, perché sarebbero superate, e occorre un dinamismo più adeguato alle esigenze degli Stati che ne fanno parte, in particolare la normativa sul Fiscal Compact (o Patto Intergovernativo di Bilancio europeo), che in qualche modo risulterebbe contorto.

Negli anni scorsi, il ministro Padoan, in più occasioni aveva chiesto una revisione delle sue regole, e si era peraltro cominciato a lavorare a Bruxelles in tale senso, ma poi ne è stato bloccato il corso. In realtà il Fiscal Compact non lo vuole nessuno, né si vorrebbe che fosse incorporato nei Trattati dell’Unione (come stabilisce l’articolo 16 del Fc).

Secondo gli esperti in questo ambito, le regole adottate dall’Ocse in questo genere di ‘conteggi’, sarebbe meno rigida di quella dell’Unione europea. Ma vi sono due ‘sentinelle’ a garanzia del rigore, e sorvegliano la roccaforte dell’euro: la Bce e la Commissione europea, entrambe convinte della severità delle misure di politica economica, e della necessità d’incrementare il processo di attuazione delle riforme strutturali, affinché si garantisca la tenuta dell’Eurozona, e si stimolino tutti i fattori potenziali di crescita, dall’occupazione agli investimenti. Insomma: migliorare i conti pubblici e la governance. Portare gradualmente il debito pubblico al 60% del Pil.

L’economista e ministro Savona, attraverso il suo documento trasmesso alla Ce, vuole mettere in rilievo il ruolo di un’”Europa dentro la Storia, non all’interno di schemi econometrici”. Necessaria, dunque, una riforma interna (che preveda un bilancio pubblico europeo), cominciando da quella dei singoli Stati, sui quali è necessario avviare un’estrapolazione degli investimenti pubblici dalla valutazione dei bilanci, mediante un’attenta verifica dei moltiplicatori.

Una cosa è certa: il fiscal compact, o Patto di bilancio, danneggia l’Italia e i suoi conti, ma anche altri paesi, la Spagna e la Francia a loro volta hanno da tempo presentato rimostranze al riguardo alla Ce.

OGGI DIMEZZATO IL QE: 15 MILIARDI AL MESE. IMPLICAZIONI NELL’ECONOMIA ITALIANA

DI VIRGINIA MURRU

 

Il programma di riduzione degli stimoli monetari da parte della Bce,  iniziato nel 2017, prosegue: da oggi il Quantitative Easing sarà ancora dimezzato, e gli acquisti di titoli saranno ridotti a 15 miliardi di euro al mese, fino al 31 dicembre, quando la politica monetaria di ‘accomodamento’ sarà completamente azzerata.

Durante il corso dell’ultima conferenza stampa del 13 settembre scorso, la  BCE ha ricordato che al momento è ancora prematuro parlare della possibilità d’incrementare i tassi di interesse.

La Banca Centrale Europea ha tuttavia assicurato, dopo l’ultima riunione del Consiglio Direttivo, che la sua attività continuerà sul mercato, attraverso il reinvestimento delle somme derivanti dal rimborso dei titoli acquistati, per un tempo “abbastanza esteso”, dopo la fine del Qe. In ogni caso, aveva affermato il presidente Draghi, il tempo necessario a “mantenere condizioni di liquidità favorevoli, e un conseguente livello di accomodamento monetario” – “Gli acquisti restano parte degli strumenti di politica monetaria che potranno essere utilizzati in particolari situazioni”.

Vigilanza, insomma, affinché le ottime performance raggiunte dall’economia dei Paesi dell’Eurozona, non subiscano ‘traumi’ in seguito alla sospensione dell’acquisto di asset. Attualmente, l’economia europea,  evidenzia un trend di crescita solido, malgrado le incidenze negative legate alla politica del protezionismo portata avanti dall’establishment Usa, e al conseguente clima d’incertezza a livello globale, soprattutto a danno delle economie emergenti.

In Eurozona dunque si viaggia sicuri, e nonostante qualche  incertezza riscontrata negli indicatori economici, che tuttavia non compromette la solidità dell’area. Nemmeno il clima di sfiducia sulla politica italiana, ha finora creato problemi seri ‘di contagio’, i mercati, dopo le reazioni negative non durate a lungo, si sono ricomposti, e non si sono verificati riflessi preoccupanti sull’andamento dell’economia negli altri paesi della zona euro.

Uno dei più importanti investitori a livello globale in obbligazioni, Pimco, circa un anno fa, aveva pronosticato, in riferimento alla fine del Qe, un clima “nefasto” per l’Italia, che avrebbe raggiunto il suo epilogo drammatico con la ‘vendita’ del debito, e un incremento d’interessi tale da compromettere del tutto la crescita economica. Pimco (Pacific Investiment Company Management, LLC), è una nota azienda californiana di gestione globale degli investimenti, che opera in titoli a reddito fisso.

Il ‘top’ di questo dissesto, secondo i dirigenti di Pimco,  avrebbe portato al “bail-out”, con una congiuntura insostenibile sul piano economico-finanziario. Il resoconto di questo ‘infausto outlook’, era stato pubblicato dal ‘Telegraph’ lo scorso anno.

L’ottimismo, ad un anno di distanza, non è poi migliorato di molto, e proprio le recenti iniziative di politica economica avviate dal Governo, non aiutano ad intravedere solide  prospettive per il Paese.

Intanto la Bce ha rivisto al ribasso, sia pure di poco, le previsioni di crescita per l’anno in corso e il 2019; ma restano ancora in positive per quel che concerne l’area euro. Il Pil, secondo le stime, subisce una lieve flessione, passando al 2% (dal 2,1%) nel 2018; mentre nel 2019, passerà dall’1,9% all’1,8%. Confermate le stime per il 2020, che restano all’1,7%. L’obiettivo inflazione al 2%, non è stato ancora raggiunto, ma ha fatto notevoli passi avanti, le stime per il triennio 2018/20, restano all’1,7%.

Fermi i tassi ufficiali, quindi confermati a -0% (tasso di riferimento) e lo 0,40% quello sui depositi alla Bce – tasso di rifinanziamento marginale 0,25%. I tassi non subiranno variazioni fino all’estate del 2019, secondo le decisioni prese all’unanimità dal Consiglio Direttivo della Bce, o comunque, come precisa il presidente Draghi, “il tempo necessario affinché la crescita dell’inflazione segua il trend di aspettative orientato al 2%”.

Secondo alcuni economisti ed esperti, non sarebbero tanto i conti pubblici in Italia a subire le conseguenze del mancato sostegno del Qe, ma piuttosto il settore privato dell’economia. La Bce ha in ogni caso assicurato che non abbandonerà il mercato, e non lascerà ‘sola’ l’economia dell’area euro, in caso di difficoltà, dopo la fine della politica monetaria espansiva, proprio perché, come ha precisato,  continuerà ad acquistare titoli di stato tramite l’investimento di quelli in scadenza.

Fin qui le risoluzioni dell’attuale Consiglio Direttivo, ma la situazione potrebbe subire variazioni nel 2019, anno in cui è previsto il cambio di guardia ai vertici della Bce. A questo punto potrebbero mutare le condizioni per quei paesi dell’area euro, la cui economia, presenta ancora fragilità.

A partire da febbraio/marzo scorso, intanto, si è fermata la corsa del ‘super euro’, che già a settembre 2017, aveva quasi raggiunto quota 1,21 nel cambio col dollaro, conseguenza positiva scaturita anche dal sentiment che si era venuto a creare nei mercati in seguito alla pubblicazione dell’indice PMI (Purchasing Managers Index, ossia Indice dei Direttori agli Acquisti), schizzato a quota 60, 6. Tenendo conto che si considera positivo già quando supera quota 50.

La corsa dell’euro,  ha raggiunto il culmine nel cambio col dollaro (1,23 – apprezzandosi del 2,5%)), intorno alla seconda settimana di gennaio,  ma dietro questi risultati c’era anche la debolezza del biglietto verde, che nei mesi successivi invece a ripreso la sua forza.

La forza acquistata dall’euro aveva comunque a inizio anno  destato  perplessità e riserve, dato che un euro così forte, col tempo, avrebbe potuto innescare riflessi negativi per l’export europeo, soprattutto nei paesi dell’Eurozona. I trader si sono orientati verso l’euro, quando ha cominciato ad allentare il programma di acquisto di titoli, creando di fatto un rafforzamento della divisa europea. Rientrata poi, in termini di rapporto con il dollaro, in primavera ed estate, quando appunto, come si è accennato, il dollaro ha ripreso vigore.

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APPROVATA LA NOTA DI AGGIORNAMENTO AL DEF. DOVE CI PORTERA’ QUESTO “GIOCO D’AZZARDO”?

DI VIRGINIA MURRU

 

Dunque hanno vinto loro, i due Vice-premier Di Maio e Salvini (ma Conte esiste nel ruolo di Presidente del Consiglio?), si va a sforare il 2% di deficit sul Pil, l’accordo è esattamente per 2,4% per 3 anni; il ‘dopo virgola’, in termini di miliardi, non sono comunque bruscolini..

In tutto il ‘prestito’ ammonta a 27 miliardi di euro. Una manovra rischiosissima: la Nota di Aggiornamento al Def è stata varata ieri notte, era il limite di tempo richiesto (manca il lasciapassare del Presidente Mattarella, ma non dovrebbero esserci intralci). Nonostante gli entusiasmi dei due alleati, Di Maio e Salvini, l’Italia è fortemente esposta al rischio: con le risorse disponibili anche nei prossimi anni, potrebbe non riuscire a trainare un carro con un indebitamento così pesante.

Intanto non c’è il placet dei mercati, che anzi sussultano e si rivoltano alla scelta di politica economica del Governo, all’ennesimo stato di allerta sui conti pubblici, all’instabilità che ne consegue.

Si renderanno disponibili dunque 10 mld per il reddito di cittadinanza (e pensioni di cittadinanza), dei quali beneficeranno circa 6,5 milioni di persone. 1,5 mld saranno destinati a coloro che hano subito truffe dalle banche, più o meno a titolo di rimborso. A gennaio non dovrebbero scattare le clausole di salvaguardia Iva; è previsto un limite di tasse del 15% per un milione di persone, e pax fiscale, con ‘chiusura’ di cartelle esattoriali e contenziosi con liti pendenti, fino ad un importo di 100 mila euro.

Il tutto dovrebbe rientrare nel ‘prestito’ (o meglio indebitamento) di 27 miliardi di euro. Nel 2019 pertanto, il rapporto deficit/Pil sarà pari al 2,4%. E il contratto di Governo è salvo, si dovevano a tutti i costi mantenere le promesse solenni fatte in campagna elettorale, e per questo il titolare del Mef, Giovanni Tria, è stato quasi minacciato d’essere perfino destituito.

E’ da irresponsabili esultare e sostenere che ha “vinto il popolo”, il popolo è nelle mani di questi politici digiuni d’esperienza, che finora ha fatto di tutto per foraggiare gli entusiasmi delle famiglie che hanno necessità di sostegno e certezze. La realtà però è un’altra cosa, è fatta di numeri che devono tornare, di conti che devono avere precisi riscontri, di impegni con l’Ue che devono essere rispettati.

Finora, la Commissione europea è stata fin troppo duttile nei confronti delle richieste di flessibilità del Governo (anche quello precedente), ora c’è un vero e proprio stato di allarme. Siamo sorvegliati speciali, e i richiami continui all’ordine, diventano un’umiliazione, se si considera che, nonostante tutto, l’Italia ha una notevole potenzialità, sul versante industriale siamo la seconda potenza in Europa.

Ma i conti sono in perenne scostamento dai parametri, e questa volta le sanzioni sono nell’aria, il monito del resto è già arrivato da Bruxelles. Se poi l’ambizioso progetto varato dal Governo dovesse tradire le aspettative, e i conti dovessero sprofondare in un girone infernale ancora più nero, in zona euro potrebbero metterci alla porta per incompatibilità con i Trattati a suo tempo firmati.

La Germania vorrebbe uscire volontariamente dal sistema Euro, ma perché non vuole più saperne di “risk-shared” . Per l’Italia il discorso è diverso: andrebbe via perché non sussistono più le condizioni per il rispetto dei parametri. Non si tratta di catastrofismo se in una simile congiuntura s’intravede lo spettro del default. In recessione già eravamo nel 2014.

Inutilmente ci si chiede perché, un’Italia che ha necessità d’investimenti in infrastrutture, di creare nuova energia nel versante occupazionale, disperda mezzi così consistenti con l’assistenzialismo. I 10 miliardi destinati al reddito di cittadinanza, diventano in gran parte una dispersione di risorse, e avrebbero invece potuto essere investiti in opere pubbliche, delle quali si ha un gran bisogno. Intanto, molti edifici scolastici, solo per citare una delle tante lacune, sono fatiscenti, quando non ruderi. Perché non investire una parte di questi miliardi per la costruzione di nuove strutture, incrementando l’occupazione e dando l’opportunità ai lavoratori di guadagnare dignitosamente uno stipendio?

Non si può capire questa smania di accattivarsi la simpatia della gente in modo sterile, e sul piano economico assolutamente deviante.

Noi cittadini, impotenti davanti agli esiti di questi azzardi, possiamo solo sperare che abbiano ragione loro, ossia Conte & company, gli esponenti del governo che hanno tentato questa via, ma non si può mettere a tacere la ragione, non si può investire solo sull’intraprendenza. Questa volta l’Italia è nelle mani dei funamboli, di chi si sta giocando il futuro del Paese con scommesse in cui il rischio è la posta in gioco, e qualora si precipitasse da quell’asse, non ci sarebbero coperture per la salvezza.

I mercati si stanno rivoltando perché un’Italia che viaggia con i conti così in dissesto, e un debito pubblico schiacciante, ha necessità di un percorso sicuro, il livello di rischio è altissimo. Giovanni Tria questo lo sa, non ha certamente ceduto a Salvini e Di Maio di buon grado, davanti a scelte di politica economica di questa portata. L’Italia si aspetta atti di governo che implichino una svolta, certamente, ma con una buona dose di buonsenso, non si può andare allo sbaraglio nello stato in cui ci troviamo.

Da quest’anno la crescita è in flessione, dopo oltre 3 anni di progressi: numeri, non opinioni. Per il 2019 agli Outlook delle Agenzie di rating, esperti, economisti e Organizzazioni internazionali, non sono orientati verso l’ottimismo.
La pariglia Di Maio-Salvini replica che non c’è nulla da temere, “i mercati se ne faranno una ragione”, lo sforamento del deficit è stato presentato come una vittoria. Ma i 27 miliardi dovranno rientrare nel volgere del breve periodo, e garanzie al riguardo non ce ne sono.

Si replica che il reddito di cittadinanza se lo può permettere la Germania, dunque perché non provarci anche noi? Certo che i tedeschi possono permetterselo, con una “dispensa” ben più fornita della nostra, trattandosi della prima potenza economica dell’Ue, quella che traina l’Eurozona.

E’ un confronto da irresponsabili, questo, basterebbe dare uno sguardo al differenziale di rendimento – che peraltro stamattina è schizzato fino ad oltre 280 punti base – per capire in quale tunnel poco illuminato ci stiamo inoltrando. O un semplice sguardo ai decennali del Tesoro tedeschi per capire che si sta paragonando il giorno con la notte.
No, i mercati non hanno brindato con i ministri che hanno approvato questo salto nel buio. Nessun cittadino, tuttavia, dovrebbe augurarsi che questa manovra sia l’anticamera di un’erta.

Sono tante le promesse fatte agli italiani, ma le promesse diventano poi “debiti”, nella vera accezione del termine. Con un debito pubblico che marcia ad oltre 2.330 miliardi, e un debito pro capite di oltre 38.700 euro, c’è poco da scherzare, e da azzardare.

Anche Francia e Spagna andranno oltre le transenne dei parametri imposti dai Trattati, lo hanno già reso noto a Bruxelles, che prevedono un deficit per il prossimo anno di circa 2,8% sul Pil. Ma la Spagna, nel 2017 ha marciato con un Pil pro capite superiore al nostro, ci ha superato. Un Pil misurato in PPP, ossia Power Purchasing Parity – tenendo conto della parità del potere d’acquisto.

Un governo ambizioso, il nostro, e questo poco male; quando si “va a fare la spesa”, se si eccede, si possono firmare cambiali, ma devono esserci garanzie e garanti.
Senza dimenticare che il primo di ottobre, il Quantitative Easing continuerà il suo processo di tapering (ché di questo infine si tratta), e verrà dimezzato ancora, passando dagli attuali 30 mld ai 15 mld al mese, fino al 31 dicembre prossimo.

Per un Paese che ha i conti in dissesto come l’Italia, il Qe è stato provvidenziale,  aiuto notevole l’acquisto di asset ogni mese da parte della Bce. Il venir meno della politica monetaria espansiva, per noi sarà una certezza e un sostegno dei quali si avvertirà la mancanza, e non dettagli di poco conto.

Non si può dire oggi che l’Italia sia al di là della sponda; anche se i due ‘Caronti’ al governo hanno chiesto di apparecchiare il tavolo con una mensa allettante, e tanta abbondanza, non è detto che possano permettersi poi di “pagare il conto”.

Speriamo che non sia così, per il popolo, una parola fin troppo abusata nel 2018, ma lo spread a quota 280 punti base, non è un buon auspicio, e nemmeno il rendimento dei Btp a 10 anni, che supera il limite di guardia del 3%..

BOERI: “CONTROLLARE LA PRESENZA DEI MIGRANTI, PROBLEMA SERISSIMO PER I FLUSSI CONTRIBUTIVI”

DI VIRGINIA MURRU

 

Il presidente dell’Inps Tito Boeri non usa eufemismi per mettere in rilievo il rischio che comporta per il sistema pensionistico la riduzione del flusso di migranti. lo ha espresso con toni preoccupanti nel corso del suo intervento al Festival del Lavoro, che si è tenuto a Milano al  Centro Congressi Mi.Co, il 28 giugno ( si concluderà oggi).

All’appuntamento annuale, organizzato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro, giunto alla sua nona edizione, erano presenti 270 ospiti, tra i quali il ministro del Lavoro Luigi Di Maio e il ministro dell’Interno Matteo Salvini, accademici ed esperti a vario titolo del tema ‘Lavoro’.

Nel suo intervento, il presidente dell’Inps ha fatto considerazioni importanti, che mettono in discussione la politica di controllo sui migranti  portata avanti dal Governo, e che peraltro sta infervorando il dibattito in ambito europeo, suscitando anche tensioni non facilmente superabili.

Ora le contrapposizioni interne in tema di flussi migratori emergono chiare dalle dichiarazioni di Boeri:

“Stanno diventando preoccupanti gli scenari sulla spesa pensionistica, a causa del controllo dei flussi migratori. Sul piano demografico in Italia è in atto un calo delle nascite rilevante, il sistema pensionistico non è in grado di adattarsi a questo fenomeno, a causa delle forte interdipendenza, si tratta di un problema serissimo, e riguarda l’immediato.”

“Volenti o nolenti – ha proseguito Boeri – la costante presenza dei migranti può aiutarci a gestire questa difficile transizione demografica. Quand’anche ci fosse in Italia un’inversione di tendenza a livello demografico, ci vorrebbero almeno 20 anni prima che questi contribuenti fossero in grado di compensare il gap col versamento dei contributi. Attualmente questo flusso contributivo  per il sistema pensionistico è importante, con la diminuzione dei flussi, l’arrivo di migranti “comincia ad essere non più sufficiente” a controbilanciare “il calo degli autoctoni.”

Affermazioni in linea con l’Ufficio parlamentare di bilancio, che proprio il giorno prima (il 27 giugno)  aveva ricordato in una relazione, l’importanza dell’arrivo degli immigrati per i conti pubblici, per le stesse ragioni sottolineate dal presidente dell’Inps, ossia il sostegno contributivo.

In evidente contrapposizione con le recenti misure adottate dal ministro dell’Interno Matteo Salvini, il quale, anche attraverso un tweet, ha espresso tutto il suo dissenso nei confronti delle dichiarazioni di Boeri:

“Secondo Boeri, presidente dell’Inps, la “riduzione dei flussi migratori” è preoccupante, perché sono gli immigrati a pagare le pensioni degli italiani…..
E la legge Fornero non si tocca.
Ma basta!!!”

Al Festival del Lavoro ancora in corso a Milano, Boeri ha fatto anche riferimento alla “quota 100”, riforma che dovrebbe permettere di neutralizzare la legge Fornero, ma che avrebbe riflessi non di poco conto sulla spesa pensionistica, e non solo: non migliora il rapporto tra pensionati e lavoratori. Boeri sottolinea il fatto che aumenterebbe il numero dei pensionati, circa un milione, ma diminuirebbero i lavoratori per via delle tasse sul prelievo pensionistico.

Il presidente dell’Inps ha poi espresso qualche considerazione sulle cosiddette “pensioni d’oro”:

“interventi di questo tipo, sono auspicabili nel momento in cui il debito pubblico è molto alto, e quando si volesse abbassare la pressione fiscale sul lavoro finalizzata al rilancio dell’economia.”

RAPPORTO CSC: “L’ITALIA CRESCE, MA TROPPO POCO, PLAUSIBILE MANOVRA CORRETTIVA”

DI VIRGINIA MURRU

 

Secondo il Centro Studi Confindustria (CsC), l’economia italiana sta rallentando più di quanto ci si aspettasse nelle stime di dicembre 2017. I riscontri, per quel che concerne il tasso di crescita del Pil, sono infatti inferiori rispetto ai target: -0,2%, ossia, non la crescita del +1,5%, ma del +1,3% in termini reali. Gli economisti ed esperti del Centro studi di Viale dell’Astronomia, prevedono anche per il 2019 una flessione più ampia rispetto alle aspettative, ossia +1,1%. L’analisi riguarda il biennio 2018/19.

Secondo gli studi del Centro, la decelerazione nella crescita prosegue in modo graduale, e tanti sono i fattori che hanno inciso nella determinazione di queste dinamiche ‘involutive’.

A questo punto diventa ragionevole e ‘plausibile’ una manovra correttiva, stimata dell’ordine di 9 miliardi di euro. L’aggiustamento richiesto per il 2018, sarebbe pari allo 0,5% del Pil, mentre il  prossimo anno, si dovrebbe intervenire con  0,6 punti (equivalgono a circa 11 miliardi). Sarebbe più o meno l’equivalente del valore della clausola di salvaguardia, qualora fosse stata attivata.

Nelle previsioni sui conti concernenti il 2019, c’è l’ipotesi di sterilizzazione completa delle clausole di salvaguardia Iva, che peraltro è stata inserita nella risoluzione di maggioranza del 19 giugno, al Documento di Economia e Finanza. La copertura della sterilizzazione Iva dovrebbe attuarsi attraverso la già annunciata manovra di agevolazioni fiscali  sulle imposte dirette, e di un previsto aumento di quelle in conto capitale. Non vi sarà, come per gli anni scorsi, finanziamento in deficit.

I rischi, secondo il Centro studi Confindustria, per la crescita dell’economia italiana sono dietro la porta, soprattutto in riferimento allo scenario globale, che ultimamente ha presentato serie ragioni d’incertezza e tante incognite. Le politiche protezionistiche e le recenti misure d’inasprimento sui dazi, portate avanti dal governo americano, sono motivo di preoccupazione, non solo in Italia, ma in tutta l’Unione europea (e oltre com’è noto). I riflessi di queste politiche economiche sul nostro export sono stati severi, e potrebbero essere causa di un ulteriore rallentamento dell’economia, qualora il conflitto commerciale in atto dovesse proseguire in modo spregiudicato.

Intanto è pesante, sempre secondo il CsC, la flessione della domanda estera, e la conclusione del ciclo positivo degli investimenti sul piano nazionale, dinamiche negative derivanti dalle condizioni d’incertezza in cui si muovono gli operatori economici, sia in ambito internazionale che interno. Sull’aumento rilevante riscontrato negli anni scorsi, s’inserisce poi “un aggiustamento fisiologico”.

La crescita a livello globale dell’export, rimane stabile e positiva nel biennio considerato, trainata anche dal crescente sviluppo delle maggiori economie emergenti. Nonostante le incertezze sui tanti fronti dello scenario internazionale, non si avvertono scosse che fanno pensare ad un’inversione del trend, ossia alla fine del ciclo di espansione globale. Incoraggianti i ritmi degli scambi, anche se ci sono da considerare i rischi al ribasso, proprio per le dinamiche insite negli scambi globali, dove entrano in merito le politiche protezionistiche degli Usa, oltre alle incognite fisse che riguardano le tensioni geopolitiche, fattori che mettono in gioco la stabilità, con annesse le ripercussioni sui mercati finanziari. Il rialzo dei tassi (da parte della Fed) potrebbe causare “turbolenze” finanziarie nei mercati emergenti.

Sullo sfondo di questo panorama economico globale, il CsC  opta per una revisione al ribasso sulle previsioni relative al 2018, per quel che riguarda l’export del Paese di beni e servizi (che incide per circa il 32% sul Pil). Dopo un 2017 all’insegna del boom nell’export, si assisterà ad una contrazione della domanda mondiale nel biennio considerato. Non accadeva dal 2013, ossia da quando il Paese stava imboccando la via della recessione. Si perderanno, in considerazione di queste valutazioni, consistenti quote di mercato.

Del resto, un primo segnale di questa inversione di tendenza nell’export, si è avuta nel primo trimestre del corrente anno. In conto sui dati negativi riscontrati, il rafforzamento del cambio dell’euro soprattutto nella seconda metà del 2017, e nei primi mesi del 2018. Un riflesso negativo deriva anche dalla contrazione degli scambi esteri dei paesi europei, che ha notevolmente penalizzato l’export italiano.

Si legge nel rapporto del CsC:

“L’Italia ne ha risentito per via della specializzazione in beni semilavorati e strumentali che rispondono più rapidamente a variazioni del ciclo. Comunque, l’andamento dell’export va valutato su un

periodo più lungo, data la normale volatilità degli scambi e considerato che nel 2017 l’espansione

è stata molto sostenuta”.

Secondo Confindustria, il Pil rallenta anche a causa del clima d’incertezza, “serve un’Italia forte in un’Europa forte”.

Come si è visto, Confindustria ha fatto il punto sullo stato dell’economia italiana,  in funzione degli scenari globali, del resto non si potrebbe prescindere, anche alla luce degli ultimi allarmi provenienti dalle risoluzioni della politica economica americana.

 

“Dove va l’economia italiana, e una proposta per l’Eurozona”, è stato dunque il tema dell’incontro organizzato dai rappresentanti degli imprenditori.

In evidenza, negli studi degli economisti di Confindustria, alcuni dati macro, tra i quali lo stato dell’occupazione, che è previsto in aumento di circa l’1,0% nel biennio 2018/19, con intensità inferiore rispetto al Pil.

Nei primi mesi del 2018 ha interrotto la crescita il lavoro a tempo indeterminato, mentre si rileva un considerevole aumento di quello a termine.

Il deficit si contrae ma troppo lentamente: “dal 2,3% del Pil nel 2017, all’1,9% dell’anno in corso, e all’1,4% nel prossimo.” Tenendo conto dell’annullamento della clausola di salvaguardia, per la quale, come si è accennato, andrà in compenso l’aumento delle imposte dirette e quelle in conto capitale.

 

Il Centro Studi Confindustria sostiene l’Europa e la sicurezza che rappresenta per il Paese: “un’opportunità per tutti i paesi membri, Italia in primis”, proprio per la vulnerabilità derivante dalla crescita troppo lenta, per ragioni di fluttuazioni del ciclo, e conseguenti turbolenze dei mercati finanziari. E’ necessario migliorare “questa” Europa, secondo gli economisti del Centro, ma allontanarsene sarebbe una follia.

 

Vincenzo Boccia, presidente della Confindustria, sostiene che è presto per giudicare le scelte del governo appena insediato, saranno i mercati, giudici severi, a esprimersi al riguardo. Intanto l’Italia è attualmente a rischio per la zona euro. Boccia fa diversi riferimenti al mercato del lavoro, e si riferisce con particolare preoccupazione ai contratti a termine: “non bisogna renderli più cari”.

 

Per quel che riguarda l’Ue, tante sono state le proposte del CsC, tutte volte all’integrazione dei paesi membri, alla luce del dibattito europeo, che vede dominante la visione tedesca e il suo rapporto di forza, in virtù della solidità della sua economia. E tuttavia, sostengono gli economisti, prima di richiedere una maggiore condivisione del rischio nell’area, è necessario operare e collaborare con serietà e rigore, per la riduzione stessa del rischio, responsabilità implicita per i paesi che presentano divergenze nei conti rispetto ai parametri previsti.

 

ANCORA UNA VOLTA I MERCATI RINGHIANO CONTRO I DAZI IMPOSTI DALL’ESTABLISHMENT USA

DI VIRGINIA MURRU

 

Le “incursioni” sui dazi imposti dal governo americano colpiscono ancora, ormai a livello globale, non si salva nessuno, dall’Europa all’Asia, a Wall Street: i mercati finanziari sono impietosi e rispondono per le rime alle insidie di destabilizzazione sul versante commerciale.
La minaccia sul fronte dei dazi riguarda ora l’import di automobili, comparto che verrà colpito del 20%, misure già peraltro annunciate le scorse settimane. Nemmeno l’Unione europea ha intenzione di subire passivamente questi ‘raid’ fortemente penalizzanti per l’Europa; le contromisure sarebbero in dirittura d’arrivo, c’è una vasta gamma di prodotti made in Usa, che subirà la legge del contrappasso in questo conflitto commerciale senza esclusione di colpi.
E’ stato il Wall Street Journal a darne l’annuncio, giustificando i provvedimenti del governo americano con l’intento di arginare lo strapotere della Cina nei settori dell’Hi- tech. Ci sono nuovi piani per contenere gli investimenti in aziende partecipate da azionisti cinesi. Restrizioni che non piacciono affatto al gigante delle economie emergenti..
E prima o poi si dovrà considerare il fatto che la Cina controlla ancora parte del debito americano. I cinesi continuano a ‘comprare’ il debito Usa: proprio nel mese di febbraio hanno acquistato Treasuries per un importo pari a 8,5 miliardi di dollari, portandosi dunque a quota 1.180 miliardi, e confermandosi pertanto il primo creditore degli States.
L’Amministrazione Trump non potrà prescindere a lungo da queste valutazioni.
Mentre all’inizio di luglio partiranno i dazi americani contro il dragone, sembra prossimo il ‘pacchetto’ di misure protezionistiche per colpire il settore automobilistico europeo, altra mossa avvertita dai mercati come un’insidia pericolosa.
Intanto la produzione di motociclette dirette verso il mercato dell’Ue, sarà portata fuori dagli States, lo ha dichiarato Harley-Davidson.
A risentire in borsa delle correnti contrarie che vengono da oltre Atlantico, sono soprattutto i settori azionari del tecnologico e dell’auto, risposte nella logica dei mercati, che hanno reagito con un’escalation di vendite.
A soffrire quindi sono i settori azionari dell’auto, tecnologici e finanza, mentre Cina e Unione Europea stanno valutando le contromisure da adottare. In Europa i paesi più colpiti sono Italia e Germania, ma anche a causa di un altro conflitto in corso, di matrice tutta europea: il braccio di ferro sui migranti.
Insomma, l’establishment di Donald Trump, con le scelte di politica economica spregiudicate, continua ad insidiare gli scambi commerciali, e nel mirino c’è soprattutto la Cina e l’Ue.
Oggi in borsa le recenti dichiarazioni del presidente Usa hanno avuto l’effetto di una tempesta, Piazza Affari è stata investita da queste raffiche d’instabilità, e il risultato è che il Ftse Mib cede il 2,44%. Lo spread riprende a salire, solo da due/tre settimane, con il raggiungimento della stabilità politica, aveva perso quota. Il differenziale di rendimento ora viaggia a 247 punti base.
Come si è accennato, i crolli si sono verificati un po’ ovunque, non solo nei listini europei; anche quelli asiatici hanno sofferto il clima assolutamente sfavorevole per le contrattazioni. Non ultima Wall Street, che cede l’1,4%, in piena sintonia con il trend globale. Giù dunque il Dow Jones, che lascia sul campo l’1,45%, il Nasdaq il 2,10%, lo S&P l’1,52%. Una sorta di boomerang per gli States.
L’euro si sta rafforzando sul biglietto verde.
La politica sui dazi non piace ai mercati, ma non siamo agli esordi, già da quando erano stati annunciati  quelli su acciaio e alluminio (misure che hanno preso avvio il primo giugno), le reazioni erano state forti, ora il clima di conflitto sul piano commerciale si fa più minaccioso, la conseguenza più ovvia è l’instabilità, l’incertezza, nebbia nei rivolgimenti politici dei prossimi mesi che si traduce in perdite ormai consistenti ovunque.

CROLLANO LE BORSE ASIATICHE DOPO L’ANNUNCIO DEI NUOVI DAZI CONTRO LA CINA

DI VIRGINIA MURRU
 
Un “dèjà vu” che i mercati non hanno gradito, era già accaduto il 23 marzo scorso del resto, dopo l’annuncio del presidente Usa d’introdurre i dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio, che avrebbero in particolare colpito quelle provenienti da Pechino.
 
Si ripropone lo stesso scenario, e non solo sulle piazze asiatiche e del Pacifico. In apertura di seduta anche Piazza Affari è in calo, effetto domino che perpetua una tendenza diventata norma per i mercati finanziari, i quali agiscono come obiettivi sensibili, su onde d’urto provenienti dalle scelte più incisive della politica economica. Incidono anche le recenti risoluzioni dell’Eurotower, che ha annunciato, alcuni giorni fa, lo stop al Quantitative Easing entro dicembre.
 
L’ultima incursione dell’establishment americano non è uno scherzo: i nuovi dazi colpiranno l’import dalla Cina per un valore di circa 200 miliardi di dollari, qualora i cinesi si azzardino a proteggere a loro volta le importazioni dagli States, attraverso contromisure.
 
Per il governo cinese, che ha minacciato ritorsioni, si tratta di un autentico “ricatto”, ma tant’è: Trump ha già dimostrato che gli interessi americani vengono prima dei rapporti diplomatici, prima della distensione nelle relazioni internazionali, prima del rischio di un conflitto commerciale.
I mercati lampeggiano in rosso, e reagiscono con perdite consistenti al clima d’instabilità proveniente dalla guerra commerciale tra Cina e Usa. A Piazza Affari il Ftse Mib sta cedendo l’1,44%, in rosso anche le altre piazze europee, ma i crolli più rilevanti si riscontrano nei mercati asiatici: Shanghai cede il 3,82%, Shenzhen il 5,30%, Hong Kong perde il 2,72%.
Il Nikkei ha chiuso la sessione con un calo dell’1,73%, sulla stessa linea Taiwan.
 
Diverso il clima a Wall Street, che non ha riportato grandi turbolenze dopo le dichiarazioni di Donald Trump. L’S&P ha registrato un lieve calo: -0,40%, e il Dow Jones -0,21%, il Nasdaq ha chiuso in positivo, sia pure lievemente.
 
 

BCE. DAL 2019 FINE DEL QE E DELLA POLITICA MONETARIA ESPANSIVA

DI VIRGINIA MURRU
Il presidente della BCE, Mario Draghi, nella conferenza stampa di oggi, ha annunciato che il Qe, ossia il programma di acquisto di titoli governativi di quasi tutti i paesi dell’area euro, è giunto al suo capolinea: entro il 2018 il ‘protocollo di cura’ sarà chiuso.
Attualmente la portata degli acquisti mensili è di 30 miliardi al mese (da gennaio), oggi Draghi ha annunciato che a partire da ottobre prossimo il ritmo sarà dimezzato, ossia 15 miliardi al mese fino a dicembre. Da gennaio 2019, lo stimolo monetario cesserà del tutto. Ora Draghi, non ripeterà più, la sua intercalare fissa: “or beyond if necessary” (o anche oltre, se necessario).
Missione compiuta? Non propriamente, nell’area persistono ancora difficoltà, legate non solo al basso tasso d’inflazione. In alcuni Stati, i conti con la crisi economica non sono ancora chiusi. Per dirla alla ‘Merkel’: in Eurozona si viaggia a due velocità, ed è anche per questo che l’Eurotower ha deciso di lasciare i tassi invariati.
L’Europa, dopo essere stata investita e quasi travolta dalla grande crisi economica del 2008, per la Bce è stata un “paziente” non facile da trattare. La terapia intensiva, ossia l’acquisto di asset tramite le Banche Centrali, è durato più del previsto, perché le conseguenze contorte della crisi sul sistema – che ha presentato problemi di deflazione e d’instabilità dei prezzi – hanno richiesto accomodamenti di politica monetaria necessari a sollevare e sostenere gli Stati coinvolti nei negativi rivolgimenti economici e finanziari.
Dal 2017, ossia da quando la ripresa e la crescita dell’economia in area euro si è stabilizzata, la Bce ha deciso di ridurre il volume di acquisti, portandoli da 80 miliardi di euro al mese, a 60 (ad aprile). Le strategie di tapering sono state graduali, e infatti si è atteso fino a gennaio 2018 per la successiva riduzione degli acquisti, che sono stati portati a 30 miliardi al mese.
L’Eurozona è stata simile – tanto per restare nell’allegoria – ad un organismo dopato, ovviamente per evitare interruzioni traumatiche al sistema, si è proceduto in modo graduale, affinché ogni Stato coinvolto potesse di nuovo essere in grado, lentamente, di camminare con le proprie gambe.
Questo delicato aspetto della politica monetaria dell’Eurotower, implica scelte decise all’unanimità dal Consiglio Direttivo, si è deciso di ridurre gradualmente l’acquisto di attività, perché si sono presentate le condizioni e le premesse, nell’economia relativa all’eurozona, per una contrazione degli stimoli.
Lo start del programma di acquisto di titoli pubblici, o Quantitative Easing, come si è detto, è avvenuto nel 2015, attraverso le rispettive Banche Centrali dei paesi dell’area, intervento noto anche come “Expanded Asset Purchase Programme, APP”.
Ma la Bce era già intervenuta un anno prima, sempre su delibera del Consiglio direttivo, con la riduzione dei tassi d’interesse ufficiali, e rendendo il costo delle operazioni di rifinanziamento prossimo allo 0, portando nel contempo su valori negativi il rendimento applicato ai depositi degli istituti di credito presso l’Eurosisema.
Attualmente, per quel che concerne l’Italia, la Banca Centrale Europea, possiede nei suoi depositi 340 miliardi di euro in titoli, ovvero, più o meno, il 15% del nostro debito pubblico. Che la politica monetaria espansiva abbia dato un grosso impulso all’economia italiana, è indubbio. Ma naturalmente ha sostenuto anche le economie più solide dell’area euro, non solo i Paesi più provati dalla crisi.
La Bce, se si considerano tutti gli Stati che hanno beneficiato degli stimoli monetari, ha acquistato attività per un importo pari a 2.300 miliardi.
Certamente, la fine di questa ‘manna’, non sarà dolorosa solo per l’Italia. Sì, perché, in un sistema così dopato, un po’ di crisi di astinenza sarà fisiologica, a dir poco. Ed è anche implicito che non tutti i Paesi dell’eurozona ‘soffriranno’ allo stesso modo per la ‘mancanza’, per la stessa ragione per la quale l’onda d’urto della crisi ha avuto un impatto diverso nelle economie più resistenti.
Per l’Italia sicuramente non sarà semplice, con i suoi 2.300 miliardi di debito pubblico, tutto diventa più complicato. Ora il Paese dovrà entrare con le sue forze nella giungla dei mercati e affrontare gli investitori internazionali, perché finanziarsi con la vendita di titoli sarà una necessità primaria. E c’è da sperare che i rendimenti diventino sempre più bassi.
La musica, con la fine del Qe, potrebbe cambiare anche per chi ha acceso un mutuo a tasso variabile, e per chi si accinge a farlo, mentre più sicuri saranno coloro che hanno scelto un tasso fisso, non soggetto a rischi di tempesta nel sistema finanziario.
Intanto, per il momento, secondo le dichiarazioni del presidente Draghi, i tassi d’interesse non subiranno variazioni. Ma non sarà una decisione a lungo termine, i tassi riprenderanno a salire, e molto probabilmente dal prossimo anno, dipenderà da una serie di fattori.
Il Qe ha agevolato di certo la disponibilità del credito, e l’accesso ai mutui, che a loro volta hanno contribuito a stimolare, tra gli altri, anche il settore immobiliare.
La Fed, negli Usa, è intervenuta ancora al riguardo, aumentando i tassi di un quarto di punto. Ma il climat degli States è diverso da quello europeo.
Il settore più esposto, dopo la fine del Qe, resta quello bancario, senza gli stimoli della Bce, la disponibilità del credito potrebbe diminuire, con tutte le conseguenze che questo comporta in un sistema economico di mercato, dove gli investimenti e l’accesso ai finanziamenti sono l’energia migliore per la crescita e lo sviluppo.
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IL MINISTRO DELL’ECONOMIA GIOVANNI TRIA E’ PER LA SVOLTA, MA CON CAUTELA

DI VIRGINIA MURRU

 

Il ministro dell’Economia e delle Finanze è un economista, professore ordinario di economia politica all’università di Tor Vergata, ha le idee chiare sul programma presentato da Lega e 5 Stelle, e non sembra nemmeno intimorito di esprimere pareri che rischiano di diventare voci fuori dal ‘coro’.

E’ più vicino in generale alle posizioni della Lega, piuttosto che ai punti chiave del programma sostenuti dal Movimento 5 stelle, perché non convinto sulle garanzie di copertura relative al reddito di cittadinanza, verso il quale ha già espresso le sue riserve.
Sostiene al riguardo:

“In realtà ancora non è chiaro l’impatto dei costi determinato dal reddito di cittadinanza, l’entità delle risorse che richiederà e l’ampiezza in termini di beneficiari dell’indennità, che in definitiva è legata alla disoccupazione. Si tratta di un’ Iniziativa già intrapresa in Francia, peraltro. Tale indennità dovrebbe anche essere estesa a coloro che sono alla ricerca di un primo impiego, al momento, tuttavia, gli effetti di questo provvedimento sono pieni di incognite”.

Molto più favorevole, e non ne ha mai fatto mistero, il ministro Tria, alla Flat tax, vessillo della Lega, e alla cosiddetta Pace fiscale. Il professore spiega che perseguire un obiettivo di riduzione della pressione fiscale, è in piena sintonia con la base di una politica rivolta alla crescita.
Si tratta di una scelta, secondo il ministro Giovanni Tria, non semplicemente orientata a rendere disponibile una maggiore base di reddito per famiglie e imprese, finalizzata quindi a sostenere la domanda interna.

La prospettiva è quella di portare in crescita fattori produttivi quali lavoro e capitale, a beneficio di un ventaglio d’investimenti più consistente.
Si discute tanto, secondo il ministro, intorno alla doppia aliquota, o a quella unica, ma in realtà conta l’intervento di semplificazione del sistema, oltre che la sua sostenibilità in termini di copertura, che dipende anche dal livello delle aliquote.

In una lunga intervista concessa nei giorni scorsi al Corriere della Sera, il ministro spazia in lungo e in largo sulle strategie previste dal Mef per l’attuazione del programma di governo.
Sulla domanda circa i timori della Germania sulle forzature che l’Italia potrebbe esercitare in ambito Ue, in tema di debito pubblico, qualora i partner europei non concedessero l’elasticità necessaria a portare avanti i punti chiave previsti dal programma del nuovo esecutivo, egli si è dimostrato ottimista, e non ha espresso particolari preoccupazioni al riguardo:

“Sono già in contatto con il collega tedesco Olaf Scholz, il presupposto principale delle relazioni con i paesi della zona euro è il dialogo, non abbiamo alcuna intenzione di usare l’arma del ricatto per ottenere margini di flessibilità sui conti pubblici. Penso che cercherò di persuadere i partner che un’italia che corre su un obiettivo di crescita e risanamento dei conti, è nell’interesse di tutti, e su questa base pensiamo di trattare, ovviamente su un fronte di fiducia reciproca.”

Giovanni Tria rassicura sul fatto che l’intesa del governo su temi fondamentali è unanime.
Quanto al settore bancario, alla necessità di riforme, afferma:

“è ancora presto per fare il punto sulle strategie, ma il settore indubbiamente necessita di solidità, anche se la strada è stata intrapresa dal precedente esecutivo, c’è stata una riduzione delle sofferenze bancarie del 25%, è un notevole passo avanti: si proseguirà su questa linea.”

Sulla possibilità di saldare i debiti commerciali attraverso l’emissione di “mini-Bot, è piuttosto esplicito:

“i debiti dello Stato nei confronti delle imprese, sono un problema, ma sono convinto che per risolverlo sia necessario eliminarlo alla radice, ossia facendo in modo che i pagamenti siano regolati in denaro ed entro i tempi previsti. I mini-Bot sarebbero soluzioni tampone, e non l’eliminazione del problema”.

Sull’opinione che Mario Monti esprime da anni circa lo scomputo degli investimenti dal patto di Stabilità, Tria sostiene che egli ne è stato in qualche modo il precursore: lo ripete da decine d’anni. “Il fatto è che – precisa – anche se si estrapolasse dal calcolo del deficit, con il lasciapassare di Bruxelles, si potrebbe ‘spendere’ di più, ma l’impatto sul debito ci sarebbe lo stesso.”

Quanto all’obiettivo di ridurre il debito nel corrente anno e nel 2019, Tria conferma che si tratta di un punto fondamentale del programma, sulla base dei presupposti fino ad ora già fissati, e con l’intento della riduzione graduale nei prossimi anni. L’incertezza resta l’andamento dell’economia e le relative stime, difficile secondo il ministro, fare previsioni, al momento.

E’ ovvio che alla luce del fatto che il governo si è appena insediato, non si possono tracciare conclusioni, se non tenere presente una linea programmatica che dovrebbe portare via l’Italia dal rischio di speculazioni, e per questo invita spesso il governo a “pesare le parole”, visto che ogni dichiarazione alla stampa, può suscitare reazioni su bersagli sensibili quali i mercati.

Intanto il nuovo ministro ha davanti tanti impegni, non semplici da ‘onorare’, come il disinnesco delle clausole di salvaguardia, che potrebbe creare comunque problemi e malcontento. Parlando alla platea di Confcommercio alcuni giorni fa, al riguardo, il ministro del Lavoro Luigi Di Maio, ha stimato che ci sarà un costo di 12,4 miliardi di euro il prossimo anno, e 19,5 miliardi nel 2020.

Restano tuttavia un’incognita le risorse da reperire per la copertura finanziaria. L’aria che tira in proposito sarà più chiara dopo il 19 giugno, quando in Parlamento si affronterà il tema del Def. Da qui partiranno i primi interventi – dopo la risoluzione della maggioranza – sulla procedura da avviare in termini di applicazione della dual tax, per imprese e famiglie.

E contemporaneamente si aprirà il varco per disinnescare le clausole di salvaguardia, i due interventi sono legati. Sulla Flat, si stima una spesa iniziale di circa 30 miliardi di euro, ai quali si aggiungeranno gli oltre 12 miliardi per evitare che scatti l’aumento dell’Iva il prossimo gennaio (al 24,2%).
Sfide importanti per il nuovo esecutivo, e per Giovanni Tria, quasi fondamentali per l’attuazione del programma. Afferma il ministro in proposito:

“Nella nota di aggiornamento del Def saranno presentati i nuovi conti, appuntamento previsto nel prossimo settembre. Conti che, per ovvie ragioni, devono essere coerenti con l’obiettivo della riduzione sostanziale del rapporto debito/Pil. E’ uno degli impegni più decisivi, sottolineato anche il presidente del Consiglio. Si lavora per la crescita dell’occupazione, attraverso un programma basato sulle riforme strutturali, che col tempo creerà le basi per condizioni più favorevoli in termini di investimenti e opportunità di lavoro.

Il ministro Tria si esprime in modo rassicurante, indirettamente anche verso i mercati, non intende aggiungere paglia al fuoco, alimentare allarmismi o foraggiare la speculazione. E’ una fase di transizione e di svolta, un passaggio delicato, che è necessario attraversare con la dovuta cautela. Per questo non si stanca di ripetere che bisognerebbe affrontare le difficoltà con senso di equilibrio e responsabilità, senza angosce, “anche perché, sostiene, i fondamentali della nostra economia sono a posto.”

Certo, non manca di precisare, la zavorra del debito pubblico, è un’eredità ingombrante che viene da lontano..
E poi c’è la Legge Fornero, così tanto demonizzata, eppure così intoccabile secondo Confindustria..
“Via la legge Fornero, e partiamo” – dichiara il ministro del Lavoro Di Maio.

Il Contratto relativo al programma Lega- Movimento 5 Stelle, precisa, è fondamentale per l’attuazione, e quindi l’abolizione degli squilibri del sistema previdenziale introdotti proprio dalla riforma delle pensioni, che comporterà un budget di spesa di circa 5 miliardi di euro.

Il ministro Tria al riguardo è piuttosto cauto, non si è espresso sulla volontà di abrogare la riforma Fornero, né fa riferimento alla proposta della coalizione sulla nota “quota 100”. Egli sostiene che la riforma necessita d’interventi di miglioramento, ma non si esprime sull’immediata abrogazione. Troppi nodi e troppi ‘nemici’ dietro la porta. La riforma Fornero è stata, nella precedente legislatura, il delicato ago di una bilancia, e non sarà facilissimo spazzarla via.

Secondo Giovanni Tria, non si può andare allo sbaraglio sulla materia: “in tema di sistema pensionistico, è necessario, non solo guardare a breve, ma soprattutto a medio e lungo termine, e valutarne le conseguenze.”

C’è la prudenza in persona, alla guida del Mef, e del resto, i tempi sono delicati come calici di cristallo, essere impulsivi e avventati, potrebbe alimentare il rischio, comunque sempre presente per la stabilità dell’economia italiana in questo momento.